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By Simone Serdini

L'inclita fama e le magnifiche opre

dell'onorata e grazïosa donna,

dico quella Colonna

che per virtute al mondo eterna vive,

la debole mia penna induce e scopre

nel nome suo che mai non si perscrive.

O prezïose e dive

Muse, nel mio parlare or m'aiutate:

io cantarò di sua nobilitate,

quanto per voi saper dato mi fia;

ché più degna ermonia

a dir di lei vorrebbe, altro idïoma.

O benigna virtute, onde si noma

il ben che fu tra noi per maraviglia,

dico dell'alma Roma

che generò sì venerabil figlia!

Io non dirò d'Orazio o di Catone,

non di Camillo, Fabio o di Marcello,

non dirò di Metello

che contradisse a Cesare il tesoro;

Emilio e l'uno e l'altro Scipïone,

non quel Fabrizio, padre in fra costoro,

che 'l possessor dell'oro

acquistar volse, e non è il ben possesso;

non dico quel che giudicò se stesso

per salute dell'Urbe in la vorage;

non quel che fece strage

del re Tarquino, e anche il Cincinnato;

non Sempronio, Papirio e l'onorato

Numa Pompilio essecutor di pace,

e quanto fu dotato

il solio suo, che spento oggi si giace.

Roma, ognun sa che l'universa terra

chinò le spalle al tuo franco vessillo,

e lo stato tranquillo

che t'acquistâro i successor di Marte;

i gran triunfi e la felice guerra,

delle milizie tue la forza e l'arte:

son piene tante carte,

che sempre vive tua unica gloria.

Ma questa donna, in cui degna memoria

mi move amor di ragionare alquanto,

fu del tuo dolce e santo

latte nutrita, e del tuo sangue egregio.

Questa fu già nel mondo in tanto pregio,

quanto per gran virtù fama s'acquista,

che nel tuo bel collegio

non men dell'altre è glorïosa vista.

Questa gentil Colonna assunse il nome

quando fu posta in la famosa strada,

dove l'arme e la spada

de' viri illustri allora era scolpita.

E perché tal progenia ebbe il cognome,

di tanto onor fu la virtù gradita,

che l'acquistò tal vita

che bastarà quanto che 'l mondo dura.

Dunde, se ben riguardi in la scoltura,

del sacro marmo trovarrai intagliati,

d'essa stirpe nomati,

molti che trïunfâro in la milizia:

o cesarëa prole, o gran primizia,

discesa già di Giulïo ab antico,

Colonna di giustizia,

sangue gentil, magnanimo e pudico!

Furon di lei non solo in marmo accesi,

ma d'infinite croniche e scritture,

che 'l senno e le venture

de' lor gran fatti dimostrava a pieno.

Ma poi che Bonifazio a' Colonnesi

scoperse il suo più rabido veneno,

allora venne meno

quanto di lei giamai seppe trovare.

Ché non pur quegli intese a desolare,

ma lor memoria sotterrarla in cupo.

O pastore, anzi lupo,

non ti comandò Iddio superbia e ira!

Ma chi 'l giudicio suo ben pensa e mira,

non mancò mai giustizia a chi l'aspetta,

e anco quel sospira,

ché ne fu tosto merita vendetta.

Non possé tanto il fuoco e la superba

che consumasse appieno ogni rubrica,

che ancora non si dica

di lor progenie, sangue imperïale.

E se ben guardi alle divine verba

del Petrarca gentile, una morale

ti mostra come e quale

di sua prosapia e anco de' moderni.

Comincia quella ne' suoi detti eterni:

"O decus Imperii, spes o suprema senatus!".

Undecimo dignatus

fu di parlar di lei, quanto si vede;

del cardinale illustre ancor fa fede

Glorïosa Colonna, in cui s'appoggia

il gran nome che eccede

dove si scrive e poëtando poggia.

Io lasso ancor di Stefano e d'assai

la cui beata essenza il ciel conserva,

e anco si riserva

la fama lor nel mondo a degno autore;

de' vivi dico, ov'io vidi e trovai

benignità, grandezza, pregio e onore.

Questo elessi signore

della mia vita, e poi che sarò morto:

questo è quel Jan Colonna ond'io fui scorto,

s'i' ho virtute alcuna a confortarmi;

questi con aitarmi

e abbracciare ogn'uom ch'è virtüoso;

prudente, in arme sperto e valoroso,

e liberal, magnifico e virile:

lui misericordioso

e degnamente si può dir, gentile.

Canzon, tu puoi cercare Italia bella,

fra' valorosi principi e baroni,

ché là dove 'l sì soni

forse non trovarrai sangue più degno.

Poi con discreta e umile favella

ritorna al signor mio grato e benegno,

e con ogni tuo ingegno

mi raccomanda a lui e <a> l'opre sante.

Poi gli appresenta e donagli esto Dante,

ch'a 'stanza sua ho scritto e ho notato;

poi te gli gitta inante,

e io son certo che t'avrà a grato.