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By Giovanni de Mantelli di Canobio

Stanco, non sazio mai, degno di amare,

soletto andai per riponsare a<l> loco

che spesso fu compagno a<l> lacrimare,

quando mi apparve Amor ' megio d'un foco

dicendo: – O mio guirrer, tu ti lamenti

col pianto che te ocide a poco a poco.

Ora ti lieva dagli argogli e stenti,

ch'io voglio oggi menarte a primavera

ove nei prati spira i dolci venti –.

Così seguendo, giunsi in parte ov'era

di donne, al mio parere, un paradiso,

a cui Venere bella e Amore impera.

Io fu' da' mei martìr tutto diviso,

per la nova alegrezza de quell'alme

che gloria avean celeste nel suo viso.

Ivi di mirto un bosco era, e di palme,

in cui vaghi augelletti s'ascoltava

cantar di amor cum amorose salme.

Dal fonte un rivo per l'erbetta andava

che avea di dïamante el suo colore,

rogiada e vari fiori el circundava.

La beltade di 'l loco e il gran valore,

l'accoglienza gentile e le parole,

fôrno cagion di accender più el mio core.

Quivi le Muse si vedeva e il Sole,

e ninfe adorne con soi canti e soni;

tra rose, malva, stursi e infra vïole

gente scorreva con cani e falconi,

a cui da canto andava loro amante,

percotendo i distrer con rame e sproni.

Fermai presso un ginebro le mie piante,

dicendo a Amor: – Chi son costor sì vaghi,

in ligiadre fattezze umane e sante? –

Rispose: – Io voglio, amante, che ti appaghi

di tutti per saper como hai desio,

qual vide in piagge amarsi, in fiumi e laghi.

E' son color che fanno el voler mio,

el qual osserve con amar cum fede;

mira, ciascun mi apprezza e fa suo dio,

fanciullo ignudo, alato, che non vede.

Ma coi strali percuoto i cori e incendo

per far più grazia quando altrui nol crede.

Guarda al triunfo mio, dove alto io splendo,

como esso è adorno in varie gemme ed oro,

con questo andar senza timor mi estendo.

Omini e dèi son posti nel mio coro

e sforzo qual disprezza la mia legge,

e chi mi segue umanamente onoro.

Lo mio scettro ne' ciel e qua giù regge,

né val contrasto cont<r>a mio volere;

beato chi per mi suo error corregge.

Dispon como a ti par di nostro avere:

una giovene eleggi ch'a te piazza,

che poi de mi non t'abbia più a dolere –.

Allora disse: – Questa vaga fazza

a cui m'accosto, sempr<e> fu il mio bene.

Comanda che mia voglia al tutto fazza.

Soe trezze aurate e soe luce serene,

el canto e la 'loquenza <e> i modi saggi

ligâr mio cor con soe forte catene –

Amore un strale trasse acceso in raggi

nel petto di costei ch'ancora m'ama;

cadde fra l'erba presso a umbrosi faggi.

Da poi quella sullieva e quella chiama,

dicendo: – Questo accetta per compagno,

che a ti serà in amar superna fama –.

Taccio lo onore glorïoso e magno

ch'ebbi da Amore e da quest'una in terra,

per cui sto lieto, né più piange e lagno.

Uscito son di la mia cruda guerra

avendo pace già da me bramata,

perché el dolor costei benegna serra,

a cui son caro ed essa è mia beata.

Aver penato amando, non mi dole

<–ata>

<–ole>

né mi ricordo d'i tormenti e inganni

che al fine Amor tutti li priva e tole.

E voglio dir felici i mei bianchi anni,

da poi ch'Amor suavemente arcoglie

in bel così li mei passati affanni.

Morte non stimo che mi' membra spoglie,

quando mi avrà condutto al comun fine,

qual manda in terra nostre pompe e gioglie.

Ché la mia amata e l'altre peregrine

donne a mi fôrno in atti sì piacente

ch'io consolai mie voglie egre e mischine.

Amor, che doppo el duol mi fu clemente,

surrise e disse: – A voi questo fia caro,

che <al>la mia matre e a me vero è servente

<–aro>

e di 'l mio ben farò lui esser degno,

perché in amar già mai non vidi avaro

aver piagato per mei strali e sdegno,

seguirmi con pazienza da ogni lato

infin che lui mi son fatto benegno.

Donne, da voi fia dunqua apparecchiato,

ch'a lui conven vostro gentil servire,

el qual per fideltà ha meritato –.

Esemplo io sia di amar senza el pintire,

amanti, se in mestizia alcun si trova;

ché un giorno bando avran pene e languire.

Amor qual sia fidele in amar prova;

benché fanciullo para e <c>aeco in vista,

el suo volere in mille modi innova.

Io dir vi posso, a soffrire s'acquista

amando como ho amato in amarezza,

poiché contenta ho la mia vita trista.

Doppo el dolor<e> giunge una alegrezza

ch'abbatte ogne passion del miser petto,

e ci conduce d'umil stato <a> altezza.

Niun<o> saper mai può qual sia diletto,

se non colui che già provato ha 'l male,

né qual sia d'il sperar l'ultimo effetto.

Non dica aver el corso suo grande ale

chi mal provede e schiva le fatiche,

a quel che un punto eternamente vale.

Amanti, amate vostre dive amiche

con la constanza, che nel mondo sola

dette già laude a tutte l'opre antiche,

di cui gran fama ancor con palma vola.

Finis