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By Filippo Scarlatti

E' piace a fato, a fortuna e destino

ch'i' sia furato, e non sappia di cui

dolermi, di colui

che m'ha privato del mio bel Giardino.

Non so se 'l sesso è maschio o femminino;

ma sia chi vuol, ché fatto ha villania,

ch'ogni cosa in balìa

hanno da me tutti e buon compagnoni.

El caso occorso ha messo confusioni,

ché traslatar farà mia libertate,

né magnanimitate

non userò, po' ch'io ho perso l'orto.

Se m'è amico, e' m'ha fatto gran torto,

fidandomi di lui, a farmi fallo.

I' vorre' ritrovallo

sol per saper chi m'ha fatto trestizia.

Né vo' per questo perder l'amicizia

degli altri, che non sono in ciò incolpati;

anzi vo' preservati

avergli per fedeli e buon compagni.

O Chiffo, s'or non duolti, quando piagni,

da po' c'ha' perso el tuo bel primo frutto

di tuo degno costrutto

di quella dama e del signore Astore?

Che l'uno e l'altro gli ave' presi Amore,

fignendo di trovargli intro 'l giardino,

e 'n suo degno latino

ti narra tutta la suo passione.

Movendo a te di lei compassione,

mostrar tu vuo' di darle alcun sussidio:

di pìstole d'Ovidio

una ne leggi a quietar suo fronte,

la quale iscrisse Filli a Demofonte,

essendo a le' mancator di suo fede;

più vederlo non crede,

po' ch'è passato el termin che l'ha detto.

Leggendo tu, la fermò l'intelletto,

fra sé dicendo: - Miser tapinella

chi è 'n simil procella

com'era Fille, e io l'uso seguire! -

Come finisti il dir, riprese ardire;

volgendo inverso te le suo popille,

disse: - Queste duo ancille

con meco insieme noi ti propognamo

e con tutta onestà ci t'offeriamo

che tu comandi a noi alcuna cosa,

la qual sia virtüosa,

ché noi satisfaremo al tuo desio -.

Videndo, tu dicesti: - Il don vogl'io:

né terre chieggio, né argento o oro,

ma di sapere accoro

per quel che, quand'io lessi gli accidenti,

facesti con silenzio gran lamenti,

mostrando aver nel cor tanti martiri.

Con amari sospiri

ti vidi come cener diventare,

e in più forme t'usasti mutare;

talor bianca, or vermiglia ti vid'io,

ché m'acresce il desio

di saper donde tal doglia deriva.

Ed io prometto a te, per quella diva

gloria celeste che trïunfa in cielo,

mie carne, sangue e pelo

per te metterò io, non sendo sazio -.

Piangendo, quella disse: - I' ti ringrazio.

Dappoi che vuo' saper tutti e mie affanni,

passato è quindici anni

ch'un giorno i' mi trovai a un convito.

El mantovan signor facea lo 'nvito,

quando menò la suo sposa novella.

Apparvevi una stella,

che' raggi suo mi trasferì nel core,

qual fu 'l magno gentil signore Astore,

che prima nol vidd'io che nel mie petto

mi fece el cor suggetto

a lui, e io volentier gnel donai.

Po' presi forma sì ch'io gli parlai;

fra lui e me gli contai le mie pene.

E' mi disse: "E' conviene,

donna, che per ora abbia pazienza,

perché forzato son prender licenza

e di lasciarti troppo mi dispiace".

Allor mi diè la pace

nella mie fronte, ed io, forte piangendo,

inverso lui parlai, così dicendo:

"Omè, signor, che cattiva novella

detta m'hai! Tapinella,

per tua partenza i' perdo e sensi miei!

Se pur ti parti, almen memento mei".

Ed egli a me: "Per gl'iddei ti fo giuro

che 'l tornar non fie duro

in un sol, per veder tuo viso addorno".

Nell'apparir che fé poi l'altro giorno,

prese licenza e con molti scudieri

inverso e suo sentieri

si dirizzò, lasciando me in tal noia,

come sa chi d'amore aspetta gioia.

