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By Torquato Tasso

Te, Sisto, io canto, e te chiamo io cantando,

non Musa o Febo, a le mie nove rime;

come potrei senza tua aita o quando

d'Elicona salir l'eccelse cime

o del tuo monte, e teco al ciel poggiando

co' detti alzarmi e col pensier sublime?

Questo degg'io tentar, s'ogni altro or falle,

da sollevarmi erto e sicuro calle.

Dica altri il modo onde l'amica guerra,

anzi il discorde Amor congiunga e tempre

con l'aria il foco e con l'umor la terra

in sì maravigliose e varie tempre;

e come il ciel, che li circonda e serra,

per tai contrari non si strugga e stempre

e con legge immortal si volga intorno,

di chiare stelle e di candore adorno.

E come l'altre spere in giro porte

la grandissima spera e la superna,

e 'ncontra mova il sol per vie distorte

tra mostri e fere a la fatica eterna;

ch'ora tenebre, or luce, or vita, or morte

nel suo partirsi e nel tornare alterna,

tal che manca una cosa e l'altra avanza,

e muta il mondo al variar sembianza.

E che più affretti il sol di segno in segno

a gir precipitando i giorni algenti,

o qual intoppo tardi, o qual ritegno

di fredda notte i lunghi corsi e lenti;

o quel che volga il mare e 'l suo disdegno

quasi ristringa, e mova e freni i venti,

e vapori le nubi e quasi appenda,

l'arco dipinga e le comete accenda.

Ch'io nel parlar di te voci e parole

tutte ineguali or trovo a quel ch'io penso,

tanto penna d'ingegno avvien che vole

sovra questo aer tenebroso e denso,

sovra l'errante luna e sovra il sole,

sovra ogni luce che risplende al senso

in angelico tempio, ov'è lucente

il sol che illustra ogni beata mente.

Quinci religion, che il mondo a l'empio

culto sottrasse ed a' fallaci inganni,

per farsi del tuo petto un vivo tempio,

scese volando a te sul fior de gli anni;

e ti fece seguir il santo esempio

di Francesco, vestendo i bigi panni,

e consacrando a Dio la mente e 'l core

t'accese tutto di celeste amore.

E come duce suol che l'alte mura

difende e schifa ingiuriosi oltraggi,

così de l'alma tua candida e pura

pose ella in guardia i pensier casti e saggi

tra sensi lusinghieri, onde sicura

di rea morte scacciò mille messaggi,

e del superbo nostro empio nemico,

che l'odio serba e 'l suo veneno antico.

E poi con trionfale e grande insegna

accampasti felice incontra il mondo

con povertà, ch'ei tanto abborre e sdegna,

sprezzando or, gemme, quasi inutil pondo,

e la sua gloria, ond'abbagliar s'ingegna

le nostri menti, e 'l suo piacer immondo;

sete e fame soffristi, ardore e gelo,

stanchezza e sonno, ed aspirasti al cielo.

Qual mai di Sparta antica o ver di Roma

faticoso guerrier cotanto valse,

che sotto il fascio e sotto iniqua soma

repente apparve ed improvviso assalse?

Quei, benché fusse soggiogata e doma

la barbarica terra e l'onde salse,

ebber premio terren, corona e palma.

Tu gloria eterna t'acquistasti a l'alma.

E di mille trofei memoria appena

riman senza vestigio in piaggia o 'n monte

o 'n qualche solitaria inculta arena,

tal che paventan Lete e Flegetonte;

ma in parte più lucente e più serena,

in cui non caggia il sole e non sormonte,

i tuoi saranno ove il tuo duce avvampa,

segnato ancor de la spietata stampa.

Perch'ogni voglia a la ragion rubella,

in guisa d'uom che miglior parte elegge,

tu la rendesti ubbidiente ancella

e la frenasti con severa legge:

tal che d'ira o di sdegno atra procella

non crollò l'alto imperio ov'ella regge,

né di pronti desiri avida turba

che 'l seren de la mente anco perturba.

Qual fondamenti di mirabil opra

loca architetto in parte ima e profonda,

poi dove s'erga al ciel, dove si copra

di peregrini marmi orna e circonda,

e tutto d'or lucente è quel di sopra,

né di ricchezze men che d'arte abbonda,

tale al tuo contemplare anco facesti

sostegni d'opre e di costumi onesti.

E 'n contemplando il tuo divin pensiero

non cercò falso onor, né gloria volse,

non colorito di menzogne il vero,

ma nudo e bello, e non coprillo o 'nvolse;

e del parlar fallace e lusinghiero

tutte l'arti conobbe e i nodi sciolse

tutte l'oblique vie del laberinto,

benché altri od erri o cada al laccio avvinto.

