14 [Di Fazio degli Uberti (?)]
Nel primo punto quando Amor percosse,
col suo fucil<e> la viva pietra e dura,
della qual viddi il fuoco for salire,
ad tanto di piacer<e> la mente mosse
l'alta vaghessa, ch'io non missi cura
sentendo in me le faville venire;
e però non so dire
come per li occhi, poi, n'andaro al core,
che parve una esca, sì tosto s'accese;
né so dir<e> come prese,
subitamente, ogni mio senso Amore,
se non ch'appena avea là l'occhio volto,
ch'io mi sentì ciaschuno arbitrio tolto.
Da poi ch'alli occhi quel vago mirare
celato fu, e ch'io sentì quel focho
nel qual fenice l'anima parea,
io presi via maggiore a<d> imaginare
Amor che pria, e più gentile il loco
dove disposto l'intellecto avea;
ciascun pensier dicea,
come i servi al signor fan, per piacere:
– Questi è venuto per nostra salute –.
E sì ogni vertute
m'era già tolta, nel primo vedere,
ch'a me non fu chi mostrasse il contraro,
ond'el mi gosta e è gostato amaro.
Aparven con Amore, in della mente,
fra l'altre novità ch'io vi sentia,
due donne magre, palide e diverse,
perché l'anima mia, timidamente,
disse inver lor: – Che è questo? Che fia?
Chi siete voi? – E l'una a llei s'aperse
e disse: – Due converse
siam di costui che vedi qui, né mai
nostro operar dal suo poder si schianta;
questa è rama e io pianta
di sospiri, di lagrime e di guai –.
Allor si fu chi eran quelle accorta,
e venne di paura tucta smorta.
Là dove si dolea la sbigottita,
temendo già per le parole porte,
vennen due altre donne in altro aspecto:
L'una d'un bianco mi parea vestita,
benigna tanto e d'animo sì forte,
che meraviglia parve a l'intellecto;
l'altra, per gran dilecto,
d'un verde in erba tucta addornata era,
con uno bel fiore in man, sens'altra cosa.
Allor la paurosa,
timidamente, dimandò chi era;
ella rispuose: – Io son di vita scudo;
quest'altra vince non è cor sì crudo –.
Come, nel cominciar del giorno, il sole,
nel dolce tempo, conforta e aviva
a cantar l'algelletto in su la fronda,
così dell'una le dolce parole
e 'l lume che delli occhi all'altra usciva,
fecer l'anima mia tornar gioconda;
e come alla seconda
va nave, solo a guida d'un timone,
così Amor, per lo suo mar, mi mena
con dilecto e con pena,
secondo che mi dan di ciò cagione
le quactro donne, che veder mi fanno
ch'amor non fu né fi' mai sensa affanno.
Canson, di somigliar temo quel folle
che s'afatica di salire al monte
credendo poter giungere alla luna;
ma che posso io, poi ch'Amor vole e volle,
lo qual bagnato m'à nella sua fonte
sì c'ogni sua credensa in me s'aduna?
Non posso più, né non vorrei potere
mio cor dal suo volere
partir<e> già mai per cosa veruna;
così la malaspina in me s'inpruna.