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Talvolta sovra Pelio, Olimpo ed Ossa
portò leggere salme augel volante,
e sovra il mauro Atlante,
e su le nubi ove mai stral da l'arco
non giunse e non salì turbo spirante;
ma col volo mancò l'ardita possa
perché innalzar non possa
peso maggiore e più gravoso incarco.
Tal io, se mai cantando al ciel me 'n varco,
con picciol nome in su l'alzate penne,
veggio sotto le valli e i monti e i poggi,
né cerco ove riposi, ove m'appoggi;
ma dove stilo il vostro onor sostenne,
par di cadere accenne;
e se 'n alto mi spazio e non vacillo,
mi glorio in ciel tranquillo:
ché spargendo gran fama onor s'impetra
e pregio acquista ogni sonora cetra.
Ma cantando per voi, sublime donna,
la nobiltà sia fonte in cui si versi
alta materia a' versi:
indi 'l principio s'apra, indi s'ordisca
ogni alta laude e vinca i casi avversi
la nobiltà, ch'è del valor colonna,
in cui si ferma e 'ndonna,
perch'altri pur l'onori e riverisca
come origine suol famosa e prisca,
né per contraria sorte oppressa giacque.
A voi diè cuna il mare, il mare in grembo
v'accolse e nel ceruleo e vago lembo
dove alato leon la terra e l'acque
tiene, com'al ciel piacque;
e fra palme cresceste e pompe ed ostri
de gli avi egregi vostri;
e 'l vostro merto è un mare, e, s'ora il solco,
ritornerò come Giason da Colco.
Altre più vere maraviglie e belle,
ond'ha l'etate antica invidia e scorno,
dentro son e d'intorno;
né già bugiarda fama altrui le finse,
né favolosi onori in rime adorno:
non Teti in mezzo a l'onde, o le sorelle,
ninfe leggiadre e snelle,
non conca o bianche spume in cui dipinse
greco pittor la dea che 'l pregio vinse;
ma son vera bellezza e vera gloria,
vero candore, anzi splendor sereno
ch'abbaglia occhio terreno,
degni di gran poema o pur d'istoria
ch'illustri alta memoria;
e 'l bel nome, che piace a' vaghi sensi,
ove se 'n parli o pensi,
e vero e casto amor di nobil alma
sotto giudice grande ha certa palma.
Ché dove il padre augusto alzò Giovanna
e grandezza di scettri e di corone,
nudo Amor voi ripone,
Amor grande, Amor saggio, Amor pudico,
che prima non seguì selvaggia Enone:
Amor che non si turba e non s'inganna,
né 'l biasma e no 'l condanna
mente sublime. Or ceda esempio antico,
ceda amante e pastor di furti amico
a lui che la Toscana adorna e regge,
giudice di beltà più dotto e scaltro
che non fu già quell'altro;
e s'ella pur lo sprona, ha fren di legge,
non tra ruvide gregge,
non tra gli armenti usato e tra' bifolci,
ma tra studi più dolci:
ché l'alto imperio già non perde in guerra,
ma cresce novo onor d'antica terra.
E direi, non facendo al vero oltraggio,
cedali il domator del reo Procuste,
ché d'imprese più giuste
gloria maggior invitto core attende;
e son or quasi oscure e quasi anguste
lodi antiche e lontane al vivo raggio
di lui, ch'è forte e saggio.
E se pur l'un da l'altro a noi discende,
né più fama canuta omai contende,
ch'alzò quasi del tempo un bel trofeo,
o se qual pianta c'ha gran rami ed ombra
l'antichitade adombra,
siasi eguale al gran duce il gran Teseo;
né si vanti d'Egeo,
pari Atene a Fiorenza, e i nomi e l'opre,
che lunga età non copre;
ma questo amor, quanto n'udiro innanzi,
e questa fede ogni memoria avanzi.
Oh! quanto è più felice il nuovo esempio,
quanti diversi effetti e 'n quanti modi
hanno più chiare lodi,
di quel lungo rimbombo indi raccolto!
Indi miriam due rapti e mille frodi,
altari violati ed arso tempio,
e l'uno e l'altro scempio
di Polidoro tronco, e guasto il volto
d'Ettore sanguinoso e non sepolto,
di tanti figli orbo e dolente il padre;
schiere in fuga rivolte, accesi legni,
estinti fochi e non estinti sdegni,
e morti e roghi e faci oscure ed adre,
mesta e piangente madre,
Troia in fiamme conversa; a faccia a faccia
Europa Asia minaccia;
son fulminanti duci; e sponde a sponde,
venti a venti contrari, ed onde ad onde.
De l'altra parte il passar vostro a l'Arno
bellezza accrebbe e grand'onor gli aggiunge,
e due città congiunge,
due famose città fra 'l mare e i monti:
talché non le perturba o le disgiunge
quella discordia, ond'io mi struggo e scarno;
ma pur ch'il tenti indarno,
ed al cielo alzeranno amiche fronti
e desiri concordi avranno e pronti,
presti i cavalli, e 'n mar le navi e l'arme,
mentre il fiero Ottoman ripone e serba
ne l'alta mente sua l'ingiuria acerba;
e dove tromba suoni il fero carme,
perch'uom s'infiammi ed arme,
non fia chi più si mova e più s'accenda,
e più s'adorni e splenda:
così fermi legami annoda e tesse
casta beltà, ch'alto giudicio elesse.
Canzon, tu non vedrai tra fera turba
donna amata, odiosa o vana imago,
là 've adorare il volgo i mostri volse,
ma dove a Marte idolo antico ei tolse;
né falso re v'onora o vero mago,
latrante cane o drago,
fra mille suoi divoti e fidi servi.
Or ti raccolga e servi
pudica moglie in lieta pace e santa,
che di candore e d'onestà s'ammanta.