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Tu, ch'agguagliar ti vanti
d'antichissimo fabro arte e lavoro,
dando vita a l'argento e spirto a l'oro,
benché nudi giganti
non faccian risonar d'intorno il monte,
né s'affatichi qui Sterope e Bronte;
non cheggio elmo, né scudo,
né lorica ond'io copra il petto ignudo,
per andar poi lontano
da questa gloriosa antica sponda,
là 've ritarda il gelo il corso a l'onda,
e 'l vincitor Romano
di Cesare pareggia il nome e l'opre,
e quasi la sua gloria oscura e copre;
pur non dimostra orgoglio,
chiedendo allori e carro in Campidoglio;
ma del più fino argento
fammi lucente vaso, onde s'estingua
la sete de l'accesa e stanca lingua;
e non mi dia spavento
Leon di stelle sparso o fero Drago,
o gran Centauro od altra irata imago;
ma sol l'Aquila e 'l Cigno
splendan con vago aspetto e con benigno.
O vi dipingi Amore:
non com'ei spiega le dorate penne
dal lucid'elmo, là dond'ei se 'n venne,
né con l'acceso ardore
del folgore minacci o pur con l'arco,
onde ci fere, anzi n'uccide al varco;
ma senza fiamme e strali,
e tutte d'oro sian le chiome e l'ali.
E 'l circondi la rosa,
la rosa, ch'è d'Amor premio e corona,
corona ond'egli gloria or toglie, or dona:
gloria, che vive ed osa
trar l'uom già morto fuor d'oscura tomba,
e muta lingua inspira e muta tromba;
e con la rosa avvinto,
faccia aurei fregi insieme il bel giacinto.
E tu, Febo, l'instilla:
sia quasi fonte il vaso,
e 'l verde colle il nostro alto Parnaso.