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Deggio forse lodar l'aurato albergo,
in cui dimori o quello in cui nascesti?
questi o que' pregi, o queste glorie o quelle?
o 'l tuo valore a cui mi sveglio ed ergo
qual uom già lasso, ch'a gran dì si desti
serrò col raggio di minute stelle,
vede cose più belle
a lo splendor che le colora ed orna?
Ma chi porta lontan sì care salme
e coglie allori e palme?
chi poggia incontr'al sole e chi soggiorna?
e chi giunge a le mete e chi ritorna?
Pur io dirò che ne la reggia antica
di sacri augusti avea con auree penne
gran simulacro e con favor secondo;
ma spesso trapassò fortuna amica
d'una stirpe ne l'altra, e quasi tenne
la terra sotto l'ale e 'l mar profondo.
Or più felice è 'l mondo:
non sorte, ma virtù trionfa e regna,
non idolo scolpito in oro o 'n marmi,
né di corone e d'armi
falso splendor, ma vera gloria e degna
del cielo omai, che di salirvi insegna.
Vera gloria del ciel deriva e nasce
dove nacque il fratello e 'l padre augusto
e gli avi tuoi che trionfar la terra;
e son fede e pietà le prime fasce,
ed amor d'onestate, amor del giusto,
son l'arme sue fortezza e senno in guerra;
né già vaneggia ed erra
d'un tetto in altro come a' primi tempi,
né trascorre da l'uno a l'altro sangue;
né per vecchiezza or langue,
ma ferma con più belli ed alti esempi
la sede in occidente incontra gli empi.
Indi per arricchir d'un bel tesoro,
ché gemme sono i figli, onde risplenda
la gran Toscana, a lei volgesti i passi
con odorato crin di lucid'oro,
come angeletta che fiammeggi e scenda
e quei cerulei campi a dietro lassi.
Tutti i versi son bassi
e tutti sono rochi i nostri accenti
in lodar te che l'umiltade inchina,
donna, duce e regina;
ma tutti sono ad onorare intenti
i seggi in cui tu regni alti e lucenti.
Te quell'albergo trionfante accoglie
a cui d'intorno udì sì dolce canto
il nobil Arno e chi da' fior si noma;
altri recò le gloriose spoglie,
altri n'uscì che la corona e 'l manto
portò di Pietro e sacra antica soma:
tal che l'Italia e Roma
quinci l'imperio a l'onor suo converso,
quinci vede colei che gli alti imperi
e dona i regni interi,
né l'uno a l'altro per disdegno avverso,
né monte scorge o mar di sangue asperso.
E 'n te rimira sì leggiadre forme
di felice virtù, che meno apprezza
le peregrine e le romane illustri,
e tutti inverso al cielo i passi e l'orme
e i figli vaghi d'immortal bellezza
cui non disfiora il trapassar de' lustri;
e mentre più gl'illustri,
né crudel guerra i nostri lidi infiamma,
né rischiara il tuo nome acerbo esiglio,
non morte né periglio,
non piaga o serpe e non accensa mamma,
né ferro che s'affini a viva fiamma.
Canzon, vince se stessa
l'alma reale e l'una e l'altra sorte,
essendo la più casta e la più forte.