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By Torquato Tasso

Celeste Musa, or che dal ciel discende

nova progenie in terra,

e pace han di lor guerra

l'aria e l'onde tranquille e cheto il vento,

prendi la cetra; e dov'inchina ed erra

il sol per via distorta e dove ascende,

l'alto suon che s'attende

spargi, e de le sue lodi alto concento,

qual di corso là sù veloce o lento:

perché il vecchio Saturno e 'l padre e 'l figlio,

che 'l sospinse in esiglio,

e tanti lor nipoti, ond'è ripieno

mar, terra e ciel sereno,

men chiaro esempio danno, ove si vanti

l'antica età di mostri e di giganti.

Qui non vedesti guerre interne o sdegni,

non discordie e furori,

non favolosi amori,

che quasi han fatto vergognar le carte;

ma verdeggiar le palme e i sacri allori

tra l'arme trionfali e i chiari ingegni

via più che in mille regni,

come sol vide il buon popol di Marte;

ed ornar la natura a prova e l'arte

cittate antica, e mansueto impero

d'invitto cavaliero,

che d'elmo ricopria canuta chioma,

qual Cincinnato in Roma;

poi di tre guerre e saggio e forte e giusto

a prova trionfò col grande Augusto.

Di questo nobil seme e di celeste

principio al mondo nacque

qui sovra lucid'acque

il figlio ed altri eroi famosi in armi,

i cui pregi la fama allor non tacque,

anzi l'ali spiegò veloci e preste:

ricordar ve 'n dovreste

voi che date gran pregio a gli alti carmi,

tal che l'hanno minor metalli e marmi;

e più de l'altre tu, che cerchi intorno

il ciel di lumi adorno,

onde scendon fra noi da l'auree stelle

l'alme leggiadre e belle,

onde questa volò con auree piume

ch'or apre gli occhi vaghi al nuovo lume.

Mentr'ella giù venia di sfera in sfera

ne' sereni viaggi

tra cerchi e lumi e raggi,

e tra forme lucenti e segni eterni

di fere che non fanno a l'alme oltraggi,

perché la gente, oltra ragione altera,

qua giù languisca e pera

e veggia rinnovar gli orridi verni,

tutti l'ornaro a prova, e que' superni

regni lasciando e gli alti seggi a tergo,

qual natio caro albergo;

ella parea portar diletto e pace

e ciò che giova e piace,

e lieta le spargea di fiori 'l grembo

la terra sparsa d'un celeste nembo.

E 'l Mincio fé parer chiari cristalli

e puro argento l'onde,

e ne l'antiche sponde

di smeraldo parean le foglie e l'erbe,

e gemme in su le rive e 'n fra le fronde

i fiori somigliar vermigli e gialli,

e fiorir prati e valli

e le piante mostraro alte e superbe

fiorita vista di bellezze acerbe;

e le gregge, pascendo, assai più bello

fecero e chiaro il vello;

e l'aure mormorar con dolci spirti

tra pini e faggi e mirti;

e risonò di cigni il dolce canto,

e tre volte s'udì: "Felice Manto".

E le voci sonora e lieta imago

replicava tre volte,

e perché ogni uom l'ascolte

tre volte le portò la Fama a volo

per l'abitate parti e per l'incolte;

ed io, quasi presago,

sovra il suo puro lago

l'intesi, onde temprai l'interno duolo.

Signor, che questo reggi e l'altro polo,

tal ch'un tuo picciol cenno al ciel profondo

è legge, e legge al mondo,

conferma le speranze e i detti nostri

da gli stellanti chiostri;

e se nube lontana il cielo adombra,

la scacci la virtù che 'l mal disgombra.

Onde cresca il fanciullo, e 'n lui risplenda

pur come raggio o luce

del padre e d'alto duce

e di tanti avi suoi la fama illustre;

e se vera virtute al ciel conduce,

né fortuna né fato in van contenda,

e glorioso ascenda

con le sue membra e segni il suol palustre

d'alti vestigi il suo valor trilustre;

e tra l'arti di pace ancor s'avanzi,

anzi tra l'arme, ed anzi

tra gli aurei scettri; al fin d'Olimpo in cima,

ov'è la fede, e prima

poggi a la Gloria e con serena fronte

fiammeggi armato in quel famoso monte.

Tu giacer il vedrai, canzone, in fasce,

e l'aquile, sostegno a l'aurea cuna,

segni d'alta fortuna,

quasi voglian portarlo in grembo a Giove.

Pur, mentre ancor non move,

se l'ali il sonno od altro affrena o lega

tu veloce e leggiera al ciel le spiega.