13.
O Roma, o nobile città, immortale,
Dunque il tuo seno me non accoglie,
E l'amor patrio in me non vale?
Or tutto è tacito, e un denso velo,
Copre le stelle, che incerte splendono,
Tutto è in silenzio la terra, e il cielo.
O Fiume, o Tevere, ah tu mi vieti
Tornare ai patrj tetti, amatissimi
Giorni a trascorrere contenti, e lieti.
Ma un morir nobile più assai mi giova,
Che star fra vincoli d'umil ostaggio,
Che morte barbara ognor rinuova.
Che pensi, o Clelia? ah non rammenti
L'illustre sangue, la patria gloria?
E ancor tu palpiti?... e ancor paventi?
Dunque... disprezzisi l'alto periglio;
Roma a te vengo, Giove, soccorrimi,
Volgi a me provvido pietoso il ciglio.
Sì dice intrepida Clelia pensosa;
Il cielo mira, a Roma volgesi,
E lieve lanciasi sull'acqua ondosa.
Clelia, deh fermati, ah mira il dorso
Spazioso, e vasto del Sume rapido,
Che gonfio mormora nell'ampio corso.
Ma non ascoltami, e già veloce
Lieta galleggia l'ostaggio odiabile
Mirando in nobile atto feroce.
L'onde ammiraronla, stupiron l'acque,
E meno altere vidersi scorrere;
Il padre Tevere pensoso tacque.
Già la Romulea opposta sponda
Festosa afferra, e ad essa lanciasi,
E così esprimesi lieta, e gioconda.
O Nume, o Apolline, che la cittate
Saggio proteggi del forte Romolo,
Già mira Clelia le mura ingrate.
Se me scacciarono io pur ritorno
Nè al mio coraggio pon l'onda ostacolo
Ma fu dal Tevere fatto più adorno.
Gioisci, o nobile possente Roma,
Che la magnanima illustre Clelia
Da' lacci ferrei nò non fu doma.