1513
Giunt'era al segno in ciel formato e fisso
il gran pianeta, al cui splendor s'aggiorna,
scaldando il tergo a l'animal di Frisso,
là 've pari a la notte il dì ritorna;
Dio nel profondo suo divino abisso
scelto l'avea per far la terra adorna,
simile a quello in cui da mole informe
il mondo uscì con più leggiadre forme;
quando fuor venne a sentir caldo e gelo
l'alma, già cinta di terrena veste,
l'alma discesa da l'empireo cielo,
che serba ancor la sua beltà celeste;
e qual pittura in prezioso velo
cela talor liete sembianze o meste,
tal ne le dolci sue membra terrene
forme ascondea vie più del ciel serene.
E 'l divin Fabro, che di luce e d'oro
creò le vaghe stelle, e 'n ciel distinse
l'Orse, il Cigno, il Leone, 'l Drago e 'l Toro,
e corone ed altari in lui dipinse,
fé ne l'alma gentile il bel lavoro
e di natura il magistero or vinse,
e quel ch'adorna il suo mirabil tempio,
in se stesso mirando il primo esempio.
Fatta simil l'avea col vivo lume
a l'alta idea de le superne menti,
e di quel suo divino alto costume
semi in lei sparsi, quai faville ardenti;
quinci spiegando le dorate piume,
lasciò 'l bel lume e i seggi alti e lucenti
l'alma, che peregrina Iddio rassembra,
e di tornar là sù tardi rimembra.
Ma lei ch'altronde venne il mondo accoglie,
quasi in ampia spelonca o 'n antro ombroso,
e poi l'avvolge di sue care spoglie,
peso prima gradito, alfin gravoso;
e perché tutta del suo amor l'invoglie,
né cerchi fuor di lui pace o riposo,
o piacer che dal ciel l'inviti ed erga,
fa che bea del suo Lete e i sensi asperga.
Ma ne gli occhi al fanciullo omai fiammeggia,
quasi dal puro ciel, celeste luce,
e la gloria de gli avi e l'alta reggia
scorta sarà nel suo ritorno e duce;
e purché lei qua giù rimiri e veggia
di sole in guisa che nel mar riluce,
rimembrerà quel che nel cielo ei scerse,
quando tante sue grazie in don gli offerse.
Ché non è cosa onde a' celesti regni
uom più somigli, anzi al suo Re superno,
de la virtù, ch'innalza i chiari ingegni
sovra le stelle, ov'è l'onore eterno;
né più sereni o più lucenti segni
trascorre il sol portando o state o verno,
di que' che son dal Padre impressi e mostri,
perch'egli ascenda a gli stellanti chiostri.
Già preso ha il vello d'or lucida Parca,
per cui prima s'armò l'antica nave,
d'armi e di greci eroi gravosa e carca,
che nulla in ciel tempesta o nembo or pave;
e per sua vita il fila, e non è parca
di trar lo stame a lui chiaro e soave:
parte al petto ne fa monili e fregi,
quai poscia ornaro i duci invitti e i regi.
E forse al portator di Frisso e d'Elle
via men dispiace averne ignudo il tergo
e fiammeggiar con men lucenti stelle,
quando il sol parte e lui si lascia a tergo,
s'ei splenderà con le virtù novelle,
a cui prepara il ciel sereno albergo;
e la terra sublime ancor lo scelse,
e già spoglie vi scorge e 'nsegne eccelse.
Alto seggio, fanciullo, alta fortuna
t'adorna e innalza, e grande onor ti serba;
e spira odori a te la nobil cuna,
germogliando a' tuoi piedi i fiori e l'erba;
ombra ti fanno i cedri opaca e bruna
con verdi rami a la stagione acerba;
e dolce mormorando i fonti e i rivi
ti lusingano il sonno a' giorni estivi.
Senz'opra di cultore o di bifolco
produrrà i frutti poi l'avara terra;
altr'Argo in mar farà più lungo solco,
gli eletti eroi portando a nobil guerra;
e 'n altra parte, allor ch'in Lenno o 'n Colco,
là dove al giorno il velo o s'apre o serra,
spoglie avranno e trofei di preda ostile,
e i gioghi sosterrà l'estrema Tile.
Ma di più ferma età famose e conte
fian col tuo re l'altere imprese e l'armi;
Napoli ne' suoi lidi e 'n piaggia e 'n monte
lieta gl'inalzerà metalli e marmi,
e gran corona a l'onorata fronte;
si canteran le rime e gli alti carmi
al nipote di Carlo a suon di tromba,
e già col suo gran nome il tuo rimbomba.
Mira com'è turbato e vecchio il mondo
là dove più s'infiamma e più s'agghiaccia,
e come stanco dal suo proprio pondo,
vacillando ruina alfin minaccia.
Mira la terra e mira il mar profondo
quasi allegrarsi in più serena faccia;
e 'l ciel promette, variando i lustri,
nove a la nova età vittorie illustri.
Oh! se la vita che languisce e manca,
potrò tanto schermir da' gravi affanni
che sia degna di voi la penna stanca,
almeno per virtù de gli ultimi anni
vi sacrerò l'età canuta e bianca,
sperando fare a morte illustri inganni,
e con gli studi, in cui talor m'attempo,
vincer il fato e trionfar del tempo.