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By Torquato Tasso

Deggio forse lodar l'aurato albergo,

in cui dimori o quello in cui nascesti?

questi o que' pregi, o queste glorie o quelle?

o 'l tuo valore a cui mi sveglio ed ergo

qual uom già lasso, ch'a gran dì si desti

serrò col raggio di minute stelle,

vede cose più belle

a lo splendor che le colora ed orna?

Ma chi porta lontan sì care salme

e coglie allori e palme?

chi poggia incontr'al sole e chi soggiorna?

e chi giunge a le mete e chi ritorna?

Pur io dirò che ne la reggia antica

di sacri augusti avea con auree penne

gran simulacro e con favor secondo;

ma spesso trapassò fortuna amica

d'una stirpe ne l'altra, e quasi tenne

la terra sotto l'ale e 'l mar profondo.

Or più felice è 'l mondo:

non sorte, ma virtù trionfa e regna,

non idolo scolpito in oro o 'n marmi,

né di corone e d'armi

falso splendor, ma vera gloria e degna

del cielo omai, che di salirvi insegna.

Vera gloria del ciel deriva e nasce

dove nacque il fratello e 'l padre augusto

e gli avi tuoi che trionfar la terra;

e son fede e pietà le prime fasce,

ed amor d'onestate, amor del giusto,

son l'arme sue fortezza e senno in guerra;

né già vaneggia ed erra

d'un tetto in altro come a' primi tempi,

né trascorre da l'uno a l'altro sangue;

né per vecchiezza or langue,

ma ferma con più belli ed alti esempi

la sede in occidente incontra gli empi.

Indi per arricchir d'un bel tesoro,

ché gemme sono i figli, onde risplenda

la gran Toscana, a lei volgesti i passi

con odorato crin di lucid'oro,

come angeletta che fiammeggi e scenda

e quei cerulei campi a dietro lassi.

Tutti i versi son bassi

e tutti sono rochi i nostri accenti

in lodar te che l'umiltade inchina,

donna, duce e regina;

ma tutti sono ad onorare intenti

i seggi in cui tu regni alti e lucenti.

Te quell'albergo trionfante accoglie

a cui d'intorno udì sì dolce canto

il nobil Arno e chi da' fior si noma;

altri recò le gloriose spoglie,

altri n'uscì che la corona e 'l manto

portò di Pietro e sacra antica soma:

tal che l'Italia e Roma

quinci l'imperio a l'onor suo converso,

quinci vede colei che gli alti imperi

e dona i regni interi,

né l'uno a l'altro per disdegno avverso,

né monte scorge o mar di sangue asperso.

E 'n te rimira sì leggiadre forme

di felice virtù, che meno apprezza

le peregrine e le romane illustri,

e tutti inverso al cielo i passi e l'orme

e i figli vaghi d'immortal bellezza

cui non disfiora il trapassar de' lustri;

e mentre più gl'illustri,

né crudel guerra i nostri lidi infiamma,

né rischiara il tuo nome acerbo esiglio,

non morte né periglio,

non piaga o serpe e non accensa mamma,

né ferro che s'affini a viva fiamma.

Canzon, vince se stessa

l'alma reale e l'una e l'altra sorte,

essendo la più casta e la più forte.