Né pur scegliesti e quinci e quindi il meglio,

come ape i fiori onde il suo nel si faccia,

ma, quel che rado avvenne al tempo veglio,

in quella luce onde ogni orror si scaccia

vedesti Iddio non come forma in speglio,

ma per sua rara grazia a faccia a faccia,

non ben contento di vederne il tergo,

poggiando in parte ov'ei si fece albergo.

Ove non giunse Enoch, e meno intese

forse di sua natura al ciel translato;

non Elia, che pur anco al cielo ascese,

come si stima, ad immortale stato;

non sì alto Esaia mirando intese,

non colui che descrive il carro alato;

e più sublime il seggio e stabil chiostra

più eccelsa sovra a tutt'a voi si mostra.

Ed oltre l'ale, ond'egli intorno ascoso

ed occulto si sta, mirare osasti

quasi per sacro velo e velo ombroso;

e col suo foco il tuo desir purgasti,

de la sua gloria e de l'amor bramoso,

l'alma pudica avendo e i pensier casti;

e salisti con Paolo ove s'infiamma

il nostro cor de la divina fiamma.

E qual sublime augel che spiega il volo

non temendo che rete il prenda o tardi,

la mente peregrina alzossi a volo,

e nel suo vero Sol fissò gli sguardi:

anzi di tre gran Soli un Sol non solo

scorgesti amando, onde t'illustri ed ardi,

ed entrasti con Dio l'alta tenebra,

quasi lucente al suo splendor latebra.

Ma l'alma che sostenne eterna luce

non s'abbaglia ne l'altre e non s'adombra,

e le cose che fuori Iddio produce

meglio comprende e nullo error l'ingombra;

come imago del sole in mar riluce,

e la veggiamo al dipartir de l'ombra,

così mira ella i magisteri e i modi

de l'opre sante, onde l'adori e lodi.

E 'ntende, no 'l turbando invido affetto

come il bel si comparte e si diffonde,

e nel maraviglioso alto concetto,

in cui fece la terra e 'l cielo e l'onde,

e diede al mondo il suo lucente aspetto

ch'involto fu di oscurità profonde;

gli angeli pensi, e i suoi pensier sian opre

in cui la gloria sua rivela e scopre.

E come de' secondi almi splendori

il più bello oscurò divin sembiante

e si coprì di tenebrosi errori,

fatto superbo e di se stesso amante;

e contese nel ciel d'eterni onori

fra l'angelo rubello e 'l più costante,

e quel cader, quasi balen ch'avvampi,

folgoreggiando da' celesti campi.

E tutti quei, che 'l tergo a Dio rivolto,

il ben fuggendo, fabbricaro il male,

in caligine densa il chiaro volto

cangiati e 'n negre le già candide ale;

sapesti poi che 'n luogo ombroso e colto

Dio pose l'uom, che diventò mortale,

benché immortal fosse creato in prima,

perché la data legge ei poco stima.

Non potendo frenar l'ardito gusto,

de l'arbore vietato il pomo coglie:

però cacciato fu quell'uom vetusto

di paradiso e la fallace moglie.

Giusto il divieto, e quel gastigo è giusto,

in cui prima vestir le rozze spoglie:

la morte entrò nel mondo, e sparse il sangue

l'empio fratel del suo fratello esangue.

Contaminata de la colpa antica,

l'umana stirpe empié cittadi e regni,

sentì il tauro l'aratro e la fatica

ed impresse ne' campi i lunghi segni;

e gente a gente, oltre il dover nemica,

fabbricò l'arme e conservò gli sdegni,

anzi furo arme i cerri e l'alte querce;

passò la nave il mar con ricca merce.

Nacquer giganti, e smisurata possa

gli fece a l'ira ed al furor sì pronti,

e perché Etna non sia da lor commossa,

come par che la fama orni e racconti,

torre forse maggior di Pelio e d'Ossa

e d'Olimpo innalzar, famosi monti,

torre superba, in cui di varie lingue

confuso è il suon che nulla età distingue.

Già la terra di vizi in guisa è carca,

che 'l diluvio l'inonda e calle asciutto

non lascia, e salva è sol mirabil arca

fra il ciel turbato e 'l minaccioso flutto,

come la nave or tua, che l'onde varca;

ma quella non conduce il popol tutto

e molti esclude, e tu ciascuno accogli,

e tra sirti gli scampi e duri scogli.

Or qual fra gli altri ne l'antiche note

celebrati misteri io volgo appresso,

per cui scorgano l'alme a Dio devote

come fusti dal cielo a noi promesso?

