1435
Onde sonar d'Italia intorno i monti
de le più colte e più leggiadre rime,
e crollar l'alte cime
gli olmi, i pini, gli abeti, i lauri, i faggi,
per cui facean concento i fiumi e i fonti,
infin da l'Alpe a l'arenose sponde?
E 'l mar con tutte l'onde,
mormorando cessò gli usati oltraggi?
E de la crespa fronte ardenti raggi
incontra 'l sol vibrò purpurei e d'oro,
a cui sospende l'arco e la faretra,
onde i figli di Niobe irato estinse
Febo, e prende la cetra,
com'allor ch'i giganti in Flegra ei vinse
coronato d'alloro?
Ecco dal suo canoro
giogo lunge le Muse, e lunge avvampa
di nove faci una congiunta lampa.
Il giorno lieto e 'l suo splendor conosco,
e la pompa real ch'Italia accoglie;
e con mutate spoglie
te, Ferrando, veder lontano or parme,
te prima gloria del paese tosco:
te canta il coro, e Febo a' suoi concenti
ti molce l'aria e i venti,
che già cantò de' tuoi la gloria e l'arme;
e 'l Greco a te misura il nostro carme.
Ma non cessan le Grazie o cessa Amore
intanto di versar rose e giacinti
e quanti fiori il maggio a noi produce,
o l'aprile ha dipinti,
a questa ch'onestate e fé conduce,
di se stessa maggiore,
per farle eterno onore;
benché non bastin fiori, ombre e ghirlande,
e ciò ch'instilla il ciel, la terra spande.
Ché non è degno, onde si faccia il manto
od altro che le membra orna e circonda,
ciò che si scuote e sfronda,
per serico trapunto, o tesse e pinge;
e di verdi sorelle indegno è 'l pianto,
che s'aduna stillando al freddo cielo,
per cristallo che 'n gelo
di vecchia neve più s'indura e stringe;
e quello che di conca umor dipinge;
e quanto sceglie in più lucenti arene
avara man de l'Ermo o pur del Tago,
non basta al culto, onde si mostra adorna,
quasi del cielo imago;
né sotterra, ove il dì giammai non torna
di preziose vene,
pietra a lei più conviene;
né splende a par di lei, dov'ella appare,
perla o gemma che mandi il ricco mare.
Ma co l'animo vince ogni ricchezza,
ogni tesoro, e giunge in nobil parte,
che più ne serba e parte;
e mentre l'oro sparge, onor aduna
e gloria miete; e 'n più sublime altezza
chi siede? E se non parve il seggio angusto
a la figlia d'Augusto,
chi più si può vantar d'ampia fortuna?
o di chiaro valor, che non imbruna
per volger d'anni o per girar de' lustri,
quand'ella terra e ciel mesce e perturba;
anzi lucente è qui, non pur sereno,
s'a l'animosa turba
rallentò mai l'ingiuriosa il freno,
nemica a' fatti illustri;
e quinci par che illustri
Toscana tutta e le rischiari il giorno,
e corona le fa di raggi intorno.
Quinci l'ava passò le gelide Alpe,
ch'ad invitto d'Europa antico regno
giunse quasi sostegno,
e diede i successori ai grande Enrico;
oltre Pirene ancora, Abila e Calpe,
l'una e l'altra d'Alcide alta colonna
inchinan l'alta donna;
e la figlia, che fece al pare amico
lo sposo, ch'era dianzi aspro nemico.
Qui torna la nepote, e più felice,
onde colei partì, costei riporta
gioia e speranza pur di novi figli,
quasi un'istessa porta,
ch'aperse il passo al ferro ed a' perigli
de l'Italia infelice;
or sia più grata invice,
ed onde Marte i nostri campi infiamma
senza incendio Imeneo scuote la fiamma.
E qui pur lega Amor due nobil'alme:
qui il sangue lotteringo in un si mesce
con quel ch'a' Toschi accresce
l'antica gloria, e novo onore aggiunge;
e qui due stirpi invitte in un congiunge,
e ciascuna di fama ha ricchi fregi
tra peregrini egregi,
e trionfi e corone e scettri e palme;
stringe la fede qui due fide palme;
e d'una parte castità risplende
con beltà pura, e nobiltà pareggia
e ciò ch'in donna più s'onora e piace;
d'altra quasi fiammeggia
valor, senno, di guerra arte e di pace,
spirto ch'al ciel intende,
Astrea ch'a lui discende;
e mentre l'una mano il ferro vibra,
l'altra giuste bilance appende e libra.
Ma di più grave carme e d'altra penna
degna è quella virtù che sì l'esalta,
e di lode più alta,
ché questa si disperde al lieto grido;
e parlo e scrivo in guisa d'uom ch'accenna,
mentre Imeneo si canta al ciel notturno,
e più bello ch'eburno
suona il teatro e 'l bel paterno nido,
e l'Appenino e l'arenoso lido.
Vivan dunque felici; e 'l breve dono
usino de l'età, che vola e fugge
più veloce che stral, né torna indietro,
ch'ogni cosa si strugge;
ecco, chi saldo pare è quasi un vetro,
e di color che sono
sol ci rimane il suono,
e la Fama che parla in guisa d'ombra;
l'altre cose la Morte e 'l Tempo sgombra.
Vivan felici adunque,
e dian figli e nipoti al Tosco Impero,
e premio a la virtude e luce al vero.