1503
Com'il sole a scoprir l'eterna luce,
signor, mai non attende o canto o preghi,
ma tosto avvien che spieghi
da l'aurato oriente i dolci raggi,
e seguendo gli obliqui erti viaggi
fa con perpetue leggi a noi ritorno
per riportarne il giorno;
così vostra virtù pronta riluce,
ch'a la fortuna sua medesma è duce;
e non pregata giova, anzi previene
le preghiere, che già son vecchie e lente
di lungo spazio; e non lodata ancora,
sé di se stessa onora,
tutta de' raggi di sua gloria ardente,
e per le vie de l'alto ciel serene
pigra è colei che suol volar repente,
né 'l volo appressa di sì nobil mente.
Tarda fu la fortuna al vostro merto,
non solo a quel di lui, che d'alta sede
l'ostro a' merti concede;
tarda è la lode che voi segue, e bassa,
né giunge a lei, che tutto a dietro or lassa
l'oscuro mondo e solo al cielo aspira;
tarda si volve e gira
la fama, e 'l grido suo falso ed incerto,
che solo in voi lodando è vero e certo:
voi tardo no, ma grave e d'alto ingegno,
là sete giunto, ove si svela e scopre
l'uom che d'ostro si fascia e d'or s'ammanta.
Come sia bella e quanta
la verace virtù, dove s'adopre,
già Roma il mira ed ogni estranio regno,
intento a' modi, a le parole, a l'opre,
quasi in teatro, poiché nulla il copre.
Là in dipinto cristallo accesi lumi,
e statue mute infra colonne eburne,
e pompe altre notturne
fortuna variando altrui dimostra;
qui dove il sacro manto a voi s'inostra,
in voi si veggon lumi eterni e santi,
virtù vive e spiranti
tra reali e divini alti costumi,
e tutti avvien che di splendore allumi
quel sommo Sol, che non in Tauro o 'n Libra,
ma ne' cuor nostri e ne le menti alberga.
Quindi con mille raggi altrui risplende
quella che 'n alto intende,
là dove l'altre al fine indrizzi ed erga,
e Giustizia i suoi premi appende in libra;
e seco ogni altra, in cui s'adorni e terga
l'alma gentil, cui null'orrore asperga.
Ma tutte fa più care, anzi più illustri,
gentilezza di sangue antica e d'alma
virtute infusa ed alma,
e fama omai canuta e gloria prisca,
a cui s'inchini Europa e riverisca
la memoria de l'avo al ciel translato
sovra il mortale stato,
e mille anni la serbi e mille lustri
o pur finché la terra e 'l ciel s'illustri,
e lieta cortesia con dolci modi,
e 'n amici sembianti e 'n saggi detti,
sempre i migliori affida e parte accoglie.
Da le purpuree spoglie
il fasto fugge in più superbi petti;
fugge il rigor, fuggono inganni e frodi,
e v'hanno albergo sol pensieri eletti,
arti e virtù sublimi e puri affetti.
Oh come è bella Italia e Roma altera,
anzi lieta l'Europa e lieto il mondo,
mentre reggete il pondo
col vicario di Cristo e quell'incarco,
che gloria accresce a chi n'è grave e carco!
E come il chiaro sol dal primo Sole
prender sua luce suole
e più bella rotar celeste spera;
così da voi lume immortal si spera,
mentre spargete altrui del sommo Padre
le grazie e i sacri doni in nobil parte
del mondo, ch'è di Dio lucido tempio;
e con divino esempio
egli per voi l'accresce, e le comparte
a questa de le genti antica madre,
che tolse a Giove i templi e tolse a Marte,
sacrando a Cristo in terra altari e carte.
Squallidi sono e tenebrosi i regni,
di boschi in guisa e d'arenose piagge
deserte o pur selvagge
le provincie, orbi i regni, e i feri duci
privi del giorno e de l'amate luci,
dove di santo ardor raggio non ferve,
tra genti o sciolte o serve;
ma vivon, come sian del sole indegni,
quei che mosser del cielo i tardi sdegni
più de' Cimmeri, a cui perpetua l'ombra
fa la vita mortale orrida e 'ncolta;
o s'altra gente al più gelato cielo,
ne l'altissimo gelo
e 'n tenebroso orror vive sepolta.
Deh qual altro splendor la notte sgombra?
o fa di tanti error l'ombra men folta,
che l'umil plebe al precipizio ha volta?
Il peso a cui s'appoggia Italia e Roma,
meglio ei sostien, canzon mia stanca e frale,
che tu la gloria sua con debil carme:
però gli scettri e l'arme,
e la pompa superba e trionfale,
potria forse parer men grave soma;
ma benché non sia laude al merto eguale,
dov'egli sparge i rai, tu spiega l'ale.