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Sacro e leggiadro fiume,
ponte di gemme intarsïato e vago,
dove Amor vidi ragionar col sole,
dolce e benigna imago,
donde uscì il chiaro e benedetto lume
che m'ha infiammato omai come Amor vòle;
o beate parole,
ch'è di lingua immortale essemplo in terra,
d'altra cetra più degna assai che Orfeo;
fiori, erbette e vïole,
che colse Apollo in mezzo al Citareo;
fronte, principio della nostra guerra,
degna onestà mi serra
dentro dagli occhi ov'è triunfo e impero,
che, se 'l mio ver non erra,
simil non vide mai nostro emispero.
Dritto sangue gentile,
felice albergo e glorïosa parte
dove si posa l'onorata trezza!
Qual potenza o qual arte
in città tanto ingrata e tanto vile
consentì nascer simile bellezza?
Priva di gentilezza,
benché già fusse di tant'alta impresa,
quanto è più sua vergogna ora il parlare!
Nova piacevolezza
in puro cor è assai più da pregiare,
quanto da suo contrario è più contesa;
luce dal ciel discesa,
per mostrar quanto il suo candido fronte
n'abbia la voglia accesa,
forse la invidia assai nostro orizzonte.
Tersi rubini e perle,
rose colte di spin vermiglie e bianche,
mille vaghi fioretti in un bel viso,
fronde pallide e stanche
d'un mansüeto lauro, ch'a vederle
mostran sembianti a noi del paradiso;
un mirar dolce e fiso
da far movere i sassi e volger l'acque,
e qual più dura petra esser più molle;
uno angelico riso,
ch'ogni estremo vapor discaccia e tolle,
e convien ch'ogni nube inde si sciacque.
Io penso quanto piacque
al ciel, che tanto di virtù il sublima,
che forse mai non nacque
sì gentil cor sotto di nostro clima.
Quello eccelso pensiero,
quella benignità c'ha vinto altrui,
l'aere invidïoso e ogni errore,
benedico, e colui
che del suo nome splendido e altiero
sì caldamente mi trafisse il core;
fa, s'io, dolce signore,
giamai mi specchio in la tua santa luce,
che benedetta sia l'or ch'io la scorsi!
Ti ricordi d'Amore,
quando negli occhi tuoi prima trascorsi,
dove fui servo e tu colonna e duce!
Alto ingegno m'induce
imaginar quanto è levato a volo
il sol che mi conduce:
vince le stelle e l'uno e l'altro polo!
Sien benedetti ancora
mille fïate i passi e quei sospiri
che già sì largamente uscîr del petto!
Benedetti i disiri
e la speranza ch'io credetti ognora,
e le lagrime mie con tanto effetto!
Ancor sia benedetto
la terra, il fiume, il ponte, il nido e l'orme
dove il bel piè pavoneggiando posa;
e 'l supremo concetto
che in quella effigie candida e vezzosa,
ben ch'io sia indegno, ha consentito porme!
Benedette le forme
della faretra, e l'arco e le saette,
dove mai non si dorme
di ringraziar le stelle tutt'e sette.
Va, canzonetta mia,
riva del fiume d'Arno ove Dïana
verso la Spina s'imbellisce e innova;
tu la vedrai umana,
ché, se nel mondo mai fu leggiadria
in un cor pellegrino, ivi si trova.
Ma pria ch'a dir ti mova,
inginòcchiati al sol come tu 'l vede:
poi quanto sai ti prova
di ringraziarlo e dimandar mercede.