Dirò di antico re, di sacerdote,

lo qual figura Cristo e poi te stesso,

che sacrifichi il pane, e giungi intanto

il sommo sacerdozio al regno santo.

O pur dirò di lui che 'l figlio offerse

a Dio nel sacrifizio? e tu di quello

in vece offristi il core, ed ei lo scerse,

e lo gradì co 'l benedetto Agnello;

te somigliò colui che 'l monte aperse

con la sua verga al fonte, e 'l suo fratello

che diè le scritte leggi, e tu l'adempi

di grazia, e d'ambedue rinnovi esempi.

Ma dove lo mio stil veloce è scorso

per giunger di tue lodi a l'alma meta?

Ché per troppo spronare è tardo il corso,

né vengo in parte ove il desio s'acqueta;

ma torno indietro, e te veggio io precorso

ne' sacri studi tuoi, ché nulla il vieta

quinci e quindi cercar doppio tesauro,

di saper vago e non di gemme e d'auro.

Ed or ne l'ombra de l'antica istoria,

dove l'eterno Padre il Figlio accenna,

or ne la viva luce e ne la gloria

dove risplende, e con ben dotta penna

lascia l'unico figlio alta memoria,

e l'ali di volare al ciel n'impenna,

contempli il vero, or dove altrui rivela

suo spirto che s'oscura altrove e cela.

E pria che d'alta parte al dolce suono

la dotta lingua a ragionar tu sciolga,

di saper t'empi, anzi di santo dono,

d'ardente spirto onde si snodi e volga,

e desti l'alme sorde al chiaro tuono

e da gli occhi appannati il velo tolga;

cominci poi come sonora tromba,

per cui l'onor di Cristo alto rimbomba.

E segui altrui d'eterna e santa pace

spargendo il seme, il qual s'avanzi e cresca,

e richiamando dal sentier fallace

al dritto calle ond'a buon fin riesca;

e quel ch'a l'alme giova e quel che piace

temprando insieme, e lor prendendo a l'esca

o ne le reti, che per farne acquisto

cinser il mondo e fecer preda a Cristo.

Ed or come maestro, or come padre

emendi quegli errori ond'uom vaneggia,

e d'opre giuste esempio e di leggiadre

fai ch'in altri s'onori e 'n te si veggia;

duce diventi alfin di sante squadre

e diventi pastor di fida greggia,

e poggi, al ciel mostrando il calle aperto,

di grado in grado, e più di merto in merto.

E sicura si sta la mandra umile,

mentre cade la pioggia e 'l vento spira,

da' fieri morsi e da l'inganno ostile

del gran nemico suo, ch'acceso d'ira,

come lupo rapace al chiuso ovile

ne l'aer tenebroso intorno gira.

E la profonda fame è il suo tormento

perché tu vegli a la sua guardia intento.

E tu risani ancor l'agnello infermo

perch'altri non ammorbi, e tu 'l diparti;

e se travia per loco incolto ed ermo,

tu 'l riconduci a più sicure parti;

tu dai salute e tu difesa e schermo;

sai tutti di pastore i modi e l'arti,

tu 'l guidi al pasco e tu lo scorgi al rivo,

tu 'l meni a l'ombre ancor nel caldo estivo.

Tal ch'ad opre maggiori eletto alfine

ove sia meglio il tuo valor dimostro

e 'l tuo saper insieme, intorno il crine

cingesti in Vatican di lucid'ostro;

e mentre paventò morti e ruine

o pur giogo e catene il popol nostro,

seco al governo de l'antica nave

t'assise Pio, di senno e d'anni grave.

E ne' secondi casi e ne gli avversi

teco partia il timor, teco la speme;

teco i consigli, e furo in te conversi

gli occhi d'Italia e de le genti estreme,

tanti pregi veggendo e sì diversi

e sì rare virtù congiunte insieme,

e 'n te speraro, e non speraro indarno,

la Senna e 'l Reno, e non pur Tebro ed Arno.

Quinci sublime al sommo grado ascendi,

a l'altissimo seggio, e più non lece,

se non se al cielo, onde le chiavi or prendi

che ponno aprirlo, e sei di Pietro in vece;

e reggi il mondo e più felice il rendi,

simigliando colui che in prima il fece,

di tre corone adorno in manto sacro,

de la sua gloria lume e simulacro.

Tu sei monte in cui l'arca e 'n cui la prisca

legge si diè tra fulmini spiranti,

perché il profan sia lunge e non ardisca

tra i folgori e le nubi andar avanti;

e monte in cui si veggia e riverisca

divinità nel tramutar sembianti,

come al trasfigurar lucente apparse

e i raggi di sua gloria intorno sparse.

