13 Quando commiato presi

By Vittorio Betteloni

Quando commiato presi

Dalla fanciulla mia

Trovai ch'erano accesi

I fanali per via.

Oh bella! chi avria detto

C'oggi è notte sì presto ?

Io non penso per questo

D'andar senz'altro a letto.

Però senza curarmi

Punto del dove andrei,

La cura di portarmi

Lasciando ai piedi miei,

Là là n'andavo lento,

Come un picciolo iddio,

Molto del fatto mio,

Molto di me contento:

Ed ammirando il cielo,

Che risplendea sereno,

Nitido, senza velo,

D'astri innumeri pieno,

Dicevo fra me stesso:

Il Sol, vago sultano

É di quel regno arcano:

Pur mentre a letto adesso

Egli aspetta il mattino,

Fan, con poco decoro,

Le stelle capolino

Fuor delle alcove loro;

Per femminil talento,

Le odalische sue belle,

Le lascivienti stelle

Escono a cento a cento.

E spìan la terra intente

Quasi di nostre cose

E dell'umana gente

Fossero curïose;

E a civettar si stanno

Pur coi tremuli sguardi,

Con gli uomini che tardi,

La notte a zonzo vanno.

Ahi Sultan poveretto!

Tu dormi e in sogno miri

Più vago il loro aspetto,

Dormi e ancor ne deliri;

Dormi e il tuo serto d'oro

Di nuovi rai s'adorna,

Dormi e ti fan le corna

Mentre sogni di loro.

Pertanto io volgo in mente

Che tu non sia felice,

Pur come officialmente

Dai poeti si dice.

Col tuo essere il Sole

De' domestici guai

Anche tu ce n'avrai

Come quaggiù si suole.

Ben sopra noi vantaggi

Innumeri tu vanti,

Ed a buon dritto omaggi

Ti son resi cotanti;

Contuttociò non sei

Forse lieto gran fatto;

Io, vedi, a nessun patto

Essere in te vorrei.

Che se tu se' un bel nume,

Un uomo io sono, intendi;

Che se di più fai lume

E in bel modo risplendi,

Chissà che a modo mio,

D'inclito raggio adorno,

Non faccia lume un giorno

E non isplenda anch'io.

Ma forse in ciò mi sbaglio,

E dico sol per dire,

Pur quanto al tuo serraglio

O mio leggiadro Sire

Di voluttà pasciuto,

Io non ho che una bella,

Io non ho che una stella,

Che con le tue non muto.