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Te, Sisto, io canto, e te chiamo io cantando,
non Musa o Febo, a le mie nove rime;
come potrei senza tua aita o quando
d'Elicona salir l'eccelse cime
o del tuo monte, e teco al ciel poggiando
co' detti alzarmi e col pensier sublime?
Questo degg'io tentar, s'ogni altro or falle,
da sollevarmi erto e sicuro calle.
Dica altri il modo onde l'amica guerra,
anzi il discorde Amor congiunga e tempre
con l'aria il foco e con l'umor la terra
in sì maravigliose e varie tempre;
e come il ciel, che li circonda e serra,
per tai contrari non si strugga e stempre
e con legge immortal si volga intorno,
di chiare stelle e di candore adorno.
E come l'altre spere in giro porte
la grandissima spera e la superna,
e 'ncontra mova il sol per vie distorte
tra mostri e fere a la fatica eterna;
ch'ora tenebre, or luce, or vita, or morte
nel suo partirsi e nel tornare alterna,
tal che manca una cosa e l'altra avanza,
e muta il mondo al variar sembianza.
E che più affretti il sol di segno in segno
a gir precipitando i giorni algenti,
o qual intoppo tardi, o qual ritegno
di fredda notte i lunghi corsi e lenti;
o quel che volga il mare e 'l suo disdegno
quasi ristringa, e mova e freni i venti,
e vapori le nubi e quasi appenda,
l'arco dipinga e le comete accenda.
Ch'io nel parlar di te voci e parole
tutte ineguali or trovo a quel ch'io penso,
tanto penna d'ingegno avvien che vole
sovra questo aer tenebroso e denso,
sovra l'errante luna e sovra il sole,
sovra ogni luce che risplende al senso
in angelico tempio, ov'è lucente
il sol che illustra ogni beata mente.
Quinci religion, che il mondo a l'empio
culto sottrasse ed a' fallaci inganni,
per farsi del tuo petto un vivo tempio,
scese volando a te sul fior de gli anni;
e ti fece seguir il santo esempio
di Francesco, vestendo i bigi panni,
e consacrando a Dio la mente e 'l core
t'accese tutto di celeste amore.
E come duce suol che l'alte mura
difende e schifa ingiuriosi oltraggi,
così de l'alma tua candida e pura
pose ella in guardia i pensier casti e saggi
tra sensi lusinghieri, onde sicura
di rea morte scacciò mille messaggi,
e del superbo nostro empio nemico,
che l'odio serba e 'l suo veneno antico.
E poi con trionfale e grande insegna
accampasti felice incontra il mondo
con povertà, ch'ei tanto abborre e sdegna,
sprezzando or, gemme, quasi inutil pondo,
e la sua gloria, ond'abbagliar s'ingegna
le nostri menti, e 'l suo piacer immondo;
sete e fame soffristi, ardore e gelo,
stanchezza e sonno, ed aspirasti al cielo.
Qual mai di Sparta antica o ver di Roma
faticoso guerrier cotanto valse,
che sotto il fascio e sotto iniqua soma
repente apparve ed improvviso assalse?
Quei, benché fusse soggiogata e doma
la barbarica terra e l'onde salse,
ebber premio terren, corona e palma.
Tu gloria eterna t'acquistasti a l'alma.
E di mille trofei memoria appena
riman senza vestigio in piaggia o 'n monte
o 'n qualche solitaria inculta arena,
tal che paventan Lete e Flegetonte;
ma in parte più lucente e più serena,
in cui non caggia il sole e non sormonte,
i tuoi saranno ove il tuo duce avvampa,
segnato ancor de la spietata stampa.
Perch'ogni voglia a la ragion rubella,
in guisa d'uom che miglior parte elegge,
tu la rendesti ubbidiente ancella
e la frenasti con severa legge:
tal che d'ira o di sdegno atra procella
non crollò l'alto imperio ov'ella regge,
né di pronti desiri avida turba
che 'l seren de la mente anco perturba.
Qual fondamenti di mirabil opra
loca architetto in parte ima e profonda,
poi dove s'erga al ciel, dove si copra
di peregrini marmi orna e circonda,
e tutto d'or lucente è quel di sopra,
né di ricchezze men che d'arte abbonda,
tale al tuo contemplare anco facesti
sostegni d'opre e di costumi onesti.
E 'n contemplando il tuo divin pensiero
non cercò falso onor, né gloria volse,
non colorito di menzogne il vero,
ma nudo e bello, e non coprillo o 'nvolse;
e del parlar fallace e lusinghiero
tutte l'arti conobbe e i nodi sciolse
tutte l'oblique vie del laberinto,
benché altri od erri o cada al laccio avvinto.
