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Dolor, perché mi guidi
Fuor di cammino a gir dov'io non soglio?
Sostien ch'io prema, u' me vaghezza muove,
Corti sentieri e fidi.
Correr tant'oltre in tua balìa non voglio,
Per le tue lunghe vie funeste e nuove,
A non usate prove.
Ma niega il dolor crudo or grazia farme,
E via mi porta, e più non posso aitarme.
Sul Parnaso ei mi porta
Ad ascoltar lungo lamento, e dice:
“Senti, deh senti Febo oltre l'usato
Pianger perduta e morta
Schiera un tempo quassù lieta e felice;
Or per novello irreparabil fato
Libero il freno ha dato
A lungo pianto, e ne' suoi figli ei vuole
Non fuggitive di dolor parole.”
Nuovi angosciosi accenti
Odo lassù dir: “Benedetto è morto”;
E scarmigliate in lungo ordine veggio
Ir le Muse dolenti;
E sarà il mio un leggier pianto e corto?
Ah, che davanti all'Appollineo seggio
Lagrime solo io chieggio,
E di far colla cetra io chieggio solo
Eco funesta al disperato duolo.
Ecco alto tuono e fiero
Gridar: “Dov'è l'antico aureo costume
Sì raro in terra e senza pari e schietto?
Dove il fedel sincero
Consiglio, alle grand'alme amico lume?
Dov'è quel forte imperturbabil petto
Del mio gran Benedetto?”
Io, che 'l conobbi in terra, accordo intanto
La cetra al suono e le pupille al pianto.
Ed oh fosse il mio dire
Eguale al duol ch'io verso e al duol ch'io serbo,
Forse potrebbe il guasto Mondo un giorno
Cose da me sentire,
Onde farsi più culto e men superbo;
Allor d'invidia nubiloso a scorno,
Bella per me d'intorno
Di lui n'andrebbe e di virtù l'immago,
E ogni spirto di lor rapito e vago.
La bella età dell'Oro
Oh come al nascer di quest'un rinacque!
Ei, di franca innocenza armato il seno,
Ordì l'alto lavoro
Di sua vita novella, e al Ciel sì piacque,
Che, qual pianta gentile in buon terreno
Cresce, tal ei non meno
Mostrò di gloria in l'età sua più verde
Frutti, quand'altri il più bel fior disperde.
Sulle rive dell'Arno
Viderlo, e ne stupir', Flora ed Alfea
In compagnia dell'alto suo pensiero
Non passeggiare indarno
E giunger là, dove il pensier volea.
Chi penetrò com'esso ogni sentiero
A disvelare il vero
E a prender di virtute il cammin destro,
A sé medesmo sol duce e Maestro?
Qual mai Nocchiero ardito
Al par di lui spiegò nel mar le vele,
Nuove ricchezze a ritrovar possente
E nuovo mare e lito?
De' più secreti arcani e chi fedele
Discopritor quant'ei nella sua mente
Vide ad ognor presente
Ciò che il Tempo produsse e la Natura
E per le vie del Ciel l'eterna Cura?
Greche e Latine Muse,
Che andaste un tempo di salute in forse,
Ben fu provvido il Cielo al vostro scampo
Allor che occulta infuse
Forza nel grande Eroe, che voi soccorse.
Ei per voi scese, e poteo farlo, in campo
Senza temer d'inciampo,
E saettar poteo in ogni parte
L'obblio per voi ed arte usar senz'arte.
Arte fu ancora il muto
Del volto favellar pensoso e grave
E in bel silenzio il saggio cor dipinto,
Ond'ei regno e tributo
Mantenne, o Muse, a voi dolce e soave.
E se a bell'opre in lui per grande istinto
Era il silenzio accinto,
Oh quai svegliò parlando a mille a mille
Negli altrui petti di virtù scintille!
Come candida e bella
Neve dal Ciel placidamente fiocca,
E l'ime valli cuopre e gli alti monti,
E il suolo alluma e abbella,
Tal pioggia uscia dalla faconda bocca
D'accenti ognor così famosi e conti,
Che fea gli animi pronti
A prender luce, anzi la forma istessa
In lor con forza, senza forza impressa.
Ma in quel, ch'i' parlo, io sento
Del coro Ascreo un lacrimoso strido
Di nuovo alzarsi: “Ahi pellegrina Tromba,
Che col tuo bel concento
Quest'aere empiesti di sì nobil grido,
Perché non più tuo chiaro suon rimbomba,
Chiusa 'n oscura tomba?”
Risponde Apollo: “A che lagnarsi? il forte
Suon vive ancor, né temer può di morte.
Ecco in varia divisa
Della sua mente i figli; ecco i bei Carmi
E l'aurea Prosa al Ciel Romano e Argivo;
Ecco sull'Arno assisa
Coll'eloquenza ogni bell'arte, e parmi
Ciascuna dir con lieto suon festivo:
‘Per Benedetto io vivo’;
Non più, non più lagrime, o Muse.” A questo
Anch'io sereno il volto e il pianto arresto.
Canzon, d'Alfea va' nel Teatro augusto,
Che fa di morte rimembrar la gente:
Ivi il cenere algente
Cuopre di Benedetto un marmo angusto;
Bacia il sepolcro, e grida: “Ah non son questi
Di morte Archi funesti;
Se da Virtù Morte è qui vinta e doma,
Archi e trionfi son d'Atene e Roma.”