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O maligne influenze, o moti eterni,
essacrabile stelle e tristi auguri,
fati crudeli e duri,
armati incontra alla mia debil vita;
o Fortuna dispetta, o punti oscuri,
celiche impressïon, corpi superni,
qual sia che mi governi,
tempri nel corso suo l'impeto e l'ira!
E tu, Signor, del tutto ora m'aita:
vedi la meretrice ingrata e dira,
che dietro a sé si tira
quanto mal nacque mai sopra la terra!
Questa è colei che afferra
mortale eccidio al doloroso ospizio,
incendio alla mia guerra,
ingratitudo, madre d'ogni vizio!
Ogni altra avversità, fato e destino,
l'ira del ciel, di terra e dell'abisso,
ogni mobile e fisso
punto ho lograto e vinto per battaglia;
né d'altro dottai mai, mentr'io son visso,
non morte, stato o carcere vicino,
non gallico o latino,
ch'io perdesse l'ardire o la speranza.
Or contra di costei piastra né maglia
non mi val, né saper, forza o lianza:
colui ha men baldanza
che più espetta da lei esser premiato;
e io isventurato,
per dar tutto il mio core e la mia fede,
mi trovo esser gabbato!
Così il possa provar chi non mel crede!
O colonna gentil, che già molti anni
purpurea, di cristallo, immaculata,
fusti tanto essaltata
quanto si spetta a venerabil chioma,
ov'è il tuo dïadema, ov'hai lassata
la franchezza e l'ardir? Ché in tanti affanni
ti veggio, e nei mie' danni
sola, e smarrito il bellicoso Marte?
Ov'è il triunfo? Ov'è l'antica Roma?
Non ti può l'almo impero omai atarte,
la potenza né l'arte
delle togate fasce e della spada!
Ma pria convien che cada
e che sommerga il cielo a pezzi a pezzi,
che da l'usata strada
ti mova, o l'onor tuo mai ti disprezzi.
Io non fui il primo a sublimarti in cielo,
né che ti dei per dote alla fortezza,
la qual ancor ti prezza,
fra le quattro virtù, diletta insegna.
La generosa stirpe e gentilezza
degli antichi miei padri e 'l caro zelo
non può mancare un pelo
che per altrui fallir volga giamai.
Duolmi lo stato, e via più mi disdegna
che di tanto servire e tanti guai,
certo come tu sai,
io ne sia meritato in questo modo.
Forza d'altrui né frodo
non m'ha disfatto, anzi il troppo fidarmi;
ma serà poco lodo
di chi fare il devria, di non atarmi!
O felice coorte, o spirti eletti,
che vi godete nel beato regno,
e ciascun, come è degno,
nello elisio ciel viven contenti,
voi nel vostro partir lassaste un segno
di glorïosa fama in fra' perfetti
principi benedetti,
ch'al buon tempo ven giste ai vostri liti.
Non so' ancor gli archi trïunfali spenti
di cotanti anni; e veggiovi scolpiti,
da poi in ciel saliti,
vittorïosi Cesare e Marcello,
quivi Fabrizio e quello
che Roma liberò dai Galli presa,
e 'l buon Scipio novello
che vinse l'armi e vendicò l'offesa.
O mille e mille, o divulgata schera,
che di lassù vedete il nostro oblio,
e 'l vario tempo e rio
di questa nostra disolata etate,
ecco al nostro fallir l'ira di Dio!
Ingratitudo e avarizia impera,
tristo colui che spera
se non al vento suo volger la vela!
Vive rapina, invidia e crudeltate,
la fede e la giustizia oggi si cela;
chi seppe ordir sua tela
di molti inganni, quello è più prudente;
e la povera gente
gridano, e le città tornan castella,
Pietro ci è per nïente:
vedete or come giace Italia bella!
Ove so' i sacri templi, ove i teatri?
Ove è la degna spada? Ove le legge?
Le province e le gregge
disfatte, e le virtù poste in essilio?
O Dio che tutto vedi e tutto regge,
deh, perché non nacqui io servo a quei patri,
sì che gli estremi e atri
giorni crudeli avessi allor consonti?
Io son rimasto sol senza consilio,
senza sperar mai più ch'io mi raffronti
a' nostri avi defonti,
o possa mai tornar quel che già fui!
Colonna, io so ch'altrui
m'intende meglio assai ch'io non so dire;
ma piangianci in fra nui
e bastemiam la fede e il ben servire!
Canzon, tu cercarai tutto il giardino
che volge l'Alpe e l'uno e l'altro mare,
e sappi ben contare
per essemplo d'altrui la colpa mia!
Ma se trovassi alcun per lo camino
che pianga, com'io fo, la sua follia,
e chi voglia si sia,
di' che si giaccia e stiasi nel malanno;
ché chi si fa l'inganno
e per promessa altrui si leva in volo,
egli ha le beffe e 'l danno!
Ma dòmmi pace, perch'io non so' solo.