Né pur scegliesti e quinci e quindi il meglio,
come ape i fiori onde il suo nel si faccia,
ma, quel che rado avvenne al tempo veglio,
in quella luce onde ogni orror si scaccia
vedesti Iddio non come forma in speglio,
ma per sua rara grazia a faccia a faccia,
non ben contento di vederne il tergo,
poggiando in parte ov'ei si fece albergo.
Ove non giunse Enoch, e meno intese
forse di sua natura al ciel translato;
non Elia, che pur anco al cielo ascese,
come si stima, ad immortale stato;
non sì alto Esaia mirando intese,
non colui che descrive il carro alato;
e più sublime il seggio e stabil chiostra
più eccelsa sovra a tutt'a voi si mostra.
Ed oltre l'ale, ond'egli intorno ascoso
ed occulto si sta, mirare osasti
quasi per sacro velo e velo ombroso;
e col suo foco il tuo desir purgasti,
de la sua gloria e de l'amor bramoso,
l'alma pudica avendo e i pensier casti;
e salisti con Paolo ove s'infiamma
il nostro cor de la divina fiamma.
E qual sublime augel che spiega il volo
non temendo che rete il prenda o tardi,
la mente peregrina alzossi a volo,
e nel suo vero Sol fissò gli sguardi:
anzi di tre gran Soli un Sol non solo
scorgesti amando, onde t'illustri ed ardi,
ed entrasti con Dio l'alta tenebra,
quasi lucente al suo splendor latebra.
Ma l'alma che sostenne eterna luce
non s'abbaglia ne l'altre e non s'adombra,
e le cose che fuori Iddio produce
meglio comprende e nullo error l'ingombra;
come imago del sole in mar riluce,
e la veggiamo al dipartir de l'ombra,
così mira ella i magisteri e i modi
de l'opre sante, onde l'adori e lodi.
E 'ntende, no 'l turbando invido affetto
come il bel si comparte e si diffonde,
e nel maraviglioso alto concetto,
in cui fece la terra e 'l cielo e l'onde,
e diede al mondo il suo lucente aspetto
ch'involto fu di oscurità profonde;
gli angeli pensi, e i suoi pensier sian opre
in cui la gloria sua rivela e scopre.
E come de' secondi almi splendori
il più bello oscurò divin sembiante
e si coprì di tenebrosi errori,
fatto superbo e di se stesso amante;
e contese nel ciel d'eterni onori
fra l'angelo rubello e 'l più costante,
e quel cader, quasi balen ch'avvampi,
folgoreggiando da' celesti campi.
E tutti quei, che 'l tergo a Dio rivolto,
il ben fuggendo, fabbricaro il male,
in caligine densa il chiaro volto
cangiati e 'n negre le già candide ale;
sapesti poi che 'n luogo ombroso e colto
Dio pose l'uom, che diventò mortale,
benché immortal fosse creato in prima,
perché la data legge ei poco stima.
Non potendo frenar l'ardito gusto,
de l'arbore vietato il pomo coglie:
però cacciato fu quell'uom vetusto
di paradiso e la fallace moglie.
Giusto il divieto, e quel gastigo è giusto,
in cui prima vestir le rozze spoglie:
la morte entrò nel mondo, e sparse il sangue
l'empio fratel del suo fratello esangue.
Contaminata de la colpa antica,
l'umana stirpe empié cittadi e regni,
sentì il tauro l'aratro e la fatica
ed impresse ne' campi i lunghi segni;
e gente a gente, oltre il dover nemica,
fabbricò l'arme e conservò gli sdegni,
anzi furo arme i cerri e l'alte querce;
passò la nave il mar con ricca merce.
Nacquer giganti, e smisurata possa
gli fece a l'ira ed al furor sì pronti,
e perché Etna non sia da lor commossa,
come par che la fama orni e racconti,
torre forse maggior di Pelio e d'Ossa
e d'Olimpo innalzar, famosi monti,
torre superba, in cui di varie lingue
confuso è il suon che nulla età distingue.
Già la terra di vizi in guisa è carca,
che 'l diluvio l'inonda e calle asciutto
non lascia, e salva è sol mirabil arca
fra il ciel turbato e 'l minaccioso flutto,
come la nave or tua, che l'onde varca;
ma quella non conduce il popol tutto
e molti esclude, e tu ciascuno accogli,
e tra sirti gli scampi e duri scogli.
Or qual fra gli altri ne l'antiche note
celebrati misteri io volgo appresso,
per cui scorgano l'alme a Dio devote
come fusti dal cielo a noi promesso?
