1481
Al cader d'un bel ramo che si svelse,
pur come quel che sterpa orrido nembo,
sparso a la terra il grembo
de' suoi bei fiori e de le spoglie eccelse,
vedova pianta ond'Appenin s'adombra
parea dolersi, e Flora in negro manto
urne versò di pianto;
l'Arno e i monti addoppiar l'orrore e l'ombra;
né larve il fiero duol ch'il volto ingombra,
benché sopra le stelle,
translato il nobil ramo e quasi offerto,
sia tra l'alme più belle,
più bel di quello ond'è l'Inferno aperto:
perch'egli aperse il cielo, e fu suo merto.
Ma com'esce di tomba
o da tronco talor voce rimbomba,
tal s'udia nel lamento
de le preghiere sue mesto concento.
"Padre del ciel," parea Toscana e tutto
pregare il glorioso almo terreno,
di mestizia ripieno,
"tempra d'Italia il grave affanno e 'l lutto;
mira di questi eroi la stirpe antica,
che producea, sì come fronde e fiori,
le vittorie e gli allori,
mentr'ebbe il cielo e la fortuna amica,
senza il bel ramo suo. Sorte nemica
il gran ramo le toglie,
come sia tocco da tempesta o gelo,
o pur tua mano il coglie
e, s'in terra ei fioriva, ei splende in cielo:
deh! se ti mosse mai pietoso zelo,
di quel ramo ch'è tronco,
germogli il glorioso e nobil tronco
da radici alte e ferme,
di virtuti e d'onore il novo germe.
Padre e cultor de le più sagge genti,
que' fiori di leggiadri alti costumi
or son celesti lumi,
e fiammeggian là sù fra luci ardenti;
ma qui si duol, quasi d'ingiusto oltraggio,
l'arbor sempre fiorita e gloriosa,
s'a la sua chioma ombrosa
non splende di tua grazia il dolce raggio;
succeda ancor più lieto il maggio al maggio,
e tutta ella s'asperga
de la rugiada tua pura e celeste,
e si dispieghi ed erga
senza timor di tuoni o di tempeste.
Deh! se ti mosser mai preghiere oneste,
se lagrime non false,
se de l'onor d'Italia unqua ti calse,
nasca il figliuol ch'io bramo,
quasi in vetusta pianta il novo ramo.
Nasca a Fernando Cosmo, indi la chioma
con la corona del suo antico adorni,
ne' suoi perfetti giorni,
e trionfante il veggia Italia e Roma;
veggia di novo il Vaticano e 'l Tebro
d'or, d'ostro, d'armi altera e sacra pompa;
né fortuna interrompa
la gloria che sperata omai celebro,
ma porti invidia a l'Arno Anfriso ed Ebro."
Così Toscana disse;
e 'l Re del ciel tonò con chiari lampi,
e stelle erranti e fisse
volse benigno in più sublimi campi.
Or tutta d'allegrezza avvien ch'avvampi
Fiorenza, e par imago
de l'ampio ciel, che più di lumi è vago;
e de l'alta speranza
parte s'adempie e parte ancor n'avanza.
Così d'animo agguagli il re di Pella,
d'anni pareggi e di fortuna Augusto,
e di giustizia il giusto
ch'oltre a l'Istro domò gente rubella;
e quanti mai cesari invitti e regi
leggi diero a la guerra, arme a la pace
vincendo o Mauro o Trace,
e quanti fur mai peregrini egregi;
così de gli avi suoi rinnovi i pregi;
e sovra orridi monti
spoglie innalzi e trofei; colonne ed archi
porti su l'acque e ponti,
onde l'amica terra e 'l mar si varchi;
così da varie prede adorni e carchi,
da' barbarici regni
vengan a' lidi toschi i toschi legni;
e Fortuna seconda
spieghi le insegne sue di sponda in sponda.
Appena ella, fermando i passi erranti
sovra le sfere del celeste regno,
avria maggior sostegno,
né d'altro in terra più si glorii e vanti;
e, benché pur si cangi e varii e volga,
e ingiuriosa faccia alte contese
in magnanime imprese,
non fia ch'al mio signor la gloria tolga.
Virtù par ch'il fanciullo in seno accolga
qual celeste nutrice,
e d'ambrosia divina ancor l'instille,
acciocché men felice
fosse Romolo invitto o 'l fero Achille;
e se là sù di raggi e di scintille
splende il Centauro e d'armi,
e qui l'antica Fera in bianchi marmi;
virtù fra noi si cole,
ed imagine e tempio ha sopra il sole.
Cerca tra fonti e selve e statue e logge,
canzon, la real cuna,
e dì: "Senza favor d'altra fortuna,
fra mille arti leggiadre,
virtù m'affida e cortesia del padre".