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By Torquato Tasso

Alma, ch'aspetta il Cielo e 'l mondo onora

e pregando ritarda, acciò che spieghi

l'ale da più sublime e degna parte,

mentre a le membra ancor t'avvolgi e leghi,

mille divine luci ad ora ad ora

mostri, a guisa di stelle in te cosparte;

e, come il Padre eterno al ciel comparte

duo maggior lumi, e l'uno al dì sereno,

l'altro a la notte ombrosa

la pura luce sua non tiene ascosa,

così l'una virtù che stringe il freno

a la prosperità ch'ardisce ed osa,

l'altra ti diede pur quasi ne l'ombre

celeste e luminosa,

ch'ogni temenza dal tuo cor disgombre.

E quella in Roma apparve in Vaticano

quasi 'n sul mezzo giorno e vi refulse,

e ne l'altra città che 'l mare inonda.

E, finché fero turbo indi t'avvolse,

ricco vi fusti del sapere umano

e d'ogni bene ond'uom sì rado abbonda;

e perché ti portasse aura seconda

al primo grado in cui s'onora e stima

il valor de' soggetti,

moderasti ne l'alma i primi affetti

e lasciasti ragion seder in cima;

e fur lodati i modi gravi e i detti,

un tenore, un colore, un volto istesso

fra mille vari aspetti

e l'alto cor d'interne leggi impresso.

Questa diè luce al tempestoso Egeo

de la vita mortal ch'a noi perturba

dispietata tempesta e fero vento;

né mai fra minacciosa e mobil turba

dal suo stato più bello altri cadeo,

indegno più d'esiglio o di tormento,

cui la colpa dia tema od ispavento,

né de la sua caduta è chi risorga

più glorioso al fine,

benché si vanti pur d'alte ruine

e 'l suo gran precipizio onor gli porga,

e fra lontane genti e fra vicine,

non quel Greco, che vinse in mare i Persi;

né par che ben s'accorga

che l'innocenza illustra i casi avversi.

Egli adorò de l'Asia il re superbo,

tu Pio, cui l'umiltade in cielo esalta

e 'n terra alzollo a la più nobil sede.

Ei più non violò la Grecia o l'alta

città, ma giacque in quell'esilio acerbo;

tu vivi, e sol per te s'avanza e riede

nel suo nativo albergo, e l'altro erede

de la paterna gloria in Roma antica

or teco si raccoglie

e Roma t'orna di purpuree spoglie:

Roma ch'al tuo valor fu sempre amica

e i tardi e giusti premi altrui non toglie;

ed ogni rischio omai passato e scorso,

non turba aura nemica

de' vostri onori il grande e lieto corso.

O Roma, a te già diede un re Corinto;

poi Spagna augusti; e sempre in te s'aperse

il valor peregrino un'ampia strada.

Né Ciro, né Cambise, o Dario o Serse

pose giogo sì dolce a rege avvinto;

né fé tanto col senno o con la spada

quanto già tu, che ove sormonti e cada

il sole, avevi steso il grande impero;

ed or, mutata legge,

ond' i popoli erranti in te corregge

con santa verga il successor di Piero

e guida al ciel le mansuete gregge,

quel buon costume antico ancor tu servi;

e 'l tedesco e l'ibero

assidi in alto e regni insieme e servi.

Né fiume o colle o monte a noi distingue,

ma 'l valore i Romani; e più non spegna

impresa nota mai guerrieri armenti;

ed alma illustre, che di te sia degna,

perch'ella parli altrui con molte lingue

e lodi il tuo signor con vari accenti,

pur tua la chiami, o sia fra l'onde algenti

nato d'Istro o di Reno o 'n altra riva

dove il Rodano rode,

è tuo s'è valoroso e tu n'hai lode

ed ogni sua bell'opra a te s'ascriva.

Tu, madre senza inganno e senza frode,

e tu de' santi figli il ciel riempi,

non come falsa diva,

e gli consacri in terra altari e tempi.

Ma pur fra quanti d'ostro ammanti e fasci,

nessun con maggior lume in te risplende

del grande Albano, or ch'è sereno il cielo,

or che nebbia no 'l turba e no 'l contende

alma ch'in terra n'abbandoni e lasci

l'anima gloriosa il sacro velo;

e come il sol dopo le nubi e 'l gelo

avvien che via più bello i rai cosparga,

la virtù vincitrice,

poi ch'ella è combattuta, è più felice

e versa gloria più lucente e larga.

Né morte guerra, come sembra, indice,

né vecchiezza il modesta o rompe il sonno,

ma giusti spazi allarga

quegli che 'l diè, ch'altri allungar non ponno.

Canzone, i bei vestigi altri ricerca

d'Alba vetusta; e tu fra' sette colli

rimira un sacro veglio,

che del valor Alban è vivo speglio,

e per signor e per mia luce il volli:

a quest'alba serena anch'io mi sveglio;

darmi la dotta mano or non ti spiaccia;

ma s'ancor più t'estolli,

un bel silenzio al fin t'onori e taccia.