Dirò di antico re, di sacerdote,
lo qual figura Cristo e poi te stesso,
che sacrifichi il pane, e giungi intanto
il sommo sacerdozio al regno santo.
O pur dirò di lui che 'l figlio offerse
a Dio nel sacrifizio? e tu di quello
in vece offristi il core, ed ei lo scerse,
e lo gradì co 'l benedetto Agnello;
te somigliò colui che 'l monte aperse
con la sua verga al fonte, e 'l suo fratello
che diè le scritte leggi, e tu l'adempi
di grazia, e d'ambedue rinnovi esempi.
Ma dove lo mio stil veloce è scorso
per giunger di tue lodi a l'alma meta?
Ché per troppo spronare è tardo il corso,
né vengo in parte ove il desio s'acqueta;
ma torno indietro, e te veggio io precorso
ne' sacri studi tuoi, ché nulla il vieta
quinci e quindi cercar doppio tesauro,
di saper vago e non di gemme e d'auro.
Ed or ne l'ombra de l'antica istoria,
dove l'eterno Padre il Figlio accenna,
or ne la viva luce e ne la gloria
dove risplende, e con ben dotta penna
lascia l'unico figlio alta memoria,
e l'ali di volare al ciel n'impenna,
contempli il vero, or dove altrui rivela
suo spirto che s'oscura altrove e cela.
E pria che d'alta parte al dolce suono
la dotta lingua a ragionar tu sciolga,
di saper t'empi, anzi di santo dono,
d'ardente spirto onde si snodi e volga,
e desti l'alme sorde al chiaro tuono
e da gli occhi appannati il velo tolga;
cominci poi come sonora tromba,
per cui l'onor di Cristo alto rimbomba.
E segui altrui d'eterna e santa pace
spargendo il seme, il qual s'avanzi e cresca,
e richiamando dal sentier fallace
al dritto calle ond'a buon fin riesca;
e quel ch'a l'alme giova e quel che piace
temprando insieme, e lor prendendo a l'esca
o ne le reti, che per farne acquisto
cinser il mondo e fecer preda a Cristo.
Ed or come maestro, or come padre
emendi quegli errori ond'uom vaneggia,
e d'opre giuste esempio e di leggiadre
fai ch'in altri s'onori e 'n te si veggia;
duce diventi alfin di sante squadre
e diventi pastor di fida greggia,
e poggi, al ciel mostrando il calle aperto,
di grado in grado, e più di merto in merto.
E sicura si sta la mandra umile,
mentre cade la pioggia e 'l vento spira,
da' fieri morsi e da l'inganno ostile
del gran nemico suo, ch'acceso d'ira,
come lupo rapace al chiuso ovile
ne l'aer tenebroso intorno gira.
E la profonda fame è il suo tormento
perché tu vegli a la sua guardia intento.
E tu risani ancor l'agnello infermo
perch'altri non ammorbi, e tu 'l diparti;
e se travia per loco incolto ed ermo,
tu 'l riconduci a più sicure parti;
tu dai salute e tu difesa e schermo;
sai tutti di pastore i modi e l'arti,
tu 'l guidi al pasco e tu lo scorgi al rivo,
tu 'l meni a l'ombre ancor nel caldo estivo.
Tal ch'ad opre maggiori eletto alfine
ove sia meglio il tuo valor dimostro
e 'l tuo saper insieme, intorno il crine
cingesti in Vatican di lucid'ostro;
e mentre paventò morti e ruine
o pur giogo e catene il popol nostro,
seco al governo de l'antica nave
t'assise Pio, di senno e d'anni grave.
E ne' secondi casi e ne gli avversi
teco partia il timor, teco la speme;
teco i consigli, e furo in te conversi
gli occhi d'Italia e de le genti estreme,
tanti pregi veggendo e sì diversi
e sì rare virtù congiunte insieme,
e 'n te speraro, e non speraro indarno,
la Senna e 'l Reno, e non pur Tebro ed Arno.
Quinci sublime al sommo grado ascendi,
a l'altissimo seggio, e più non lece,
se non se al cielo, onde le chiavi or prendi
che ponno aprirlo, e sei di Pietro in vece;
e reggi il mondo e più felice il rendi,
simigliando colui che in prima il fece,
di tre corone adorno in manto sacro,
de la sua gloria lume e simulacro.
Tu sei monte in cui l'arca e 'n cui la prisca
legge si diè tra fulmini spiranti,
perché il profan sia lunge e non ardisca
tra i folgori e le nubi andar avanti;
e monte in cui si veggia e riverisca
divinità nel tramutar sembianti,
come al trasfigurar lucente apparse
e i raggi di sua gloria intorno sparse.
