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By Torquato Tasso

Come posso io spiegar del basso ingegno

le vele in alto? e col mio tardo carme

così pronto mostrarme

ch'i' solchi di tua lode il mar profondo?

Questo è corso maggior che intorno al mondo

girar de l'ocean l'ondoso regno,

io di vittoria indegno,

cara merce il tuo nome e grave pondo;

però dico fra me: "S'io passo, affondo

o rompo ne le sirti o 'n duro scoglio";

così temendo mi rivolgo indietro,

d'ardir privo e d'orgoglio.

E rimiro l'arene e i salsi lidi,

e 'l mio torto sentier; ma tu m'affidi,

nocchiero esperto e successor di Pietro;

o se per grazia di varcare impetro,

teco verrò dove risplende il vello

(benché in un mar più largo)

del puro e sacro e mansueto agnello:

ché tu sei Tifi e la tua nave è Argo.

Ma quasi monti, al cominciar trapasso

cento opre tue, cento tue lodi e cento,

dove mi porta il vento

del tuo santo favor ne l'ampio gorgo,

che non ha riva o fondo; e quanto io scorgo

de gli anni già trascorsi indietro il lasso,

benché il mio stil più basso

sia del men alto grado, ove più sorgo;

e tutte a l'Austro pur le vele io porgo,

o sovra i regi o sovra i grandi augusti

da' merti alzato in più sublime sede,

o de' saggi, o de' giusti

verace esempio, o Padre, o santo veglio,

de le sacre virtù lucente speglio,

anzi del Sol che illustra antica fede,

la qual l'altro fermò, che parte e riede.

Tu dispensi non sol terreni onori

e le corone in terra,

ma le grazie del cielo e i suoi tesori

con quella stessa man che l'apre e serra.

Qual regno, qual poter, qual forza d'auro

agguaglia l'alta podestà concessa

da la Parola stessa

vestita pur di nostra umanitate?

De l'Imperio Roman Reno, Istro, Eufrate,

termini furo, Abila, Calpe, Tauro.

Né sovra l'Indo o 'l Mauro

là 've s'accende una perpetua state,

posero il giogo le sue schiere armate:

non sono al tuo confini i fiumi o i mari

o le paludi pur che 'ndura il verno,

non colonne od altari,

non monti alpestri ed ermi e 'nculte arene

oltre Menfi superba, oltre Siene,

non Acheronte o Stige o lago Averno,

non la stellante sfera o 'l cieco inferno,

non di due monti l'una e l'altra reggia,

ma quello è in ciel disciolto

che sciogli 'n terra (oh piaccia a Dio ch'i' 'l veggia!),

e quel ch'avvolgi qui lassuso avvolto.

Taccia Roma i trionfi e i regi avvinti,

condotti in Campidoglio appresso il carro,

ch'altre cose qui narro,

altre vittorie io lodo ed altre palme.

E d'altre imprese e d'altri lauri or calme:

te duce, ella fa guerra e, i vizi estinti

o con l'idra già vinti

e con l'Arpie, trionferà con l'alme,

deposte in terra le più gravi salme,

perché degno or non è loco terreno

di sì vittoriose e care spoglie;

ma in quel tempio sereno

fia quel trionfo e 'n quel lucente chiostro,

fiammeggiando il piropo e l'oro e l'ostro;

fra tanto marmi antichi orna e raccoglie

ed a gli dei fallaci ancor ritoglie,

come a te piace, o Sisto; e tu drizzando

gli obelischi a la Croce,

e lei sublime al ciel tre volte alzando,

fai tremar Babilonia e 'l re feroce.

E sette vie, dove pietà non falle,

drizzi a' templi maggiori, e vi consacri

altari e simulacri;

e sentier più sicuro altri non segna

a l'eterno trionfo, e non l'insegna

già in via Sacra o 'n via Lata o 'n altro calle,

monte adeguando a valle;

non si spiegò sì gloriosa insegna

come questa ond'il Re trionfa e regna.

E se tale è qua giù, qual fia nel cielo

sovra il cerchio del sole e gli altri giri,

e senza nube o velo?

Ma per cercar la terra intorno intorno,

non pur là dove nasce e more il giorno,

non fia ch'opre sì eccelse alcun rimiri

e sì pietose, e lagrime e sospiri.

E tu fai quelle e queste, o sommo padre,

tu divino architetto,

usando dentro e fuori arti leggiadre,

de' più santi edifici adorni il petto.

Tal ch'Italia ed Europa a te divota,

come solea, si mostra appresso e lunge;

e donde appena giunge

la vaga fama con veloci penne,

gente che desiosa a noi se 'n venne

per infinito mar con vesta ignota

da gran parte remota,

il tuo gran seggio, e lui, ch'allora il tenne,

riverente inchinò dove convenne;

né l'aquile spiegaro o quinci o quindi,

quanto la Croce estendi, altero volo

fra gli Etiopi gl'Indi

o 'n altre solitarie estreme sponde,

a cui sian quasi chiostro il cielo e l'onde;

ma da l'ardente o dal gelato suolo

venendo e sotto dianzi ascoso polo,

altri non vede cosa eguale a Roma,

o Roma a te sembiante,

ch'oggi con altro nome onora e noma

già pari a sé per opre assai più sante.

Anzi maggior, sì che ristora al danno

di tutto ciò ch'alta ruina involve

e 'l tempo cangia e volve,

co' sacri magisteri, onde s'avanza

e rinnova sua gloria e sua speranza

via più di lustro in lustro o d'anno in anno.

E color che verranno

spirar veggendo tua viva sembianza

da' marmi e i segni ancor d'alta possanza,

diran: "Beato vecchio, onde s'accrebbe

l'antica maestate e l'onor prisco,

a chi tanto mai debbe

Roma, di sue ruine omai felice,

che rinasce da lor, come fenice?"

Ma tu, signor, ch'io lodo e riverisco,

se por le mete a le mie lodi ardisco,

non a la gloria tua, ch'è senza fine,

non sia di grazia parco

pria che stanchi la voce e 'l canto inchine,

perch'il silenzio è porto appresso il varco.

Canzon, vedi a le stelle alzarsi un tempio,

di peregrini marmi opra e lavoro,

in cui sudar molti anni i mastri egregi;

vedi metallo ed oro

appresso gran palagio e sacro monte,

logge, teatro, selva e chiara fonte,

e statue antiche e nove, e navi pregi,

e di fama e d'onor lucenti fregi:

qui dal peso talor grave respira,

ove di zelo avvampi

altro Mosè nel monte, e Dio gl'ispira

sua viva legge, e senza tuoni e lampi.