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By Auteur inconnu

Mentre a i zefiri molli il crin sciogliea

Colei, che de' suoi crini

Tesse catene al mio dolente core,

Ed il picciolo Amore

Saltellar si vedea

Tra filo e fil di quei dorati stami,

Quai veggiam gli augellini

Scherzar tra verdi rami,

Ella ver' me, che, di me fuor, tenea

Ogni pensier fra quelle chiome involto,

Rasserenando il volto:

“Vieni,” mi disse, “e di discreta ancella

L'opra adempiendo in queste sciolte anella,

Prova se in nastri e in bende

Legar saprai chi già ti lega e prende.”

Indi colla man candida m'offerse

Le reticelle e i veli,

Le polveri odorate, i fior', le piume,

C'ha di sparger costume

Sull'auree chiome e terse

Per adescar gl'insidiati cori,

Che non san qual si celi

Laccio tra polve e fiori.

Così Villan, che le sue reti aperse

In verde riva a i garruli augelletti,

De' lacciuoli sospetti

Cuopre le fila di minute biade,

Onde il semplice stuol, ch'all'esca cade,

Mentre sicuro crede

Pascere il ventre, s'incatena il piede.

Io, quasi scosso da gran sonno allora,

Non risolvea, rapito

Da timore in un tempo e da desio.

Ben vaghezza avev'io

Ch'i suoi lacci talora

Fidasse in me chi prigionier mi tiene;

Ma poi non era ardito

Di tentar le catene,

E l'inesperienza e l'odio ancora,

Ch'era in me di quell'arti e di quegl'usi

Feminili e confusi,

Temer faceanmi di vergogna o danno.

Pure mi trasse il mio desio tiranno

A trattare in quel crine,

Più che le pompe sue, le mie ruine.

Con eburneo strumento in pria le masse

A scevrar cominciai

Di quel fin or, che fluttuava tutto,

E parea ch'in quel flutto

Ogni cor naufragasse.

Oh quante volte, in riversarle io spesso,

Del mio cor vi cercai

Alcun vestigio impresso!

E quante volte, ove incespar mostrasse

Il fesso avorio, io ne sospesi il dente,

Ansioso e dolente

Per lo timor ch'ivi il mio cor non fosse!

E ben fu allor che, sventolate e scosse

L'aurate fila, io dissi:

“Fuggi, mio cor.” Né il mio consiglio udìssi.

Ella, ridendo pur, de' varj modi

Me ammaestrando gia

Come disporre or vaga treccia, or nastro;

Ed io, fatto già mastro,

Tessea legami e nodi

E groppi e cerchi e tortuosi anelli,

Ma più nell'alma mia

Ch'a i lucidi capelli.

Ah, crudo Amor, per quante vie tu godi

D'esercitar ne' tuoi seguaci e servi

Gli empj lacci protervi

E prova far de' tuoi tiranni imperi!

Che, d'alma effeminata e di pensieri

Non sazio ancor, vuoi d'essi

Effeminati i ministerj stessi.

È fama già che tra le Reggie Lide,

Poi ch'Ercole su 'l tergo

I cardini librò dell'asse eterno,

E 'l debellato inferno

Prostrato a piè si vide,

Vinto restò da giovinetta Donna,

Che del Leon l'usbergo

Fece cangiargli in gonna.

Allor mutato in femminella Alcide,

Delle reali Ancelle in mezzo al coro,

Siccome una di loro,

Diessi a servir la vincitrice altera,

Colla man robustissima e guerriera,

Usa coll'Idre e gli Aspi,

Or le rocche avvolgendo ed ora i naspi.

Ben si stupiro in rimirar quel prode

Trattar la lana e 'l fuso

I Mondi allor, delle cui sfere istesse

Altre ei vinse, altre resse;

E ridea della frode,

Seco meravigliando, Amor protervo,

Che non era ancor uso

Serva a mirar di servo.

Ma più che di stupor, degna di lode,

Più che di riso, è la novella prova,

E tal ch'invidia muova

Ne' più fidi amator', perocché, quanto

Me avanza Alcide di fortezza, or tanto

Di beltà, di sembianza

L'Onfale sua la mia Dorinda avanza.