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Perché l'ingegno perde
in voi lodando, e manca il proprio spirto,
come al poggiar del sole il vento e l'aura,
qual d'odorato mirto
o d'alloro vaghezza in te rinverde?
e chi le voci al mio cantar ristaura?
Amore, a cui parea Beatrice e Laura
umil soggetto, or chi le piume impenna
a le mie basse e faticose rime,
perch'al merto sublime
giunga con l'ali tue la stanca penna?
Tu spiega a' versi miei
il volo, o pur ch'io taccia almeno accenna,
ché tu medesmo dir potresti, e dei,
i gloriosi tuoi cari trofei.
Da poi che tu vedesti
più di pietà che di vendetta amiche
le man, che ponno armarti e fare inerme,
"A voi belle e pudiche
il mio regno concedo, e me" dicesti.
Ma voi pietose de le parti inferme,
armi sdegnate sì pungenti e ferme;
dunque armi no, né sanguinose spoglie
serbo al vostro candor puro, innocente,
ma ciò che l'oriente
di prezioso a' vincitori accoglie;
e 'l fortunato occaso
di farvi adorne par che più s'invoglie,
onde fiorisce in lui novo Parnaso
ed apre novi fonti altro Pegaso.
A' pargoletti Amori
poscia dicea: "Spiegate a lieto volo
i purpurei, o fratelli, e gli aurei vanni,
e 'n più felice suolo
scegliete a prova pur le rose e i fiori,
dipinti ancor de' sospirosi affanni;
e quei che l'or più saldi incontra gli anni
produce, e l'ocean vi mostri il grembo,
e v'offrano i suoi doni e quinci e quindi
i forti Iberi e gl'Indi,
cui cinge il mar col suo ceruleo lembo".
Disse, e i veloci e vaghi
se 'n giro a stuol come lucente nembo,
che da l'aure portato e voli e vaghi,
cosa cercando pur che gli occhi appaghi.
E qual bellezza ascosa,
di mille Amori a gli occhi alcun terrebbe?
o chi negar la può, s'Amor la brama?
In terra allor non ebbe
viola o giglio o pur giacinto o rosa
o gemma occulta a la superba fama,
negata a lei, ch'Amore onora ed ama.
Anzi la terra, il mar, l'occaso e l'orto
par che s'adorni a prova e si dipinga
per lei ch'il ciel lusinga,
e 'l sol dal suo cammin lungo e distorto
mostra ch'i segni amati
passar bramando il corso oltre sospinga.
Com'api intanto i pargoletti alati
spoglian di fior le piante e i verdi prati.
Ne l'Occidente estremo
una parte del mondo è bella e lieta,
là dove Primavera eterna stanza,
la Gloria ha doppia meta,
e più benigno splende il ciel supremo;
ride natura in giovenil sembianza,
Zefiro spira per continua usanza,
e s'odon mormorar con l'aure estive
i vaghi fonti e i lucidi ruscelli,
e dei vezzosi augelli
al canto rimbombar l'ombrose rive;
e più dolce concento
fan de' bei fiori levi spirti e snelli,
e pare il cielo a l'armonia più intento,
suoni ed odori a lui portando il vento.
Qui, dopo lunghi giri,
gli Amoretti fermar l'ali volanti
nel felice, odorato, almo terreno.
D'umor vivo stillanti
altri i fior coglie, onde poi dolce spiri
la nostra Esperia; altri 'l profondo seno
de la faretra d'or ne colma a pieno;
altri le spoglie, onde la destra ignuda
coprir si dee, prima polisce e terge,
poi de gli odori asperge,
i quai felice pianta instilla e suda;
altri par che sepolte
tra bianchissimi fior l'asconda e chiuda;
e tutti al fin con le ricchezze accolte
fan mille voli in ciel, mille rivolte.
Canzon, fia tua ventura e grazia altrui,
se la man bella e nuda a te si scopre;
baciala, e grida: "Questo è 'l fin de l'opre".