Io l'aspettai con desio tutto l'anno,

trovandomene inganno,

e 'l secondo col terzo fu seguito,

e 'l quarto e 'l quinto e 'l sesto ne fu ito.

Seguendo el quarto decimo passato,

non sendo a me tornato,

i' mi feci profeta del mio danno;

e veggo che' mie giorni indarno vanno,

sì che di lui, sappiendone niente,

parlami apertamente,

perché 'l mie cor da te aiuto spera -.

Ed io a lei: - Donna leggiadra e altera,

confortati, ché vive el tuo signore;

e con maggior dolore

che non hai tu, e' vive notte e giorno.

E conviegli guardar da molti intorno,

e tal l'offende che lo dovre' atare;

non si può riparare

da tanti morta' colpi, quant'è offeso.

Con pazïenza e' comporta ogni peso,

sperando rïaver presto vettoria,

ché la divina gloria

gli cede che debb'esser vincitore;

sì che, donna, raffrena el tuo dolore

col ripensar le pene del tuo amante,

che ne sopporta tante

con pazïenza per venir felice!

Con questo ti ricordo che si dice

che nell'afrizïon l'aver compagno

si mitica el suo lagno:

pensando l'un dell'altro, el ver ti dico -.

Ed ella a me: - Piacciati, caro amico,

di dirmi se 'n Faenza fai ritorno

sanza troppo soggiorno;

ti priego che di ciò il ver tu mi dica,

ch'i' bramerrei darti alquanta fatica,

se terminassi farvi ritornata,

di picciola imbasciata

al mie signor, dandogli un po' conforto.

Vorrei che li dicessi in parlar corto

come tu m'hai trovata, e dove e quando

ti venni domandando

di lui, e tu contentasti mie voglia.

Di' che mi cuoce e duol pi- la suo doglia

che non mi fa la mia, pensando quanto

offeso è d'ogni canto

da chi 'l dovre' mantenere in potenza.

Ma di' che per divina providenza

s'è mosso per suo aiuto el forte Marte

e viene in quella parte

per farlo presto in vettoria giocondo.

E non fie niun che non gli sia secondo

d'uomin terren, ché così vuol Chi puote.

Volgendo le suo rote,

abbasserà chi più alto è salito,

che ogni male alfin sarà punito

e 'l ben remunerato, per usanza

che Quel che n'ha possanza

promette ch'a ciascun così sia fatto.

Chi vagellando altro credessi è matto.

Chi con virtù segue il timor d'Iddio,

questo certifich'io:

che 'n ogni vita arà prosperitate.

E di' che quando egli è 'n felicitate

che si ricordi come e' m'ha lasciata,

che faccia ritornata

a rivedermi, come e' m'impromisse-.

Allor Chiffo rispose a lei e disse:

- Rafrena 'l tuo dolor, donna tapina,

ch'i' parto domattina

per satisfar la tua domanda intera.

E ho di punto inteso tua matera,

e 'nfino a là non farò riposata

per dispor tuo 'mbasciata

al tuo Astor, dinanzi a sua presenza.

Dunque non indugiar: dammi licenza! -

E con questo parlar fuor del giardino

uscisti a capo chino

per riverirla, e mettestiti in via

e camminasti tanto notte e dia

che 'l terzo giorno giugnesti in Faenza.

Sanza far ricistenza

t'apresentasti a quel signor gentile,

dicendo: - Quella donna signorile

per suo parte mi manda a confortarti,

volendo ricordarti

che, quando puoi, la torni a rivedere.

E più m'ha detto i' ti faccia assapere

che presto sa che tornerai in tuo stato,

e per racomandato

ti piaccia averla, quando tu potrai -.

Canzon, poi ch'a Faenza n'andrai,

con diligenza spon la tuo 'mbasciata,

la qual t'ha consegnata

la gentil donna. E per tutto 'l camino

sappi chi m'ha privato del Giardino.