E se a l'opre discendi, al ciel vicino

s'erge il sacro metallo in sculti marmi,

di barbarica mole in suol latino

alzan le maraviglie or prose, or carmi,

s'adornan templi e drizza ampio cammino,

sono i tesori accolti in mezzo l'armi,

perché doppia difesa è, s'io non erro,

contra il doppio nemico e l'oro e 'l ferro.

E mentre d'oriente ancor minaccia

il barbaro tiranno ai lidi nostri,

che fuggì dianzi, quasi belva in caccia,

d'aquile o di leoni artigli o rostri;

e là donde Aquilone il mondo agghiaccia

spargono in noi venen tartarei mostri,

tu al nostro scampo intendi a nessun parco,

sprezzando del crudel gli strali l'arco.

Tal valor tu conosci e tanta fede

nel tuo buon duce e ne' guerrieri eletti,

a la cui guardia l'auro ancor si crede,

da spender poscia in sì lodati effetti,

perch'adorin la santa e stabil sede

novi popoli e regi, altri soggetti;

e pria vedrem crollare Abila e Calpe

ch'ella si scuota, ovver Pirene ed Alpe.

E come agguaglia dal balcon sovrano

il dì chiaro a la notte il sole in Libra,

così le colpe del volere umano

la tua giusta bilancia e i merti libra;

e tai la tua severa e santa mano

folgori di giustizia accenna e vibra,

che 'l reo disgombra e 'l vizio si dilegua,

né fra se stesso ancor ha posa o tregua.

Non tenebrosa notte od aer fosco

può coprir le rapine, od ampia torre

od orrida spelonca o folto bosco,

ove il ladron solea le prede accorre;

spalma la nave e dal mar d'Adria al Tosco

muta sicuro altri le merci o corre,

seccasi la palude, e fonti ed urne

son fatte a l'acque e vie quasi notturne.

Roma abbonda e risplende e 'n lei favilla

non è di guerra o ne l'Italia accesa,

ma in lieta libertà pace tranquilla

acqueta ogni discordia, ogni contesa,

simile a quella che nel ciel tranquilla

le menti: or chi più loda ardita impresa?

chi prepone al canuto alto consiglio

la sanguigna vittoria e 'l suo periglio?

Qual provvedere in terra è più sicuro

del tuo, che miri da sublime parte?

Come Tifi tra l'onde o Palinuro

od altro illustre per famose carte,

Orion d'oro armato e 'l pigro Arturo

veggendo e l'altre stelle in ciel cosparte,

e i venti udendo mormorare in grembo

al mar, predici la tempesta o 'l nembo.

O voi, che l'Appenino e l'Alpe alberga

ed inonda il mar d'Adria e 'l mar Tirreno,

greggia ben sete de la santa verga;

e voi, che lava Senna ed Istro e Reno,

e quell'onde ove par che 'l dì sommerga

la chiara luce, e lor s'acqueti in seno;

e voi, che 'l sol mirate uscir di Gange

appresso il lido ch'ei percuote e frange;

e voi gelidi Sciti e Mauri adusti,

e voi che date il Nilo al verde Egitto,

e voi che sete oltre i confini angusti

che pose a' naviganti Alcide invitto,

a voi sante vestigia e passi giusti

segna e di andarne al ciel il cammin dritto

il vicario di Cristo; a voi sì lunge

la sua infinita provvidenza or giunge.

Voi che volgete il ciel, menti superne,

sì ch'un passo non erra in suo viaggio

o luna, o sole, o l'altre stelle eterne,

né spunta a caso in oriente un raggio,

or lui mirate, e chi ben dritto scerne

non meno è giusto in governando o saggio,

e ne gli ordini suoi non vede alcuna

colpa d'arte o di caso o di fortuna.

Ma tu, padre e signor, che freni e reggi

quei che lor fallo non indura e 'mpetra

con le divine e con l'umane leggi,

con podestà fondata in salda pietra,

tu che gli erranti indrizzi e lor correggi,

tu grazia mi concedi e grazia impetra,

ch'io son per merto indegno e gelo e tremo:

così manca il vigor nel corso estremo.

Né già chiedo io mercé d'opere illustri,

né, se fosse mercé, grazia sarebbe,

ma dopo il vaneggiar d'anni e di lustri

perdono a quelle colpe onde m'increbbe;

e le tenebre mie la gloria illustri

che santa lingua e santa penna accrebbe,

perch'io te miri al sol con gli occhi affissi

premer vestigia d'infiniti abissi.