14. Canto d'Imeneo
O mia soave cetra,
fammi sentir quel suono
che più conviensi a chi è lassù beato:
oggi dal Cielo impetra
Vespasïan tal dono
che meglio non si spera in questo stato,
poi che li posi a lato
quella, de ch'io mi vanto.
Maravigliosa gioia
vince sospiri e noia,
né già mai cederà tal riso al pianto,
ond'io cantando godo
di questo sì felice e caro nodo.
Sorelle in Ciel gradite,
Aglaia et Eufrosina,
e Talia, quai grazie il mondo appella,
venite al ballo unite
meco, ché Ciscarina
degna è che giunga a voi quarta sorella.
Saggia, leggiadra e bella
quanto può darne il Cielo,
per cui conosce il mondo
quel ch'è fra noi giocondo,
e già spogliando lei del bianco velo
voi la bagnaste al fonte,
quando qual Vener si scoperse in fronte.
Pure Driade, e sante
ninfe del bosco sacro,
oggi non siate di bei rami avare;
così già mai le piante
Erisiton, quel macro,
vostre non tronchi, che vi son più care.
Or ghirlandette rare
tesso con nuova foggia:
però, dolci Napee,
con l'altre semidee
di fior spargete un'amorosa pioggia,
e per più largo onore
fate che Giove in Ciel senta l'odore.
Odi, felice coppia,
come ogni vago augello
dolcemente cantando i colli desta.
E amenità raddoppia
il monte, ch'or più bello
di verde erbetta si fa lieta vesta;
ogni selvaggio ha festa
che 'n voi dolcezza prende;
il bel vicino fiume
con leggiadro costume
d'un più dolce liquor gonfiato scende,
e in questi lieti chiostri
altro non s'ode che i bei nomi vostri.
Alma, diletta sposa,
come il tuo viso chiaro
disïoso timor sì presto adombra?
Non star sì lagrimosa,
che diman ti fia caro
colui ch'or di paura il cor t'ingombra.
Godi la felice ombra
di sì beata notte,
ché presto sarai madre
con quel novello padre,
né mai vi fien d'amor le leggi rotte,
ch'i cieli, a voi non sordi,
lungamente vi fan lieti e concordi.
Canzon, fa' che per te questo si dica:
là dove Invidia tace
Vespasïan con Ciscarina giace.