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Fama, ch'i nomi gloriosi intorno
porti e l'opre divolghi e i fatti egregi
più volentieri ov'è l'onor più bello,
qual pompa illustre di trionfo adorno
con vinti duci e catenati regi,
con spoglie di nemico o di rubello,
qual Cesare o Marcello,
qual divo, qual eroe con tante penne
sì degno è di volar per l'occidente
o contra il sol nascente,
o dove stanco Atlante il ciel sostenne,
o su i monti Rifei, com'ora è questa,
cui fa bella Onestà, Bellezza onesta?
Fama, tu sei com'aura; e s'ella suole
volar, tu voli; e se risuona e spira,
tu spiri e tu rimbombi in varie parti.
Ma lei move sovente il novo sole;
te disdegnoso dal suo ciel rimira
quanto più t'allontani e ti diparti,
empiendo Armeni e Parti
ed Assiri e Caldei d'un chiaro nome;
ed ella di viole e d'altri fiori
sparge più dolci odori
quanto più lunge dispiegò le chiome;
tu di mille virtù l'odor lontano
porti minore e d'una bianca mano.
Qual peregrino omai canuto e stanco
già, declinando il sol, talvolta arriva
in un prato di fior vago e dipinto
verde, giallo, purpureo, azzurro e bianco,
o sovra una fiorita e fresca riva,
ma l'odor del narciso o del giacinto
non è da lui distinto,
o di candida rosa o di vermiglia;
tal io d'alti costumi e dolci e gravi,
mille spirti soavi
in lei sento confusi, oh meraviglia!;
e non fanno armonia le vostre lodi
bella come sue tempre o 'n tanti modi.
O Fama, a lei presente, un'ombra al vero
tu pur somigli: or perderai da l'aura
se da lei perdi? oh rapida, oh volante,
raddoppia il volo a l'Indo ed a l'Ibero
e le forze e le voci anco ristaura,
giungi piume a le spalle e ne le piante.
E s'ella tante e tante
lingue non cura e sì discorde suono,
parla co' suoi leggiadri e toschi accenti
ch'addolcir ponno i venti
e far che si dilegui il nembo e 'l tuono,
e quinci l'Istro e quindi il Nilo intenda
quanto lume del cielo in lei risplenda.
Questa è la colta lingua, a cui s'accrebbe
con l'imperio de' suoi la gloria in guisa,
che far può di molt'altri il nome oscuro;
e quel de gli avi eccelsi ornar dovrebbe
d'eterni onori; e non fu mai divisa
terra dal mare, ove non luce Arturo,
che l'alto, dolce e puro
parlar non prezzi, e chi più fugge il volgo,
e sembra aquila al volo e cigno al canto.
Ma lasso! io pur intanto
l'ale a' miei vaghi versi omai raccolgo;
e se tu poggi al grand'Olimpo, io giaccio
con la cetra a le falde, e penso e taccio.
Canzon, le selve e i monti
passa la vaga Fama e i fiumi e i mari,
e spesso il capo entro le nubi asconde;
e tu la terra e l'onde
cerca, s'al tuo voler la forza è pari:
ché l'onorato nome in fronte impresso
lunga gloria può darti e grazia appresso.