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By Emilio Praga
— Che orrendo androne è questo per cui vuoi che m'inoltri
— Seguimi. — Proseguirono per l'aer pesante e fuio.
Steno sentìa qualcosa d'arcano intorno; il buio
gli impedìa di vedere. Ma cogli occhi dell'alma
vedeva. In quella tragica, misteriosa calma,
giacean creature umane al suolo; o addormentate
o speranti nel sonno; certo stanche e affamate.
Si udivano respiri affannosi; talvolta
lo scoccare di un bacio (qualche donna travolta
dalla miseria in mezzo a quello stuol di oppressi,
per mercarne le brame, o per morir con essi);
e forse fra le immonde capigliature, oh cosa
triste! stavano avvolte pur le guancie di rosa
di qualche bambinello, nato a far dolce il nido
della povera madre, e che doman sul lido
stenderà le manine alla folla ciarliera,
e comporrà le labbra alla prima preghiera
per cercar l'elemosina! — È ben cotesto l'uscio;
ma, a quel che sembra, l'ostrica s'è già chiusa nel guscio.
Berenice! eh, la vecchia! È il cavalier Lionello
che vi chiede l'onore di entrar nel vostro ostello!
Vedrai, Steno, una reggia... ehi la grama vecchiaccia!
Non son uso ad attendere per veder la tua faccia;
apri, o getto la porta! — Pur nessuna risposta.
Come al vento d'autunno una tarlata imposta,
sbadatamente chiusa da un mandriano in viaggio,
tal quella porta offerse a un urto sol passaggio.
Entrâr, ma tosto colti da ribrezzo improvviso,
retrocessero. E Steno: — Santi del paradiso!
È una tomba cotesta che scoperchiasti!... — Taci;
questa lanterna cieca val candelabri e faci,
ma non qui fuor. Rientriamo e chiudi ben la porta...
— Impossibile... questo è odor di cosa morta...
— Avanti, avanti... — L'altro lo seguì nello scuro.
— Una mano alle nari, tienti coll'altra al muro,
e non temere: è morto certo il gatto di casa. —