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By Simone Serdini

Sacro e leggiadro fiume,

ponte di gemme intarsïato e vago,

dove Amor vidi ragionar col sole,

dolce e benigna imago,

donde uscì il chiaro e benedetto lume

che m'ha infiammato omai come Amor vòle;

o beate parole,

ch'è di lingua immortale essemplo in terra,

d'altra cetra più degna assai che Orfeo;

fiori, erbette e vïole,

che colse Apollo in mezzo al Citareo;

fronte, principio della nostra guerra,

degna onestà mi serra

dentro dagli occhi ov'è triunfo e impero,

che, se 'l mio ver non erra,

simil non vide mai nostro emispero.

Dritto sangue gentile,

felice albergo e glorïosa parte

dove si posa l'onorata trezza!

Qual potenza o qual arte

in città tanto ingrata e tanto vile

consentì nascer simile bellezza?

Priva di gentilezza,

benché già fusse di tant'alta impresa,

quanto è più sua vergogna ora il parlare!

Nova piacevolezza

in puro cor è assai più da pregiare,

quanto da suo contrario è più contesa;

luce dal ciel discesa,

per mostrar quanto il suo candido fronte

n'abbia la voglia accesa,

forse la invidia assai nostro orizzonte.

Tersi rubini e perle,

rose colte di spin vermiglie e bianche,

mille vaghi fioretti in un bel viso,

fronde pallide e stanche

d'un mansüeto lauro, ch'a vederle

mostran sembianti a noi del paradiso;

un mirar dolce e fiso

da far movere i sassi e volger l'acque,

e qual più dura petra esser più molle;

uno angelico riso,

ch'ogni estremo vapor discaccia e tolle,

e convien ch'ogni nube inde si sciacque.

Io penso quanto piacque

al ciel, che tanto di virtù il sublima,

che forse mai non nacque

sì gentil cor sotto di nostro clima.

Quello eccelso pensiero,

quella benignità c'ha vinto altrui,

l'aere invidïoso e ogni errore,

benedico, e colui

che del suo nome splendido e altiero

sì caldamente mi trafisse il core;

fa, s'io, dolce signore,

giamai mi specchio in la tua santa luce,

che benedetta sia l'or ch'io la scorsi!

Ti ricordi d'Amore,

quando negli occhi tuoi prima trascorsi,

dove fui servo e tu colonna e duce!

Alto ingegno m'induce

imaginar quanto è levato a volo

il sol che mi conduce:

vince le stelle e l'uno e l'altro polo!

Sien benedetti ancora

mille fïate i passi e quei sospiri

che già sì largamente uscîr del petto!

Benedetti i disiri

e la speranza ch'io credetti ognora,

e le lagrime mie con tanto effetto!

Ancor sia benedetto

la terra, il fiume, il ponte, il nido e l'orme

dove il bel piè pavoneggiando posa;

e 'l supremo concetto

che in quella effigie candida e vezzosa,

ben ch'io sia indegno, ha consentito porme!

Benedette le forme

della faretra, e l'arco e le saette,

dove mai non si dorme

di ringraziar le stelle tutt'e sette.

Va, canzonetta mia,

riva del fiume d'Arno ove Dïana

verso la Spina s'imbellisce e innova;

tu la vedrai umana,

ché, se nel mondo mai fu leggiadria

in un cor pellegrino, ivi si trova.

Ma pria ch'a dir ti mova,

inginòcchiati al sol come tu 'l vede:

poi quanto sai ti prova

di ringraziarlo e dimandar mercede.