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By Torquato Tasso

Tu, ch'agguagliar ti vanti

d'antichissimo fabro arte e lavoro,

dando vita a l'argento e spirto a l'oro,

benché nudi giganti

non faccian risonar d'intorno il monte,

né s'affatichi qui Sterope e Bronte;

non cheggio elmo, né scudo,

né lorica ond'io copra il petto ignudo,

per andar poi lontano

da questa gloriosa antica sponda,

là 've ritarda il gelo il corso a l'onda,

e 'l vincitor Romano

di Cesare pareggia il nome e l'opre,

e quasi la sua gloria oscura e copre;

pur non dimostra orgoglio,

chiedendo allori e carro in Campidoglio;

ma del più fino argento

fammi lucente vaso, onde s'estingua

la sete de l'accesa e stanca lingua;

e non mi dia spavento

Leon di stelle sparso o fero Drago,

o gran Centauro od altra irata imago;

ma sol l'Aquila e 'l Cigno

splendan con vago aspetto e con benigno.

O vi dipingi Amore:

non com'ei spiega le dorate penne

dal lucid'elmo, là dond'ei se 'n venne,

né con l'acceso ardore

del folgore minacci o pur con l'arco,

onde ci fere, anzi n'uccide al varco;

ma senza fiamme e strali,

e tutte d'oro sian le chiome e l'ali.

E 'l circondi la rosa,

la rosa, ch'è d'Amor premio e corona,

corona ond'egli gloria or toglie, or dona:

gloria, che vive ed osa

trar l'uom già morto fuor d'oscura tomba,

e muta lingua inspira e muta tromba;

e con la rosa avvinto,

faccia aurei fregi insieme il bel giacinto.

E tu, Febo, l'instilla:

sia quasi fonte il vaso,

e 'l verde colle il nostro alto Parnaso.