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By Torquato Tasso

Perché la vita è breve

e pien d'ogni periglio il dubbio corso,

e stanco omai ne l'opre il tardo ingegno,

e la Fortuna il dorso

ne rivolge, al fuggir veloce e leve,

e cangia il breve riso in lungo sdegno,

né pace è mai nel suo turbato regno;

candide mani, onde sovente Amore

ebbe mille vittorie e mille palme

de le più nobil'alme,

a voi sacro le rime e sacro il core;

e s'i miei bassi accenti

non ergo ove s'innalza il vostro onore,

voi gli appressate a' begli occhi lucenti,

e l'alta via del sole alfin si tenti.

Non perch'io non riguardi

quanto è sublime il segno a cui s'aspira

di candor in candor, di raggio in raggio,

ché potria sdegno ed ira

mover da voi, non pur da' cari sguardi,

come sia l'umil loda indegno oltraggio.

Ma chi fu ne l'amar sì accorto e saggio,

che frenasse il desio ch'in alto intenda?

Benché minacci Amor con duri strali

di far colpi mortali,

e, da voi mosso, l'arco ei pieghi e tenda,

questo pensier m'arretra,

dove armato da voi lampeggi e spenda

in me la sua gravosa aurea faretra,

parte il timor mi volge in fredda pietra.

E se pur non si frange

più a dentro a' duri colpi il molle petto,

non è virtù d'usbergo o d'arte maga,

ma 'l timoroso affetto

in selce par che mi trasmuti e cange.

Oh meraviglia! Amor la selce impiaga;

ma non avvien che di profonda piaga

versi del sangue mio tepida stilla:

o mia fortuna, o fato, o stelle, o cielo!

Son di marmo e di gelo;

e 'l marmo a le percosse arde e sfavilla.

Per la ferita intanto

(sasselo Amor, che saettando aprilla),

lagrime spargo, e 'n lagrimoso canto

di vostra lode fo canoro il pianto.

Dolor, perché mi spingi

a perturbar la sua fronte serena?

Sostien ch'io vada ove il pensier m'invita.

Già la mia dolce pena,

destra gentil che lo mio cor distringi,

non è tua colpa, o la mortal ferita,

ché tu risani, anzi ritorni in vita,

pur di quel colpo onde il dolore ancide.

Mani, onde il regno Amor governa e volve

e lega l'alme e solve,

qual bellezza sì bella ancor si vide?

e se creder vi giova

a le due luci più serene e fide,

voi contendete di bellezza a prova

con gli occhi, in cui suo pari il sol ritrova.

Neve, che geli e fiocchi

in poggio o 'n monte a la più algente bruma,

non è sì molle o di candor simile,

né di cigno la piuma;

né per giudicio d'altra mano o d'occhi

eletta perla in lucido monile;

né ritrar vi potria laudato stile

del buon Parrasio o pur d'Apelle istesso,

o d'altri mai che 'n bei colori e 'n carte

mostrò la nobil arte;

ed in mille bellezze il bello espresso

mostrar già non potea;

altri marmi cercò lunge e da presso,

in formar vaga ninfa o vaga dea,

ma non scolpì celeste e vera idea.

Ed or chi voi figura,

mani bianche e sottili, a' vaghi sensi

con magistero oltre l'usato adorno,

fra se medesmo pensi:

"Qui vinta è l'opra d'arte e di natura,

e 'l marmo e 'l puro avorio han dolce scorno,

né gemma nasce, ove ci nasce il giorno,

degna di tant'onor, né lucid'oro".

Ma chi voi finge e vi colora e vede,

"Ecco" dica "la Fede";

e benché manchi il più del bel lavoro,

creda ch'a voi risponda

l'idolo mio che ne la mente adoro,

né più in terra ricerchi o 'n aria o 'n onda

grazia e beltà, che 'l cielo a gli occhi asconda.

Io cotanto in voi sole

di bellezza talor contemplo e miro,

ch'appena ad altro oggetto i lumi affiso;

ma se quel dolce giro

di sì begli occhi e quel sereno sole,

onde qua giù risplende il chiaro viso,

voi mi celate, e 'l lampeggiar del riso,

qual bianca nube opposta o bianca Luna,

purché di voi, mani cortesi e care,

non vi mostriate avare,

non incolpo mio fato o mia fortuna;

voi quattro volte e diece

pascete vista di piacer digiuna,

e, se vendetta far baciando ei lece,

i baci siano alfin di sguardo in vece.

Canzon, tropp'osi e nulla speri, e 'ndarno:

almen compagne solitaria aspetta,

o mercé cerca pur senza vendetta.