1519

By Torquato Tasso

Italia mia, che le più estranie genti

e più lontane da le vie distorte,

onde il sol vita e morte

suol recare a le cose errando intorno,

venir vedesti al sacro seggio adorno,

anzi colui che Dio somiglia in terra;

qual di pace o di guerra

messaggiero aspettato unqua rammenti?

o pur qual risonare intorno senti

così degno di gloria e vera e salda,

com'il signor ch'a' nostri dolci campi

da l'estremo d'Europa amato or riede,

mentre i velli al Leone il sol riscalda?

Per lui d'atra tempesta i tuoni e i lampi

non turban pura pace e pura fede;

per lui Marte non fiede,

né face scuote, ond'alta fiamma avvampi;

per lui schiere non movi o 'n guerra accampi.

Ma pria dove del mar regina afflitta

l'ira ardente del ciel grave sostenne,

l'una e l'altra ei mantenne,

e giustissimo fu tra pochi e giusti.

Oltre i confini poi d'Italia angusti

la sua fama onoraro Augusto e i regi;

co' peregrini egregi,

a cui segnò la via che solo è dritta,

ei magnanimo re di gente invitta

fé più divoto al successor di Piero;

e parve un chiaro sol, così disperse

la folta nebbia e i tenebrosi orrori;

e de le carte illuminando il vero,

a guisa di fantasma il falso ei scerse

di tanti antichi ed ostinati errori;

né sol gli umani cuori,

ch'eran già chiusi a le fortune avverse,

ma 'l ciel con altre chiavi ancora aperse.

La terra istessa, ove sì lunga adombra

la fredda notte, e fra le nevi e 'l gelo

talor non vede il cielo,

lieta maravigliando al novo raggio,

la fronte alzò senza temer oltraggio:

"Qual luce è questa sì serena, ed onde

vien, che lei nulla asconde?

Ma 'l Carro illustra e 'l pigro Arturo, e sgombra

co 'l suo chiaro splendor l'orrore e l'ombra.

Scesa è certo dal ciel, ch'a nullo è scarso

de' suoi tesori e de le grazie eterne;

angelo è certo e donator di pace,

a cui simil di rado è in terra apparso.

Passi il suo raggio a le mie parti interne,

perch'io nulla paventi il fero Trace.

O viva e santa face,

al tuo splendor, chi può temenza averne,

se piovi in noi tante virtù superne?"

Così diss'ella: or che 'l valor e 'l nome

non pur là sotto l'Orse è chiaro e grande,

ma l'ali intorno spande

più che non fé passando il duce mauro,

e torna, Italia, a te, né pompa o lauro

basta a' meriti suoi sì varii e tanti;

bench'altri più si vanti

di schiere ancise o pur d'oppresse e dome

genti, ei non chiede a l'onorate chiome

l'ostro, con mani ancor di sangue tinte,

né porta spoglie d'or superbo a' tempi;

ma paga è la virtù, senz'altra gloria.

Ei pacifico, inerme, ha l'ire estinte,

presi gli animi altrui, terrore a gli empi,

e de' buoni è refugio: oh gran vittoria!

Per qual nova memoria,

a questi già turbati avari tempi

lodiam più gloriosi e santi esempi?

L'onor, che l'orme di virtute impresse

sempre ricerca e 'ntorno a lei sol usa,

che sovente il ricusa,

lusingando girarsi, e quasi a forza,

or perché non si move e non si sforza?

Facciasi incontro a quel sublime ingegno,

che fa l'onor più degno,

e giunge merto a le virtuti istesse;

là dove nobil vita un tempo elesse,

perché no 'l trae da' foschi e verdi seggi

Roma a' suoi colli ed a' suoi dolci fonti,

e 'n quella luce che a lei sol risplende?

Gli altari e i tempi e le romane leggi,

il pregio omai de le più degne fronti,

tutti chiedon per lui, ch'in alto intende;

prega Italia e l'attende

e i passi accusa al suo voler men pronti:

a l'amico Annibal chi spiana i monti?

Napoli ancor, mentre la gloria antica

per volger d'anni e per girar di lustri

fa gli avi suoi più illustri,

l'aspetta a l'onorata e sacra verga

la 've le gregge sue pasce ed alberga,

e 'l proprio ovile a così nobil fama

fortunato si chiama;

e 'l fiume e 'l monte e quella piaggia aprica,

cui mormorando il mar Tirreno implica,

serbano al suo pastor mille corone,

ch'ardore o ghiaccio non scolora e sfronda,

come fior d'Elicona o di Parnaso;

e del suo nome avvien ch'omai risuone

non pur Sebeto e l'arenosa sponda,

ma quanto già da noi lunge è rimaso

fra Borea e 'l nero occaso;

e dove più s'indura il gelo e l'onda

par ch'il gelido mare al suon risponda.

Taci, canzon mia roca, e frena i vanni;

odi quel ch'al mio core omai rimbomba,

o sia di sacra fama un novo canto,

o suon d'acque lucenti abbiam d'appresso,

o silenzio divin, cui chiara tromba

non può agguagliarsi, e riverisci intanto

del vicario di Cristo il fido messo

quasi dal ciel promesso;

e mentre a lui s'inostra il grave manto,

si volga in umil prego altero canto.