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O grazïosa mano, a porger pronta
e dimandar quel che m'è grato! O Sire,
senza <'l> qual la mia vita è tutta assonta!
Signor, senza tua voglia, in me el martìre
vie più cresce, né manca per dolore,
e vie più arde in me nel mio dormire.
Crede che quando penso in ti, l'amore
me sprona al tuo disio ed or aviene
che 'l petto torce e sì mi batte el core.
Io dico: – O Morte che vinir convene,
aspetta alquanto, e non vinir sì presto,
ch'i' senta quel riposo e grato bene.
E prima che 'l tuo velo negro e mesto
orni el tuo carro, fa ch'i' senta el mio
Signor, che dê vinir per el dì sesto –.
Allora mi serà grato disio,
allor morrò per la suo gran letizia,
qual casserà l'affanno grave e rio.
O gran felicità senza tristizia!
O notte grazïosa, o letto amato,
fatto beato per la sua delizia!
Cridi che 'l miser cor fia lacerato
dall'infïor! D'amor serà felice!
Per una volta, sempre fie sanato!
Chi serà quel? Sarà la mie Fenice,
sol ucel che nel mondo l'ale estende
fra tutti li altri, ed è 'l più vincitrice.
Quel è che la mie morte fuga e rende
la vita al corpo lasso e 'l fiele amaro
muta in suave licor qual l'alma prende.
O quando io ve vedrò, Signor mio caro,
venire a<l> luoco grazïoso e degno,
tutto resplenderà quel luoco chiaro.
Li occhi son quei che son la scorta e 'l segno
de tutto questo amor che per voi sento,
per modo che 'l mio petto è di vo<i> pregno.
Ma senza quel non uscirà di stento
e la mia vita non serà beata,
ma tutta strutta cangerassi in vento.
Ma' serà l'alma mia sanificata
prima che 'l sesto giorno a voi parato
non venga in vesta lucida e ornata.
El mi serà quel tempo ch'è ordinato
di tanto gaudio, quanto Agamenòne
non ebbe quando vinse con bun fato
Troia superba, e quel<la> grande Ilione
ne fu desfatta per Elèna bella
che de tanta ruina fu casone.
Né prese Elettra, d'Oreste sorella,
quando lo vide, che morto il credette,
tanta letizia, prima mischinella.
Né Adrïana ancor, che 'l modo dette
a Teseo a gir ne<l> labirinto solo,
non fu sì leta quando uscir lo vette.
Penelopè la casta ancor nun 'ruolo
quando vidi venir Ulisse al porto:
nobil letizia ardente senza un duolo,
però credea che lui fusse morto,
tanto era stato vagabondo, e tutto
incognito alle gente appare a corto.
Vie più letizia arò e magior frutto
di tutti quilli in la felice notte,
quando verriti, senza doglia e lutto.
Or quanti abbracci seran dati in frotte,
<e> quanti basi a' labri fin rigati,
e quanti colpi sintireno e botte!
E nudi in letto iacère posati,
como Parìs <e> como Elèna ancora,
si dice aver dormito consolati.
E como Endimïon, qual Febe ancora
si dice, con la Luna, ignudo ignudo,
aver dormito in quel tempo e in quell'ora.
E quando fie quel tempo e quel bel ludo,
staren ligati con una catena,
dicendo: – Questo letto non è crudo –.
Ora che voglia, questa notte pina
<di> dolci sospir<i>, non passar mai,
ma sempre duri grata e sì serena!
E come le colombe, e basi arai
che 'n bocca lor si danno senza fine,
ogni affanno <s>porgendo senza guai.
E prima mancarà le acque marine,
e prima el sol con tenebrosa luce
in terra spargerà fredde pru<i>ne;
pri<a> la terra, che tutto conduce,
neg<her>à 'l seme dar al rusticano,
e 'l pesco sicco vivrà senza luce,
anti ch'i' possa la mia vita invano
lassar andar con tua oblivïone,
o ver mutar l'amor in altro piano.
Crede <che> questa vita fia casone
che viva lieta senza più tormenti:
questa mi pare aver in sì rasone.
Però se questa vita senza stenti
ogn'om volesse aver, non serìa guerra
e non serìa battaglie o ver lamenti,
ma vivirebbe tutti in pace, e 'n terra
non darebbe fra' mortal' l'impia sorte
le battaglie e 'l tormento in qual' ci serra.
Onde, per descacciar questa mia morte,
vorrete, Signor mio, grazioso Sire,
con vostre gentilezze uman' e accorte,
el sesto dì, como a voi par, salire.