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By Giambattista Vico

Qual novo lume col divin suo raggio

d'almo splendor la mente orna e rischiara,

e di gran cose i miei pensier informa?

Onde mi viene omai luce sì chiara,

che m'apre ad alta impresa il gran viaggio,

a cui muover da me non posso un'orma?

Chi mai con luminosa altèra norma,

l'ombre scuotendo a lo mio ingegno intorno,

me 'ndrizza ad opre un dì forse pregiate?

Lume di nostra etate,

che d'ogni alta virtù riluci adorno,

signor, che reggi di Baviera il freno,

le meraviglie ch'io provando ammiro,

sono del valor vostro effetti usati,

tal ch'i pregi in altrui via più lodati

le minor laudi vostre avven che sieno:

se quell'ampio splendor, che 'n me rimiro,

breve barlume è sol che diffondete

di quella luce onde sì ricco sète.

Che dunque dietro a voi mie lodi alzassi,

ardir non è; poich'egli osar non vòle,

né può cotanto, e né, potendo, il deve:

ma son quasi cristallo opposto al sole,

ove si rompa il raggio, e non trapassi,

che la rimanda il lume onde 'l riceve.

Fugga or da me cura noiosa e greve,

che 'l veglio che giamai non stanca l'ale

mio nome alfin d'oscuro oblio non copra;

se m'avvalora all'opra

chi puote in sua virtù farmi immortale;

ché son di tanta gloria e d'onor degni

fuor d'uman corso i minor pregi suoi,

che di lor chi può mai ritrarre 'n carte

alle future età picciola parte,

fa più di quel ch'i più spediti ingegni

fêto lodando i più nomati eroi.

Or di quest'alta speme il bel pensiero

a ragionar di voi mi mena altèro.

Ma di tante virtù di quant'io posso

col debil sguardo sostener la luce,

quai fien mezze a narrar e quai fien prime?

Tal dubbio in forse ogni consiglio adduce,

e la copia del dir, la qual m'adosso,

sul bel principio fa mancar mie rime.

Or qual convien che de la fin s'estime?

Pur seguendo 'l desio che mi fa strada,

vo' con lo stile a mio poder alzarmi.

Prima gloria de l'armi,

onoro in voi quella temuta spada,

a' cui lati si stan senno e valore,

ov'è la maestà nell'else assisa,

e da la punta sua dipende il fato.

Quella spada onor'io, a cui vien dato

dalla terra e dal ciel ogn'alto onore

sovra qualunque più onorata guisa,

salvo ciò sol che di lei non rimbomba

di Smirna e Manto assai più chiara tromba.

E ben eran omai di nobil carme

infin d'allor le vostre geste degne,

che sotto 'l grave acciaio il capel biondo

primier premeste intra le chiare insegne

di quel gran padre vostro, in pregio d'arme

primo a tutt'altri, ed or a voi secondo:

indi non mai sperò cotanto il mondo,

che non restasse dietro a vostre imprese

ogni qualunque suo desir più egregio:

allor nel vostro regio

animo il dio combattitor discese;

dove poi la ragion, ire spirando,

quel valor sovrumano in voi produsse

che conoscer non sa rischi e terrori.

Quinci dell'armi in sui più fèri ardori

quanto fu vago mai di gir pugnando

là sempre ove maggior periglio fusse,

tu, vera Gloria, testimon di lui

in mille chiari fatti, il narra a nui.

Narra pur anco a noi come de l'arti

di sovran duce egli arricchì lo 'ngegno,

non con gli altrui, ma co' suoi sommi imperi:

e 'n conquistar città, provincia o regno,

come deggia adempir l'alte sue parti,

e' l'apparò da' suoi trionfi altèri.

O nati a bel destìn almi guerrieri,

sotto colui trattando i ferri vostri,

che de' consigli suoi va sì potente,

qual di noi presta mente

tanto vigor in una a' sensi nostri

porge giamai, quanto 'l suo senno a tante

armate schiere, ed intra lor diverse

e d'abiti e d'ingegni e di linguaggi?

E quando di pensier più accorti e saggi

videsi un duce mai fra tutte quante

le chiare armi o latine o greche o perse?

Cotanto quel di voi senno canuto

ha visto di lontano e proveduto.

Quind'è che degne sol de' vostri impieghi

son le più dubbie imprese e le più grandi,

s'ove il poder ostil siasi dimostro,

tal ch'ogni uman consiglio a terra mandi

ed ogni mortal forza o rompa o pieghi,

ivi 'l senno adoprate e 'l valor vostro.

Deh! prestare credenza al sermon nostro,

vegnenti a noi, che di sua altèra, invitta

vertù narra pur poco: e a chi nol crede

allor fanne tu fede,

in virtù di sua mano, Asia sconfitta;

o possanza d'Europa, o forte mano,

infra tanti furor d'arme infedeli,

te non essendo, or chi di noi saria?

Che se 'l pensier indietro là me 'nvia

rimembrando me 'ngombra un timor vano

di veder da per tutto empie e crudeli

straggi di noi, e fumar d'ogni loco

in un orribil misto il sangue e 'l foco.

Già parmi di veder madri piangenti

co' figli pargoletti uccisi in seno,

ch'émpian di tristo orror il petto mio;

e le sacre donzelle udir non meno

sospirar, vergognose, egre, dolenti,

il fior de l'onestà donato a Dio.

E già mi sembra al furor empio e rio

altro scampo che 'l Ciel a noi non resti;

onde la vita in me medesmo abborro.

Però dove trascorro,

sì vaneggiando co' pensier funesti,

e non più tosto mi rallegro omai

con meco stesso, sol però ch'io veggia

un'età ch'un signor sì grande onora?

Sia benedetta mille volte l'ora

che tanto in alto i miei pensier alzai,

onde convene ch'altro ben non chieggia,

se tal senno al valor è 'n voi congiunto,

che 'l mestiero de l'armi al sommo è giunto.

Canzon, tu via me 'nfiammi anzi ch'acqueti

nel bel novo desio che a dir me 'ncende

de la più altèra e chiara gloria nostra:

però rimanti, prego, entro la chiostra

de' pensier miei di te gioiosi e lieti,

fin che la man l'usato stil riprende,

poiché d'aver compagne hai vera brama

a gir colà dove 'l dover ti chiama.