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By Celio Magno

Del bel Giordano in su la sacra riva

solo sedeami, ed al pensoso volto

stanco i' facea de la mia palma letto;

quand'ecco tra splendor che d'alto usciva

un dolce suon: ver cui lo sguardo volto,

e pien di gioia e meraviglia il petto,

scorsi dal cielo in rilucente aspetto

bianca nube apparir d'angioli cinta,

ch'in giù calando al fin sopra me scese

e in aria si sospese.

Restò tutta a que' rai confusa e vinta

l'alma;e, certa che nume ivi s'asconda,

le divote ginocchia a terra inchina.

rotta la nube allor tosto s'aperse

e nel suo cavo sen tre dee scoperse,

tutte in vista sì vaga e pellegrina,

e tanto nel mio cor dolce e gioconda

ch'uman pensier non è ch'a lei risponda;

ma la prima che sparse in me sua luce,

parea de l'altre due reina e duce.

Questa in gonna d'un vel candido e puro

coronato di stelle il crine avea,

co' lumi bassi e tutta in sé romita;

l'altra in verde e bel manto un cor sicuro

mostrando, le man giunte al ciel tenea

con gli occhi e col pensiero in lui rapita;

d'ostro ardente la terza era vestita,

e frutti e fiori ond'avea colmo il seno

spargea con larga e con mai stanca mano.

La prima in sovrumano

parlar disciolse a la sua lingua il freno,

e: — O cieca — a me disse, — o stolta mente

di voi mortali, o miserabil seme,

mentre lunge da Dio ve n' gite errando

ed a' vostri desir pace sperando

ove tra guerra ognor si piange e geme.

Quel sommo eterno amor tanto fervente

in tua salute, or grazia a te consente

che 'l vero ben da noi ti si dimostri:

tu nel cor serba attento i detti nostri.

Apre nascendo l'uom pria quasi al pianto

ch'a l'aria gli occhi: e ben quinci predice

gravi tormenti a' suoi futuri giorni;

né qua giù vive altro animal che tanto

sia di cibo e vestir privo e infelice,

né ch'in corpo più fral di lui soggiorni.

l'accoglie poi tra mille insidie e scorni

il mondo iniquo; e 'n labirinto eterno

di travagli e d'error l'intrica e gira:

ch'ognor brama e sospira

oltra il suo stato, e sente un verme interno

che le midolle ognor consuma e rode.

Chi d'or la sete o di diletti appaga?

Chi mai d'ambizion termine trova?

e se pur dolce in tanto amaro prova,

di soave veleno unge la piaga

e di mortal sirena al canto gode:

ché quel ben torna a maggior danno e frode.

ancor ch'ei ben non sia ma sogno ed ombra,

che non sì tosto appar, che fugge e sgombra.

Ma che dirò de la tremenda e fera

falce onde morte ognor pronta minaccia,

sì ch'aver sol dal cielo un cenno attende?

Ahi quante volte allor ch'altri più spera

la sua man lungi e che più lenta giaccia,

giunge improvisa e 'l crudo ferro stende!

Voi, le cui voglie sazie a pena rende

il mondo tutto, e quasi eterni foste

monti ognor sopra monti in aria ergete,

voi, voi tosto sarete

vil polve ed ossa in scura tomba poste.

E tu ancor che m'ascolti, e 'l fragil vetro

del viver tuo saldo diamante credi,

egro giacendo e di rimedio casso

ti vedrai giunto al duro ultimo passo;

e gli amici più cari e i dolci eredi

con ogni tuo desir lassando adietro,

fredda esangue n'andrai soma in ferètro.

Oltra che spesso avien ch'uom moia come

fera, senza sepolcro e senza nome.

Misera umana vita ove per altra

miglior, nata non fosse; e un sospir solo

de l'aura estrema in lei spegnesse il tutto.

Suo peggio fora aver mente sì scaltra:

ché 'l conoscer il mal raddoppia il duolo,

e buon seme daria troppo reo frutto.

Ma questo divin lume in voi ridutto

giamai non more; in voi l'anima regna,

che del corporeo vel si veste e spoglia.

La qual, s'ogni sua voglia

sprona a virtù, del ciel si rende degna;

e quanto prova al mondo aspro ed acerbo

spregiando fa parer dolce e soave.

Ma com'uom possa a tanta speme alzarsi,

m'ascolta, o figlio; e benché siano scarsi

tutti umani argomenti, ove a dar s'have

luce de l'alto incomprensibil Verbo,

quando umiltà non pieghi il cor superbo,

tu però che di sete ardi a' miei raggi,

vo' che 'l fonte del ver nei rivi assaggi.

