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By Auteur inconnu

Nel mezzo d'una placida, serena

Notte, allor che più densa e che più cupa

Di vapor rugiadoso amica piena

Per suoi canali in giuso si dirupa

Per le fonti del celabro, e co' sensi

Tutto dell'alma il basso margo occupa,

Quella parte di me, che pur mantiensi

Scoperta sempre, e che al palustre suolo,

A cui sembra attenersi, in nulla attiensi,

Rapir si sente e alzarsi in aria a volo,

E dirsi: “Non temer: vien via pur franca,

Ché penne ho destre e forti anche al tuo volo.”

Così seguendo il buon Duce, che affranca

Col suo parlar la sbigottita parte,

Che per esser me tutto il men le manca,

Men gia dubbiando e sospettando in parte,

Non però sì, che a fronte del temere

Vinta si stesse la mia fe' in disparte:

La fe', che crebbe, allor che il Conduttiere

Uscì dal cono, in cui notte s'accoglie,

Donde di punta il lume investe e fere.

E al verde lauro, alle vermiglie spoglie

Riconobbi l'Altissimo Poeta,

Padre di lei, che 'l più bel fior ne coglie;

E: “Oh Padre,” dissi, “se l'ardir non vieta

Cibo al desio, deh dinne: erger cotanto

Meco il volo, a qual fine ed a qual meta?”

Ed ei senza restar: “Cortese e santo

Zelo mi trasse a te chiamar lassuso,

Sol tanto che tu veggia e intenda quanto

Di quel Grande rifulga oltre vostr'uso

Ivi la gloria, che adombrar vorreste

Con alcun de' miei lampi oggi laggiuso.”

Noi solcavam di già l'aura celeste

Leggiera sì, che l'aer nostro intorno

Le staria come a spirto mortal veste.

Se miri al peso, è come notte a giorno;

Se al lume, al lume, che stagnando allaga,

Non corre o passa o sa che sia ritorno.

Del mio Duce la mente allor presaga

Del chieder mio: “Quel nuvoletto oscuro,”

Disse per far l'interna voglia paga,

“Che sembra galleggiar nell'aer puro,

E tanto rimanerti or sotto i piedi,

Quanto lassù ti riman sopra Arturo,

È il vostro Sole; e sì come tu vedi,

Nella Vergine luce, in cui t'aggiri,

Caligo par, se agli occhi tuoi pur credi.”

Così del passo, ond'è che invan si miri

Precipitare il fulmine che scende,

Noi salivam per quei celesti giri;

E il volo è tal, che insin colà si stende,

Ove sol per averne alcun sentore

Occhio, di vetri armato, indarno ascende.

Quand'ecco in mezzo all'eternal fulgore

Una nebbia leggiera e rada tanto,

Che dubbio è s'uom v'è dentro o pur n'è fuore.

E quanto in su più vassi, ella altrettanto

S'appasta, ma non sì ch'ov'è più spessa,

Benché a stento, il veder non passi alquanto.

Pensa, Lettor; se mai vedesti e impressa

Rimanti ancor la rupe, onde si spiomba

Il chiaro gorgo, a cui fu già commessa

Di Getulio la Donna, allor ch'ei piomba

Da i sassi scabri, e ch'ei risalta in spuma,

Tal che da lungi il trasparir v'ha tomba,

Ma non dappresso, tal l'aura, che alluma

Sé di sé stessa, e che traspare in questa

Foce, via via più di candor s'impiuma,

Finché in un Mar si sparge, ove tempesta

È nome ignoto, un Mare, un Oceano,

Un abisso, un immenso, in cui s'innesta

Col centro il giro; e sen scandaglia invano

Il fondo, e dell'umor, ch'entro vi stagna,

Poco ne geme in intelletto umano,

E, in quanto trar può l'occhio, l'accompagna

La nebbia, e in quella un popolo infinito

Di spirti a varie altezze vi si bagna.

Era ciascuno sotto i piè guernito

Di certe nuvolette lumeggiate

Di lume altre più smorto, altre più ardito,

Ove n'eran di quelle ricacciate

Di certi scuri sì gagliardi, ch'io,

Senza saper perché, n'ebbi pietate,

E dissi, sospirando, al mastro mio:

“Qual tra quest'alme di sì varia sorte

Ragione, e di qual fallo esser può fio?

Tant'oltre io non credea regnasse morte,

Né pena, e pena par la nebbia e 'l fosco,

Che qual piombo ivi par le tenga assorte.”

Ed egli: “Or tu 'l domanda a quel buon Tosco,

C'hai quivi al lato, e già t'ha scorto, e sente

Il tuo parlar, se 'l suo guatar conosco.”

Io mi vòlgo a man destra, e pongo mente

A un Veglio venerabil, che mi guata

Fiso fiso e sorride dolcemente;

E in quel ch'io lui rimiro, l'onorata

Destra mi stende, ma non sì che 'n quella

La semplicetta mia resti ingannata,

Ché tosto con bell'atto addietro félla,

Dicendo: “E ben Dafinio?” “Oh,” dissi allora

Che l'occhio mi snebbiò la sua favella,

“Or se' tu quivi, Orazio, alla buon'ora?

