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By Giacomo Leopardi

D'un bel can sul grasso tergo

Una pulce prese albergo,

E a succhiargli il sangue intesa,

Facea pranzo a di lui spesa.

Chi sei tu, le disse il cane,

Che abitar fra le mie lane,

A mie spalle il gius pascendi?

Signor mio, rispose allora

Quella pulce adulatora,

Son la vostra serva umile

Che, ammirando la gentile

Cortesia ch'è in voi riposta,

Son venuta a bella posta

Fin da i regni del Perù

A giurarvi servitù.

Messer acane a questi accenti

Non le fece complimenti:

Perché, a dirla, egli non era

Di quei cani d'alta sfera,

Che si chiaman cittadini;

Ma era un can da contadini.

Pur mostrandosi cortese,

Nel suo tergo più d'un mese

A la pulce lasciò fare

E la cena e il desinare.

Quando un giorno, sovra un monte,

Lupo fier trovossi a fronte;

E focoso, e pien di vaglia,

Impegnò dura battaglia:

Ma gli fu sì avverso il fato,

Che rimase strangolato.

Donna pulce, al caso reo,

Non si perse in piagnisteo

Su la morte del padrone;

Ma del lupo sul groppone

D'un bel salto si lanciò,

Ed a lui diede il buon pro.

Disse il lupo: e tu chi sei,

Che fai plauso a i vanti miei?

Vostra serva, ammiratrice:

Tutta umil, la pulce dice.

Che vuoi tu? Mangiar con voi.

S'è così mangiar tu puoi.

Or la pulce con maniera

Così dolce e lusinghiera,

Fe de i pranzi assai felici

Sul groppon di due nemici.

Forse alcuno in questo fatto

Vuol saper chi sia ritratto.

Io per me nessuno addito:

V'è chi dice un parasito.