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Alma, ch'aspetta il Cielo e 'l mondo onora
e pregando ritarda, acciò che spieghi
l'ale da più sublime e degna parte,
mentre a le membra ancor t'avvolgi e leghi,
mille divine luci ad ora ad ora
mostri, a guisa di stelle in te cosparte;
e, come il Padre eterno al ciel comparte
duo maggior lumi, e l'uno al dì sereno,
l'altro a la notte ombrosa
la pura luce sua non tiene ascosa,
così l'una virtù che stringe il freno
a la prosperità ch'ardisce ed osa,
l'altra ti diede pur quasi ne l'ombre
celeste e luminosa,
ch'ogni temenza dal tuo cor disgombre.
E quella in Roma apparve in Vaticano
quasi 'n sul mezzo giorno e vi refulse,
e ne l'altra città che 'l mare inonda.
E, finché fero turbo indi t'avvolse,
ricco vi fusti del sapere umano
e d'ogni bene ond'uom sì rado abbonda;
e perché ti portasse aura seconda
al primo grado in cui s'onora e stima
il valor de' soggetti,
moderasti ne l'alma i primi affetti
e lasciasti ragion seder in cima;
e fur lodati i modi gravi e i detti,
un tenore, un colore, un volto istesso
fra mille vari aspetti
e l'alto cor d'interne leggi impresso.
Questa diè luce al tempestoso Egeo
de la vita mortal ch'a noi perturba
dispietata tempesta e fero vento;
né mai fra minacciosa e mobil turba
dal suo stato più bello altri cadeo,
indegno più d'esiglio o di tormento,
cui la colpa dia tema od ispavento,
né de la sua caduta è chi risorga
più glorioso al fine,
benché si vanti pur d'alte ruine
e 'l suo gran precipizio onor gli porga,
e fra lontane genti e fra vicine,
non quel Greco, che vinse in mare i Persi;
né par che ben s'accorga
che l'innocenza illustra i casi avversi.
Egli adorò de l'Asia il re superbo,
tu Pio, cui l'umiltade in cielo esalta
e 'n terra alzollo a la più nobil sede.
Ei più non violò la Grecia o l'alta
città, ma giacque in quell'esilio acerbo;
tu vivi, e sol per te s'avanza e riede
nel suo nativo albergo, e l'altro erede
de la paterna gloria in Roma antica
or teco si raccoglie
e Roma t'orna di purpuree spoglie:
Roma ch'al tuo valor fu sempre amica
e i tardi e giusti premi altrui non toglie;
ed ogni rischio omai passato e scorso,
non turba aura nemica
de' vostri onori il grande e lieto corso.
O Roma, a te già diede un re Corinto;
poi Spagna augusti; e sempre in te s'aperse
il valor peregrino un'ampia strada.
Né Ciro, né Cambise, o Dario o Serse
pose giogo sì dolce a rege avvinto;
né fé tanto col senno o con la spada
quanto già tu, che ove sormonti e cada
il sole, avevi steso il grande impero;
ed or, mutata legge,
ond' i popoli erranti in te corregge
con santa verga il successor di Piero
e guida al ciel le mansuete gregge,
quel buon costume antico ancor tu servi;
e 'l tedesco e l'ibero
assidi in alto e regni insieme e servi.
Né fiume o colle o monte a noi distingue,
ma 'l valore i Romani; e più non spegna
impresa nota mai guerrieri armenti;
ed alma illustre, che di te sia degna,
perch'ella parli altrui con molte lingue
e lodi il tuo signor con vari accenti,
pur tua la chiami, o sia fra l'onde algenti
nato d'Istro o di Reno o 'n altra riva
dove il Rodano rode,
è tuo s'è valoroso e tu n'hai lode
ed ogni sua bell'opra a te s'ascriva.
Tu, madre senza inganno e senza frode,
e tu de' santi figli il ciel riempi,
non come falsa diva,
e gli consacri in terra altari e tempi.
Ma pur fra quanti d'ostro ammanti e fasci,
nessun con maggior lume in te risplende
del grande Albano, or ch'è sereno il cielo,
or che nebbia no 'l turba e no 'l contende
alma ch'in terra n'abbandoni e lasci
l'anima gloriosa il sacro velo;
e come il sol dopo le nubi e 'l gelo
avvien che via più bello i rai cosparga,
la virtù vincitrice,
poi ch'ella è combattuta, è più felice
e versa gloria più lucente e larga.
Né morte guerra, come sembra, indice,
né vecchiezza il modesta o rompe il sonno,
ma giusti spazi allarga
quegli che 'l diè, ch'altri allungar non ponno.
Canzone, i bei vestigi altri ricerca
d'Alba vetusta; e tu fra' sette colli
rimira un sacro veglio,
che del valor Alban è vivo speglio,
e per signor e per mia luce il volli:
a quest'alba serena anch'io mi sveglio;
darmi la dotta mano or non ti spiaccia;
ma s'ancor più t'estolli,
un bel silenzio al fin t'onori e taccia.