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È d'antico romor fresca memoria
Scesa ne' cor' d'una in un'altra etade
(Né per ciò la tua gloria,
Italia mia, men si solleva o cade),
Che le nostre contrade
Fosser sterile un tempo ermo paese,
E 'l vecchio Giano amenità lor rese.
Senza il grato favor d'ardua coltura,
Marciva il suol, di nobil germe avaro:
Piante d'egra verdura,
Più che a i greggi, alle belve i paschi ombraro.
Già di Peglia e d'Albaro
Erano ignoti nomi e luoghi occulti
I lidi, ingombri sol d'aspri virgulti.
Dell'Universo al maggior studio intenta,
Natura, e meno a disegnata parte,
Solo è d'aver contenta
Radici in tutte a germogliar cosparte.
È mestier poi dell'arte
Là con solchi men alti e qua profondi
Svegliar Natura a non spontanee frondi.
Quel saggio Re sentir fé prima ei solo
L'incendio all'elci diradate e sceme,
Indi l'aratro al suolo,
E sparse i solchi di vivace seme;
Quindi la lieta speme,
Lentamente sorgendo, il fiore espresse
Della non più mai sospirata messe.
E i duri tronchi a gli oleastri agresti
Di piaghe impresse germoglianti e vive,
E de' Palladj innesti
Poi di Sanremo impallidir' le rive.
E non men che l'ulive,
Da i tronchi tralci a' splendidi conviti
L'onda chiamò delle purpuree viti.
Allor non cedé Nervi a Tempe il grido
D'amenità, né alla Feacia i pregi;
E l'aere aperto e 'l lido
Pari produsse a sé spiriti egregi,
Onde simili a i Regi
Suoi cittadini furo, e quinci degni
D'inchinarsi al lor scettro isole e regni.
O nobil figlia del mirabil Giano,
Genova illustre, di prudenza albergo,
Pensa che non invano
Di chiaro umor le tue memorie aspergo.
Io, colle Muse a tergo
Ne' tuoi begli orti errando, un sol ne voglio
Fiore carpir, di Spina alto germoglio.
Di quel, ch'è raro altrove, onta non pare
Che la patria talor ne resti priva:
Gloria del rosso Mare
È di sue perle impoverir la riva;
Né dell'Arabia estiva
A i fecondi bollor' saria chi pensi,
Senza a lei tolti i peregrini incensi.
Ben resta a te con sua natia virtute
La pianta, che sì salda i lidi afferra,
Delle cui punte acute
Festi talor le tue saette in guerra,
O ch'a barbara terra
L'armi portasti, o a gl'invidi vicini
Copristi il mar de' trionfanti lini.
Io, se mi fia lungo il Castalio ombroso
Germe sì bel di trapiantar concesso,
Agricoltor famoso
Di nuovi onor' ghirlanderò Permesso;
Ed ei dal fonte istesso,
Perché ognor fresco a mille età non cada,
Forse immortal ne beverà rugiada.
Già di mille sinor celebri odori
D'alme virtù Valle di Tebro ha piena,
Benché non tutti in fuori
Spiega i tesor' di sua stagion serena:
Su 'l più bel verde appena
Amabil siede, e in mezzo a i cuor' divoti
Si tragge intorno ognor nembo di voti.
Ma che fia quando in più leggiadre spoglie
Ei tingerà nel più bell'ostro ardente
Dell'odorate foglie
Il bel color, che di viola or sente?
Roma, or d'amor fervente,
Fia che fatta idolatra allor ripari
Per lui di Giano i disusati altari.
Spinola, io non dirò che sì bel Fiore
Solo tu sii dal violaceo ammanto,
D'inclita Spina onore,
E di Liguria immortal gloria e vanto;
Ma, s'averrà ch'intanto
Altri dalla sembianza il creda certo,
Non io, non già, te ne discopre il merto.