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D'un bel can sul grasso tergo
Una pulce prese albergo,
E a succhiargli il sangue intesa,
Facea pranzo a di lui spesa.
Chi sei tu, le disse il cane,
Che abitar fra le mie lane,
A mie spalle il gius pascendi?
Signor mio, rispose allora
Quella pulce adulatora,
Son la vostra serva umile
Che, ammirando la gentile
Cortesia ch'è in voi riposta,
Son venuta a bella posta
Fin da i regni del Perù
A giurarvi servitù.
Messer acane a questi accenti
Non le fece complimenti:
Perché, a dirla, egli non era
Di quei cani d'alta sfera,
Che si chiaman cittadini;
Ma era un can da contadini.
Pur mostrandosi cortese,
Nel suo tergo più d'un mese
A la pulce lasciò fare
E la cena e il desinare.
Quando un giorno, sovra un monte,
Lupo fier trovossi a fronte;
E focoso, e pien di vaglia,
Impegnò dura battaglia:
Ma gli fu sì avverso il fato,
Che rimase strangolato.
Donna pulce, al caso reo,
Non si perse in piagnisteo
Su la morte del padrone;
Ma del lupo sul groppone
D'un bel salto si lanciò,
Ed a lui diede il buon pro.
Disse il lupo: e tu chi sei,
Che fai plauso a i vanti miei?
Vostra serva, ammiratrice:
Tutta umil, la pulce dice.
Che vuoi tu? Mangiar con voi.
S'è così mangiar tu puoi.
Or la pulce con maniera
Così dolce e lusinghiera,
Fe de i pranzi assai felici
Sul groppon di due nemici.
Forse alcuno in questo fatto
Vuol saper chi sia ritratto.
Io per me nessuno addito:
V'è chi dice un parasito.