13 [Di Fazio degli Uberti (?)]

By Auteur inconnu

Ahi donna grande, possente e magnanima,

bella, leggiadra, gentile e piacevile,

accorta e intendevile,

più che non posso nel mio dir comprendere;

dentro nel chuor del chuor mi sento l'anima

co' 'l vago suo piager legare e prendere,

infiammare e accendere,

e farne quel che d'una cosa fievile.

Ben la mi par veder<e> tanto amorevile,

che quand'io penso ad ciò io pur considero

ch'io debbia in lei trovar perfecta gratia;

ma poi lo tempo spatia

e io consumo, tanto la desidero;

onde per questo spesse volte dubito

cader dinansi a llei morto di subito.

Ma pur serò di lei infine che l'alito

potrò per forsa nel petto raccogliere;

né vorreimene stogliere,

credendo ben che mi dovesse ancidere;

ch'io bramo più per lei di parer palito,

pien di sospiri e lagrimando stridere,

che per un'altra ridere

e ogni ben del suo dilecto cogliere.

Ben mi puote, se vuol<e>, la vita togliere,

come colei da chui non posso fuggere,

che preso m'à come smerlo la lodora

e stretto in quelle nodora

nelle qual sento la mia vita struggere;

ma s'è pur tale quale il mio cor esima,

pietà ne de' aver<e> per se medesima.

Quanto più penso in lei e più s'incorpora

la sua vaghessa nella mia memoria

e più la sua victoria

di sopra alla mia vita sento crescere;

si ben s'adorna in un vestir di porpora

ch'ogni altra donna fa sparere e screscere.

Ben ne li puote increscere

a chi non vede e sente la sua gloria.

Scrivere non si può né per istoria

mostrar quanto ella è bella nel suo habito,

dolce, benigna, soave e amabile.

Ma questo è ben notabile:

che ciaschuna vertude in lei prende habito

e quivi innamorate si ritornano

e come stelle il ciel<o>, così l'adornano.

S' jo pur potesse mai cotanto vivere,

che io tenesse tre cape<ll>i per novero

dei suoi, inver me povero

terrei che fusse stato il riccho Dario;

quanto sarei contento nol soe scrivere,

però che in lei è ogni mio ricovero;

per lei la vita adovero,

per lei sospiro e spesso di me isuario.

Passato è il sol per lo segno d'Aquario

sei volte e più, poi che 'l possente giovane

entro nel chuor m'accese la sua fiaccola,

con la qual si mi macchola,

che die e nocte chiamo questa giovane

che mi soccorra e guardi al gran pericolo

ché per tema di morte già formicolo.

Ai, Verona, città riccha e nobile,

donna e reina delle terre ytalice,

fondata sovra l'Alice,

ove valore e vertute s'ingenera,

tu possiedi e guardi sì bel mobile

ch'esser ne dei a la tua vita tenera

ché questo è cosa genera

ch'amor u'aviva come in acqua salice.

Non fra Tedeschi, non fra gente galice,

non credo che cerchando tucta Europia

si trovasse una donna tanto angelica

che quando il viço suelicha

di sua biltà pigliar non si può copia,

ma fa segnare altrui per gran miraculo

e tu ne se' ricepto e tabernachulo.