1486

By Torquato Tasso

Già non son io scultor di bianchi marmi

che in alta parte a gran colonna appoggia

statua, che mai non si rimova e parta;

ma qual diè moto in disusata foggia

Dedalo ai simulacri, in breve carta

tento dar quasi vita a' novi carmi.

Musa, che lodi le corone e l'armi

dei magnanimi duci e l'alte imprese,

e gli acquistati imperi e i vinti regni,

e de gli antichi eroi trionfi e palme,

tu sai le strade in cui sublime ascese

Perseo e Bellerofonte, e scrivi i segni

onde scendon fra noi le nobil'alme;

qual nave adunque fia che tutta spalme

e recusi d'andar fra scogli e sirti,

le vele aprendo a' più turbati spirti,

con le sue care salme,

o dove più fremendo il mar si sdegni

e fra' monti apra il passo a' curvi legni?

Tu che passasti 'l cielo e i giri ardenti

de le stelle e del sol, tu pronta or varca

il mare, o Musa, a mezza notte il verno;

e qual di te fia degna e grave barca

speri bella mercé d'onore eterno,

malgrado pur di procellosi venti.

E se Argo coi suoi lumi alti e lucenti,

cui Borea od Austro non estingue o 'mbruna,

a i naviganti ancor luce e scintilla,

è tua grazia e virtù, Musa celeste.

Tu spesso con seconda ampia fortuna

corri l'onda turbata o pur tranquilla,

e lieta miri or quelle piaggie or queste,

senza temer sonore onde o tempeste;

o il gran Tifeo, che scote a' monti 'l dorso

e non fa del veloce e leve corso

l'alte fughe men preste,

perché versi col fumo atra favilla;

non ti ritenga alfin Cariddi e Scilla.

Etna vedrai, che ne l'antica fronte

le nevi accoglie in ogni tempo e serba,

e presso a le faville indura il gelo:

Etna fra lor colonna alta e superba

e gran sostegno al suo stellante cielo;

che sparge fuor del cavernoso monte

d'inestinguibil foco acceso fonte

e vivi fiumi di suonante fiamma,

e negri spira e densi fumi il giorno,

onde l'aria vicina adombra e cinge;

arde la notte e 'l ciel sereno infiamma

d'orribil luce rosseggiando intorno,

e i duri sassi alpestri accende e tinge

e inceneriti in mar gli rota e spinge;

quasi tonando in guisa il fier rimbomba

da l'infiammata e spaventosa tomba.

Ma quanto ombreggia e finge

vetusta fama del suo grave scorno

fia poco a lato a quel che in rime adorno.

Altro men fero monte il petto e 'l grembo

là 've Imera il bel corso affretta e rompe,

a te di rose infiora e di ligustri;

altri vedrai sepolcri e sacre pompe

con varie insegne tolte a' duci illustri,

che già rapì di guerra oscuro nembo.

E da le verdi falde al negro lembo

del gran mar african l'imprese eccelse,

onde Ierace e quella nobil terra

meno apprezza i giganti al sasso avvinti.

Vedrai quei tempi ove il suo regno scelse

dal ciel discese la Vittoria in guerra,

per cui fur Greci e Mauri e sparti e vinti,

e Franchi avversi 'n tanta gloria estinti;

né fan sì glorioso o bel trofeo

spargendo i fochi Encelado e Tifeo

del lor sangue dipinti,

od altro cui gran peso aggrava e serra,

né vede il sol quando l'avvolge ed erra.

Quivi ti raccorrà l'eletto albergo

del buon nipote d'alti eroi normandi,

che vince di Ieron l'antica reggia;

e mentre, o Musa, l'ali 'ntorno spandi

girando il mar, che presso i lidi ondeggia,

lascia le prime meraviglie a tergo;

e porta il mio pensier, che innalzo ed ergo,

dove 'l novo Giovanni agguaglia il padre

di gloria e gli avi e quel che tutti avanza,

e ne rinnova il nome e 'l pregio e l'arti,

e i fatti 'nsieme e le virtù leggiadre

d'animo, di valore e di sembianza.

Simile a lui che in quelle e in altre parti

Sardi, Traci, Africani ancisi e sparti

lasciando, al cielo ascese e forte e giusto,

de l'auree spoglie d'Oriente onusto.

E s'ei vorrà pregiarti,

digli ch'io vivo, e per continua usanza

d'empia morte mi affida alta speranza.

E perché ben due volte invida sorte

m'abbia sospinto appresso il dubbio varco,

ove Acheronte i' vidi e i neri chiostri,

altre tante ho ritratto il grave incarco,

come già Orfeo placò gli orridi mostri

ch'eran dintorno a le tartaree porte.

E vengo incontra a la seconda morte

di rime armato e incontra il tempo avaro,

ch'ogni cosa mortal distrugge e rode

e premio e nobil fama in duro campo;

e con la poesia se 'n vola al paro

per me l'istoria, e di quel tuono or s'ode

l'alto rimbombo presso al chiaro lampo,

né senza loro avrei rifugio o scampo.

E se avverrà che al cieco oblio ritoglia

le care prede, abbia la grave spoglia

l'empio, ch'io solo accampo

di far a gli anni ingordi usata frode,

sacrando a veri nomi eterna lode.

E dei grandi avi suoi l'imprese e i fregi

farò più adorni; e se al mio voto adempio,

coronato per lui di verde lauro

intaglierò d'eternità nel tempio

que' ch'oltre il giogo del nevoso Tauro

e fero oltre l'Eufrate i fatti egregi,

vincendo d'Asia e d'Oriente i regi

e l'arti e l'armi del superbo Egitto,

e scotendo a i fedeli il grave pondo

che oppressi gli tenea con giogo atroce.

Né tacerò del suo Rollone invitto,

o di Roberto, o del fratel secondo

che parve in rari assalti aspro e feroce,

il cui figlio esaltò purpurea croce.

Né di Serlon, che d'una e d'altra riva

cacciò barbara gente e gente argiva,

fu men canora voce,

nel vessillo del ciel portato: ascondo

miracol novo e nova grazia al mondo.

Musa, il numero ancor d'estinta turba

racconta, onde fu preso il chiaro nome

di cui Sicilia più si onora e vanta;

ma chi nel vanto annoverar potrebbe

arme, genti, città difese e dome,

e, quasi rami de la nobil pianta,

gli scettri, ond'ella al ciel levossi e crebbe?

Quel Greco che le sfere a contar ebbe

qui fora vinto a sì bell'opra e stanco,

non ch'io, sì fral che già vacillo e manco

di quanto a lui si debbe;

e quel ch'ora per noi si scrive e canta

raggio è di un sol cui la sua luce ammanta.