140r (Giovanni Antonio da Poppi)
Qual divin vate o qual degno tesoro
d'eloquenzia, d'ingegno e d'arti incluse,
o qual virtù superne tanto infusa
nel petto uman d'alcun già mai spiroro,
o quale alto coturneo lavoro
s'udì già mai che non fussin confuse
dal tuo poema, nel qual son diffuse
le Muse tutte del parnaseo foro?
In te, vate novello, i sacri raggi
al figliuol di Latona spira e 'nfonde,
te del licor castalio Minerva empie;
e non li versi miei rudi e selvaggi
mertan corona, né son sì profonde
mie rime come di'; ma nude e scempie.