13 Quando commiato presi
Quando commiato presi
Dalla fanciulla mia
Trovai ch'erano accesi
I fanali per via.
Oh bella! chi avria detto
C'oggi è notte sì presto ?
Io non penso per questo
D'andar senz'altro a letto.
Però senza curarmi
Punto del dove andrei,
La cura di portarmi
Lasciando ai piedi miei,
Là là n'andavo lento,
Come un picciolo iddio,
Molto del fatto mio,
Molto di me contento:
Ed ammirando il cielo,
Che risplendea sereno,
Nitido, senza velo,
D'astri innumeri pieno,
Dicevo fra me stesso:
Il Sol, vago sultano
É di quel regno arcano:
Pur mentre a letto adesso
Egli aspetta il mattino,
Fan, con poco decoro,
Le stelle capolino
Fuor delle alcove loro;
Per femminil talento,
Le odalische sue belle,
Le lascivienti stelle
Escono a cento a cento.
E spìan la terra intente
Quasi di nostre cose
E dell'umana gente
Fossero curïose;
E a civettar si stanno
Pur coi tremuli sguardi,
Con gli uomini che tardi,
La notte a zonzo vanno.
Ahi Sultan poveretto!
Tu dormi e in sogno miri
Più vago il loro aspetto,
Dormi e ancor ne deliri;
Dormi e il tuo serto d'oro
Di nuovi rai s'adorna,
Dormi e ti fan le corna
Mentre sogni di loro.
Pertanto io volgo in mente
Che tu non sia felice,
Pur come officialmente
Dai poeti si dice.
Col tuo essere il Sole
De' domestici guai
Anche tu ce n'avrai
Come quaggiù si suole.
Ben sopra noi vantaggi
Innumeri tu vanti,
Ed a buon dritto omaggi
Ti son resi cotanti;
Contuttociò non sei
Forse lieto gran fatto;
Io, vedi, a nessun patto
Essere in te vorrei.
Che se tu se' un bel nume,
Un uomo io sono, intendi;
Che se di più fai lume
E in bel modo risplendi,
Chissà che a modo mio,
D'inclito raggio adorno,
Non faccia lume un giorno
E non isplenda anch'io.
Ma forse in ciò mi sbaglio,
E dico sol per dire,
Pur quanto al tuo serraglio
O mio leggiadro Sire
Di voluttà pasciuto,
Io non ho che una bella,
Io non ho che una stella,
Che con le tue non muto.