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Spirto gentil, ch'i più lodati esempi
segui d'alto valor, che forte o giusto
Africano od Augusto
lasciasse al mondo od altro invitto duce;
quel tuo maggior, ch'adorni i sacri tempi
fé di novi sepolcri, e 'n bianchi marmi
spiegò l'insegne e l'armi,
e giunse a' chiari nomi e fama e luce,
segnò quel calle, ove pietà conduce;
tu da lei scorto al tenebroso inferno
od a' felici campi,
per favolose vie non movi il passo;
ma poggi al tempio de l'onore eterno,
del cui ardente desio ne l'alma avvampi,
perché gloria più salda in lei si stampi
ch'in bel metallo o 'n sasso,
ed abbia gli anni in terra e 'l tempo a scherno,
come han l'alme là sù Stige ed Averno.
E mentre d'Ademaro in ciel risplende
l'ardente spirto più ch'in lucid'ostri,
e gli stellanti chiostri
tutti de la sua luce orna e rischiara,
qui la sua fama antica il volo stende
oltre 'l corso del sol, che 'l dì riporta
per via lunga e distorta,
e innanzi a lui bella si scorge e chiara;
e gli altri ch'ascondea la terra avara,
la 've perpetua e cieca notte adombra
il suo profondo seno,
sono, la tua mercé, famosi e conti.
Ma de l'antichità la nube e l'ombra
sparisce come a' raggi in bel sereno
nebbia compressa d'atro umor terreno.
Chi fia che lor racconti,
se folta selva, quando il gel si sgombra,
di tante fonti non s'adorna e 'ngombra?
Felice stirpe, onde il più nobil regno
che 'l nostro mare inondi o 'l sole illustri,
in gran girar di lustri
si gloria (oh gran favor di stelle amiche!);
e perché quattro volte il fero sdegno
d'aspra Fortuna abbia gittato a terra,
con perigliosa guerra,
tante corone de' suoi regi antiche,
movendo l'arme al sommo onor nemiche,
e svelti i tronchi da radice a forza;
quest'anco inalza e spande
la nobil chioma e cento rami e cento,
ch'empia tempesta non la crolla o sforza,
bench'ella sorga più fiorita e grande
e si faccia d'onor sacre ghirlande,
senza tema e spavento,
e di sua lode adorna in verde scorza,
vie più con gli anni acquista onore e forza.
E quando il regno aggiunse al grande impero
e quando il diede al successor di Carlo,
chi sol potea donarlo,
quasi un bel premio de l'imprese eccelse,
e poich'alfine il glorioso Ibero
d'Aragon venne folgorando e spinti
i suoi nemici e vinti,
difese lei che 'l fece erede e scelse;
e quanto il tenne e proprio albergo ei felse,
finché successe il buon nipote al figlio,
ella si stese e crebbe;
né senza quella chiara, invitta fede
de' tuoi maggiori in pace o 'n gran periglio
d'aspra contesa, alcuno a regnar ebbe;
e degno grado a quel valor si debbe,
sostegno a l'alta Sede,
d'animo ognor costante e di consiglio,
e per guerra e per morte e per esiglio.
Ma co' regi, che fati avari e scarsi
ebber sovente in guerra e 'l regno istesso
or predato or oppresso,
e da giogo crudel talora afflitto,
non poteva ella insino al cielo alzarsi,
né fu sì ampia la fortuna o 'l clima,
come il merto si stima.
Poich'al gran Carlo ed a Filippo invitto
non ha meta o confine il ciel prescritto
in barbarica terra o 'n mar profondo;
ma la giusta possanza
trapassa le colonne, e i sacri altari
la gloria, ed a lei sembra angusto il mondo.
Poche ha la stirpe tua sembianti o pari
fra l'orrid'Alpe e i duo famosi mari,
e 'n te se stessa avanza,
e 'l primo Re le aspira e 'l ciel secondo
a sostener di gloria antica il pondo.
E perché d'ostro altri s'adorni e d'oro,
e scettro imperioso in guerra ei porti,
altri spesso riporti,
vinto il nemico in campo, altera palma,
e cinga il crin di trionfale alloro,
altri, il re difendendo, a morte il toglia,
porpora sacra e spoglia,
e prisca fede e gloria ardente ed alma
sono a te cara ed onorata salma
da gli avi imposta; e la sostiene e regge,
e 'n se stessa s'aduna,
la tua virtù che non vacilla e manca;
ma di seguir tanto valore elegge
con più destra e seconda alta fortuna,
sin da le fasce e da la nobil cuna;
né mai s'allenta o stanca
e quasi a se medesma è viva legge,
mentre i popoli tuoi frena e corregge.
Signor, deh mira come Italia e Spagna,
le più belle del mondo e care parti,
hanno diffusi e sparti
gli onori e l'arme e le vittorie intorno,
dovunque l'Ocean circonda e bagna;
e come avvien ch'in più tranquilla faccia
in lor suo albergo faccia
Fortuna e Marte d'auree spoglie adorno,
né più stimi del mondo altro soggiorno.
E qual ne l'alto Egeo nocchiero accorto
spande ventosa vela,
quando è placida l'aura e 'l mar s'acqueta,
e 'l ciel risplende da l'occaso a l'orto,
ché nulla nube a mezzo giorno il vela,
spiega tu cortesia, ch'invan si cela,
a gloriosa meta,
sin che nel mar gittando il ferro attorto,
lieto alfin prende il più felice porto.
Canzon mia, non può ingegno o stil più colto
darti colori e lumi
sì varii, che di lor tutta risplenda;
ma quel signor c'ha le tue Muse accolto
in degno albergo, al suo splendor t'allumi.
E se parer più bella altrui presumi,
fa ch'egli in grado il prenda,
e dì: "Quel ch'in me splende o poco o molto,
raggio è suo solo e 'l vero in luce avvolto".