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By Matteo Maria Boiardo

Novo diletto a ragionar me invita

de quello ardor che più se fa vivace,

e la mia vita dolcemente ariva.

Ma nanti che da me facia partita

l'alma che a poco a poco se disface,

nanti che al tutto de spirar sia priva,

agia il cor lasso tanta tregua o pace

da il dolce fiamegiar che intro lo impiglia

che mostrar possa altrui per maraviglia

quanto a se stesso nel suo fin compiace;

perché, come sovente se asumiglia

a ogni animal che di suo voler more,

così contento è lui morir de amore.

Novo piacere e disusata voglia

che il cor mio prende de il suo dolce male

nel viso altiero e de mercè ribello!

Così par che non senta morte o doglia

tra gli Indi più deserti uno animale,

che un corno ha in fronte e tien nome da quello.

Forzia né inzegno a sua presa non vale,

fuor che da il grembo virginile accolto,

ove ogni ardir, ogni poter gli è tolto,

e lui si sta, né di morir gli 'n cale.

Ed io, per cagion, me sono avolto

in tanto lieta e dilettosa sorte

che partir non mi scio da la mia morte.

Dove la forcia più del sol se aduna,

sotto il cerchio più largo al nostro polo,

ne la terra odoriffera e felice,

vive uno augello, in quella gente bruna,

che sempre al mondo se ritrova solo

sancia altro paro, ed ha nome Fenice.

Quando da li anni sente tardo il volo,

cinamo incenso cassia e mira prende,

e bate l'ale sì che il sol lo 'ncende;

arde se stesso, e manca sancia dolo.

Così la fiamma mia lieto me rende,

e dami fuoco tanto dilettoso

che arder mi sento e di partir non oso.

Sotto la tramontana al breve giorno,

ove l'onda marina in giel se indura,

un picolo animal tra' monti nasce,

bianco di pelo e di facione adorno

e sì nemico al tutto di lordura

che sol di neve candida si pasce.

Tanto gentile il fece la Natura

che se, forsi cacciato, il luto vede,

sostien da quello il delicato pede

e più belleza che la vita cura.

Ben fa maravigliar, ma chi no il crede

venga a veder un uom che muor tra noi

non per la sua beltà, ma per l'altrui.

Canta uno augello in voce sì suave,

ove Meandro il vado obliquo agira,

che la sua morte prende con diletto.

Lassar le usate ripe non gli è grave,

ma con dolce armonia l'anima spira,

né voce cangia al fin né muta aspetto.

L'unda de il fiume il novo canto ammira,

e lui fra l'erbe fresche a la rivera,

perché nel suo zoir doglia non spera,

segue cantando ove Natura il tira.

Così me tragge questa bella fiera

a volontaria morte e dolce tanto

che per lei moro, e pur morendo canto.

Dunque tra li animali il quinto sono,

ché a morte de mia voglia me destino;

ma siano Amore, e quel viso divino

che ora me occide, e il Sol che io abandono,

sian testimoni al spirto peregrino

che altro remedio al suo lungo martire

trovar non puote che amando morire.