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By Torquato Tasso

Fama, ch'i nomi gloriosi intorno

porti e l'opre divolghi e i fatti egregi

più volentieri ov'è l'onor più bello,

qual pompa illustre di trionfo adorno

con vinti duci e catenati regi,

con spoglie di nemico o di rubello,

qual Cesare o Marcello,

qual divo, qual eroe con tante penne

sì degno è di volar per l'occidente

o contra il sol nascente,

o dove stanco Atlante il ciel sostenne,

o su i monti Rifei, com'ora è questa,

cui fa bella Onestà, Bellezza onesta?

Fama, tu sei com'aura; e s'ella suole

volar, tu voli; e se risuona e spira,

tu spiri e tu rimbombi in varie parti.

Ma lei move sovente il novo sole;

te disdegnoso dal suo ciel rimira

quanto più t'allontani e ti diparti,

empiendo Armeni e Parti

ed Assiri e Caldei d'un chiaro nome;

ed ella di viole e d'altri fiori

sparge più dolci odori

quanto più lunge dispiegò le chiome;

tu di mille virtù l'odor lontano

porti minore e d'una bianca mano.

Qual peregrino omai canuto e stanco

già, declinando il sol, talvolta arriva

in un prato di fior vago e dipinto

verde, giallo, purpureo, azzurro e bianco,

o sovra una fiorita e fresca riva,

ma l'odor del narciso o del giacinto

non è da lui distinto,

o di candida rosa o di vermiglia;

tal io d'alti costumi e dolci e gravi,

mille spirti soavi

in lei sento confusi, oh meraviglia!;

e non fanno armonia le vostre lodi

bella come sue tempre o 'n tanti modi.

O Fama, a lei presente, un'ombra al vero

tu pur somigli: or perderai da l'aura

se da lei perdi? oh rapida, oh volante,

raddoppia il volo a l'Indo ed a l'Ibero

e le forze e le voci anco ristaura,

giungi piume a le spalle e ne le piante.

E s'ella tante e tante

lingue non cura e sì discorde suono,

parla co' suoi leggiadri e toschi accenti

ch'addolcir ponno i venti

e far che si dilegui il nembo e 'l tuono,

e quinci l'Istro e quindi il Nilo intenda

quanto lume del cielo in lei risplenda.

Questa è la colta lingua, a cui s'accrebbe

con l'imperio de' suoi la gloria in guisa,

che far può di molt'altri il nome oscuro;

e quel de gli avi eccelsi ornar dovrebbe

d'eterni onori; e non fu mai divisa

terra dal mare, ove non luce Arturo,

che l'alto, dolce e puro

parlar non prezzi, e chi più fugge il volgo,

e sembra aquila al volo e cigno al canto.

Ma lasso! io pur intanto

l'ale a' miei vaghi versi omai raccolgo;

e se tu poggi al grand'Olimpo, io giaccio

con la cetra a le falde, e penso e taccio.

Canzon, le selve e i monti

passa la vaga Fama e i fiumi e i mari,

e spesso il capo entro le nubi asconde;

e tu la terra e l'onde

cerca, s'al tuo voler la forza è pari:

ché l'onorato nome in fronte impresso

lunga gloria può darti e grazia appresso.