1348
Quando ritardo a' miei pensieri il corso,
donna d'imperio degna, i vostri pregi
tesser volendo e 'l nome vostro in rime,
veggio farmisi innanzi al primo occorso
invitto duce e cavalieri egregi,
perch'io portar di Pindo a l'alte cime
tema, in suon più sublime,
spoglie, palme, trofei; l'insegne e l'armi
e 'l lucid'ostro e le corone io veggio,
e 'l sacro manto e 'l seggio;
e perché d'ogni ardire io mi disarme,
mute quasi le cetre e basso il carme.
Tal che dico fra me: "Chi poggia or tanto
quanto la fama lor s'innalza e spande?
Qual mai virtù me' vinse in casi avversi?
Questa è materia da stancar nel canto
Febo e Parnaso, ove in stil chiaro e grande
di gloriosa laude ordisca i versi.
Merti così diversi
o più raro valor, più degni esempi,
Italia non mirò, da poi ch'a terra
vide il suo imperio in guerra,
benché rammenti pur gli antichi tempi;
e quasi gli alzerebbe altari e tempi".
Così pensando, i miei desiri intenti
stanchi già sono anzi ch'io parli o scriva;
ma cortesia, deh! non mi prenda a scherno,
e gradisca il silenzio, i gravi accenti,
e 'l puro affetto ond'il parlar deriva.
Né già men bel de lo splendore interno
è quel ch'in voi discerno
di fuor, perle, rubini, avorio ed oro
e rose sparte in bianca e viva neve,
e 'n dolce spazio e breve
di natura e d'amor gloria e tesoro;
ma chi dipinge quel ch'io dentro onoro?
Quai saranno i colori e l'ombre e i lumi,
onde possa ritrar leggiadro stile
quelle virtù di cui già sete adorna?
o pietra in cui scolpire alti costumi
alcun possa talor d'alma gentile?
o penna, che descrive e poi distorna
quel che man dotta adorna,
e 'n varie guise pur colora e parte?
Ben si potrian lodar (non forse a pieno)
gli occhi e 'l volto sereno,
ma in descriver di voi l'interna parte
vinti sarian gl'ingegni e vinta l'arte.
E come in ciel veggiam la bianca Luna,
o chi vicino a lei si volge errante,
o più lontan Marte, Saturno e Giove,
ma contar non possiam, qualor imbruna,
de l'imagini sue, che son cotante,
ogni stella che tarda o presta move;
tal ne la mente, o dove
l'alma del suo splendor s'illustra e splende,
lucenti raggi il mio pensiero adombra,
quasi per nube od ombra;
ma de' vostri alti doni appena intende
la minor parte, e se n'abbaglia e accende.
Ed a quelli ch'ei scorge, il dir non basta
di lingua che si sciolga in pigre voci:
però ne l'alma il meglio ascondo e celo.
Portino il vostro nome, o bella, o casta,
mille cigni canori e più veloci,
dal Mincio a l'Arno, anzi da l'Arno al cielo,
mentre con puro zelo,
v'ergo statua nel cor quasi o colonna.
Bella è la chiara ed onorata fama
dove gloria più s'ama;
ma più bella virtù d'eccelsa donna,
ch'in cima siede e del suo cor s'indonna.
Canzon, perché alto sorga,
e sia de le sue lodi adorna e lieta,
ella tocca d'onor più nobil meta.