Mira del corpo universal del mondo

il vago aspetto e l'animate membra,

e qual han dentro occulto spirto infuso;

mira de l'ampia terra il sen fecondo

quante cose produce e quanto sembra

ricco del bello intorno a lui diffuso;

e teco dì: “Questo mirabil chiuso

vigor ch'in tante e sì diverse forme

tutto crea, tutto avviva e tutto pasce,

onde move? Onde nasce?

Qual fu 'l maestro a tanta opra conforme?

Qual man di questo fior le foglie pinse,

e gli aperse l'odor, la grazia e 'l riso?

Chi l'urna e l'onde a questo fiume presta

e 'l volo e 'l canto in quel bel cigno desta?

Chi dai lidi più bassi ha 'l mar diviso

e per quattro stagion l'anno distinse?

Chi 'l ciel di stelle e chi di raggi cinse

la luna e 'l sole, e con perpetuo errore

sì constante lor diè moto e splendore?”

Non son, non sono il mar, la terra e 'l cielo

altro che di Dio specchi e voci e lingue,

che Sua gloria cantando innalzan sempre;

e ne sia certo ognun che squarci il velo

che degli occhi de l'alma il lume estingue,

e che l'orecchie a suon mortal non stempre.

Ma l'uom più ch'altri in chiare e vive tempre

dee risonar l'alta bontà superna,

se de' suoi propri onor grato s'accorge;

e in sé rivolto scorge

quanto ha splendor de la bellezza eterna.

Ei di questo mondan teatro immenso

nobil re siede in più sublime parte,

anzi del mondo è pur teatro ei stesso,

e del gran re del ciel che mira in esso

la sua sembianza e tante grazie sparte,

tutto ver lui d'amor benigno accenso.

Ahi mal sano intelletto, ahi cieco senso!

com'esser può che sì continua e fosca

notte v'ingombri e 'l sol non si conosca?

Che benché fuor di queste nebbie aperto

scorgerlo invan procuri occhio mortale,

tanto splende però, che giorno apporta.

Questo in ogni camin più oscuro ed erto

è fido lume, e giunge ai piedi l'ale,

e d'ineffabil gioia i cor conforta;

questo ebber già per solo duce e scorta

mille lingue divine e sacri spirti

che 'l fero in voci e 'n carte altrui sì chiaro,

e che 'l mondo spregiaro

tra boschi e grotte in panni rozzi ed irti.

E voi ch'in tanta copia, alme beate,

palma portaste di martirio atroce,

o di che ferma in Dio fede splendeste,

mentr'or sott'empia spada il collo preste

porgete e di tiranno aspro e feroce

col mar del vostro sangue i piè bagnate,

or di gemiti invece inni cantate

fra l'aspre rote e fra le fiamme ardenti,

stancando crudeltà ne' suoi tormenti.

Noi fummo allor vostra fortezza e vostre

dolci compagne in quei supplici tanti:

ché frale e vano ogni altro schermo fora.

Così son giunte ognor le voglie nostre

d'un foco accese in desir giusti e santi:

né l'una senza l'altra unqua dimora.

Dio c'inviò per fide scorte ognora

de l'uom, sì caro a lui diletto figlio:

onde seco per noi si ricongiunga

e in sua patria giunga.

Ma quella i' son ch'al ver gli allumo il ciglio,

e d'aperto mirarlo il rendo degno,

ove cieco salir per sé non basta

e ove giunto ogni altro ben disprezza.

Tu meco dunque a contemplar t'avezza

ed a lodar con mente pura e casta

l'alto Signor di quel celeste regno

dietro a me per la via ch'ora t'insegno;

ma mentre le mie voci orando segui,

fa che 'l mio cor più che la lingua adegui.

O di somma bontate ardente sole,

a par di cui quest'altro è notte oscura!

Vera vita del mondo e vero lume!

Tu, ch'al semplice suon di tue parole

il producesti e n'hai paterna cura;

tu, c'hai il poter quanto il voler presume:

o fonte senza fonte, o immenso fiume

che stando fermo corri e dando abondi

e senza derivar da te derivi!

Tu, ch'eterno in te vivi,

e quanto più ti mostri e più t'ascondi;

tu, che quand'alma ha di tua luce vaghi

i suoi desir, le scorgi al cielo il volo,

rinovata fenice a' raggi tuoi!

Se nulla è fuor di te, che solo puoi

esser premio a te stesso, e se tu solo

dai 'l ben, l'obligo avvivi e 'l merto paghi,

s'ogni opra adempi, ogni desire appaghi,

dal ciel benigno nel mio cor discendi,

e gloria a te con la mia lingua rendi. —

Mentre così cantava e del suo foco

divin m'ardea la bella duce mia,

l'altre ancor la seguian col canto loro

e degli angioli insieme il sacro coro:

del cui concento intorno il ciel gioìa,

sembrando un novo paradiso il loco.

Conobbi allor che 'l saper nostro è un gioco,

e che quel che di Dio si tien per fede

certo è via più di quel che l'occhio vede.