Or se' tu quivi, or se' tu desso, Orazio?”

E l'interno dolor stillò di fuora.

Ed ei ridendo: “Se fare alcun strazio

Potesse il duol nella mia gioia pura,

Saria quello, ond'io veggio te sì sazio.

Or sappi che colà, dove più oscura

Farsi l'Etra ti parve, è il lido estremo,

Su cui frange il finito e la Natura.

E benché a gir più avanti il debil remo

Di vostre forze si ripieghi, il fondo

Non è men cupo; e quell'esser supremo,

Ch'onda e letto è a sé stesso, ancor che a tondo

Empia il fatto e 'l non fatto, in vario lato,

In vario stil di sé fassi facondo,

Ché là, dov'ei si vela del creato,

Ben consente, del gran panneggiamento

Nella ricchezza, d'esser vagheggiato.

Ma dove ignudo e sol di sé contento

Stassi, in tutto ei si nega a' vostri sguardi,

E pena è lor quel ch'a nostri è contento.

Quindi ciò, che a te mostrano i bugiardi

Per nebbia, a noi è luce, in cui si vede

Ciò non sol ch'a tentar vili e codardi

Furo i sensi e colei, che 'n cima siede,

Ma ciò che, ardita e d'altra vista armata,

Da lungi appena brancolò la fede;

La qual, dipoi che scorta ha la giornata

A lieto fine col suo lume fioco,

A un tratto è dalla gloria evacuata,

E di lucerna ardente in scuro loco

Divien qual piedestallo al candelabro,

Sovra di cui laggiù fulse il suo foco.

Ché questa nuvoletta, onde 'l gran Fabro

Più alto e più a fior d'acqua c'equilibra

In questo Mar d'incircoscritto labro,

La nostra fede fu, che qui si cribra

Con giustissimo esame, indi si pone

Il creder col vedere in ugual libra.

Quindi chi più dal lume, onde ragione

Umana splende, alla sua fede aita

Chiese, o conforto in sua mortal magione,

Qui poi men vede, ancor che lieto, unita

A immensa gioia non ugual chiarezza

E a più lucida fe' gloria più trita:

Fede all'incontro per abito avvezza

Di magnanimitade al gran rifiuto

Di discorsiva razional certezza;

Fede infusa, e cresciuta all'aer muto

D'ogn'altro lume, che di quel che spreme

Di sue tenebre il divino attributo;

Questa, onde scerni le reliquie estreme

In questa nuvoletta, onde sì spesso

Mi specchio in questo Mare e bagno insieme;

Questa, che, dono in pria, poi prezzo, adesso

Gloria, mi scopre in quest'abisso immenso

Arcani, che ridir non m'è permesso.

Tu al par d'ogn'altro sai se chiaro e intenso

Il ver mi balenò nell'intelletto

E qual riverberailo all'altrui senso.

Ma perché umile in tanto lume il petto

Solo apersi al suo raggio, e le sì aguzze

Pupille chiusi a razionale obietto,

Però per quattro morte favilluzze,

Ch'io disprezzai, benché, rimaste appese

A pochi fogli, il guardo altri v'aguzze

Laggiù sì attento, or m'è fatta palese

In questo Mar, ch'è Mar di sapienza,

L'immago di quel Sol, da cui son scese;

E in lui ravviso la disconvenenza

Tra quanto io veggio e quanto vidi e scrissi,

Io ridendone il primo, e che parvenza

V'ha sì di vero, che su quanto io dissi

Or là si giura, ed oggi alta onoranza

S'appresta al tempo, in cui sognando vissi.

O sciocco Mondo, con quanta baldanza

Estolli in simulacro di virtude

La miserabil tua cieca ignoranza!

Che tal per dotto e saggio alla tua incude

Si batte, che tutt'altro esser si scerne

A mente sana ed a pupille ignude,

Ignude di quel ver, per cui si cerne

Misto col vero il falso, e fatte al lume

Sol di grandezze e veritadi eterne.

E pur seguendo il lusinghier costume,

Oggi di spirti eletti un bel drappello

Gran' cose dir di me tenta e presume.

Tu pur, di rime armato, al gran duello

T'appresti, e pensi e follemente agogni

Nella falsa mia gloria apparir bello.

Povero te, che ancor vegghiando sogni,

Quand'è più 'l tempo (ed il mio dir non falla)

Che di te stesso teco ti vergogni!

Non senti che l'angelica Farfalla,

Che in te si chiuse, ha messo l'ali, e sforza

Sua magion, che già screpola e traballa?

Raccogli tua virtude, e ti rinforza

Al vicin volo, a cui regger non ponno

Le molli piume, e scuoterti fa forza.”

Ei dicea dal sognare, e fu dal sonno.