E se a l'opre discendi, al ciel vicino
s'erge il sacro metallo in sculti marmi,
di barbarica mole in suol latino
alzan le maraviglie or prose, or carmi,
s'adornan templi e drizza ampio cammino,
sono i tesori accolti in mezzo l'armi,
perché doppia difesa è, s'io non erro,
contra il doppio nemico e l'oro e 'l ferro.
E mentre d'oriente ancor minaccia
il barbaro tiranno ai lidi nostri,
che fuggì dianzi, quasi belva in caccia,
d'aquile o di leoni artigli o rostri;
e là donde Aquilone il mondo agghiaccia
spargono in noi venen tartarei mostri,
tu al nostro scampo intendi a nessun parco,
sprezzando del crudel gli strali l'arco.
Tal valor tu conosci e tanta fede
nel tuo buon duce e ne' guerrieri eletti,
a la cui guardia l'auro ancor si crede,
da spender poscia in sì lodati effetti,
perch'adorin la santa e stabil sede
novi popoli e regi, altri soggetti;
e pria vedrem crollare Abila e Calpe
ch'ella si scuota, ovver Pirene ed Alpe.
E come agguaglia dal balcon sovrano
il dì chiaro a la notte il sole in Libra,
così le colpe del volere umano
la tua giusta bilancia e i merti libra;
e tai la tua severa e santa mano
folgori di giustizia accenna e vibra,
che 'l reo disgombra e 'l vizio si dilegua,
né fra se stesso ancor ha posa o tregua.
Non tenebrosa notte od aer fosco
può coprir le rapine, od ampia torre
od orrida spelonca o folto bosco,
ove il ladron solea le prede accorre;
spalma la nave e dal mar d'Adria al Tosco
muta sicuro altri le merci o corre,
seccasi la palude, e fonti ed urne
son fatte a l'acque e vie quasi notturne.
Roma abbonda e risplende e 'n lei favilla
non è di guerra o ne l'Italia accesa,
ma in lieta libertà pace tranquilla
acqueta ogni discordia, ogni contesa,
simile a quella che nel ciel tranquilla
le menti: or chi più loda ardita impresa?
chi prepone al canuto alto consiglio
la sanguigna vittoria e 'l suo periglio?
Qual provvedere in terra è più sicuro
del tuo, che miri da sublime parte?
Come Tifi tra l'onde o Palinuro
od altro illustre per famose carte,
Orion d'oro armato e 'l pigro Arturo
veggendo e l'altre stelle in ciel cosparte,
e i venti udendo mormorare in grembo
al mar, predici la tempesta o 'l nembo.
O voi, che l'Appenino e l'Alpe alberga
ed inonda il mar d'Adria e 'l mar Tirreno,
greggia ben sete de la santa verga;
e voi, che lava Senna ed Istro e Reno,
e quell'onde ove par che 'l dì sommerga
la chiara luce, e lor s'acqueti in seno;
e voi, che 'l sol mirate uscir di Gange
appresso il lido ch'ei percuote e frange;
e voi gelidi Sciti e Mauri adusti,
e voi che date il Nilo al verde Egitto,
e voi che sete oltre i confini angusti
che pose a' naviganti Alcide invitto,
a voi sante vestigia e passi giusti
segna e di andarne al ciel il cammin dritto
il vicario di Cristo; a voi sì lunge
la sua infinita provvidenza or giunge.
Voi che volgete il ciel, menti superne,
sì ch'un passo non erra in suo viaggio
o luna, o sole, o l'altre stelle eterne,
né spunta a caso in oriente un raggio,
or lui mirate, e chi ben dritto scerne
non meno è giusto in governando o saggio,
e ne gli ordini suoi non vede alcuna
colpa d'arte o di caso o di fortuna.
Ma tu, padre e signor, che freni e reggi
quei che lor fallo non indura e 'mpetra
con le divine e con l'umane leggi,
con podestà fondata in salda pietra,
tu che gli erranti indrizzi e lor correggi,
tu grazia mi concedi e grazia impetra,
ch'io son per merto indegno e gelo e tremo:
così manca il vigor nel corso estremo.
Né già chiedo io mercé d'opere illustri,
né, se fosse mercé, grazia sarebbe,
ma dopo il vaneggiar d'anni e di lustri
perdono a quelle colpe onde m'increbbe;
e le tenebre mie la gloria illustri
che santa lingua e santa penna accrebbe,
perch'io te miri al sol con gli occhi affissi
premer vestigia d'infiniti abissi.