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By Torquato Tasso

Questa fatica estrema al tardo ingegno

concedi, o Roma, e tu che movi e reggi

l'alto ciel, l'umil terra e 'l mar profondo.

A lui che di tue sacre eterne leggi

è vivo spirto, e del celeste regno

sostien le chiavi e porta il grave pondo,

e quasi folce in Vaticano il mondo,

sacro la mente, il cor, la penna e i carmi.

Questa è la meta eccelsa, a cui d'intorno

si volge notte e giorno

il mio pensier, né di vittorie e d'armi

cantate fama eguale o pregio attende.

Ma fine o meta a quel valor non miro,

che fiammeggia fra noi con luce eterna.

Qual dunque in ampia via del ciel superna

s'avvolga omai nel glorioso giro

de le sante virtù, ch'a lui risplende,

la stanca mente pur, che 'n alto intende,

né strada già più certa al sol prescrisse

il suo Fattor fra stelle erranti e fisse.

Ned ei, ch'il mondo illustra, è più lucente

simulacro di Dio che 'l giusto e saggio,

che 'n sua vece e 'n sembianza il ciel disserra;

ma se vola talor di raggio in raggio

infino al sommo Sol l'ardita mente,

che 'n lui pensando non vaneggia od erra,

non chini l'ale ruinose a terra,

sì come avviene a chi si piega e volve

da l'alta luce, ch'il pensier tranquilla,

ad oscura favilla,

ed a poca ombra algente o poca polve,

né di cosa mortal più curi o pensi,

ma là s'acqueti ove la gloria è pace,

ove cede al silenzio il suono e 'l canto.

E s'a parlar di te si scioglie intanto,

sommo Padre e Signor, la lingua audace,

tu rischiara le voci, e purga i sensi

al tuo gran nome e gli miei spirti accensi;

ma ignoto è, come il fin, di te parlando,

l'alto principio; e dove il cerco o quando?

Ovunque io miri, o sia l'occaso o l'orto

del tuo corso vital, divino assembra,

e paion d'ogni età segni celesti;

vestito appena di terrene membra,

da l'esempio de gli avi al cielo scorto,

ad opre gloriose il cor volgesti

e d'onor gradi infra le stelle ergesti:

gradi d'onore in disusata foggia,

rivolti al cielo, ond'uom giammai non salse

con fame indegne e false,

ma sol vero valor v'ascende e poggia.

Quinci da la città ch'Arno diparte,

nel lungo raggirar d'anni e di lustri

saliro sovra il sol le nobil'alme,

ivi cercando al fin corone e palme

di loro imprese e di lor fatti illustri;

e 'n questa, che fu sacra al fiero Marte,

volte l'antiche e le moderne carte,

pur d'ostro adorno il tuo fratel si scorse,

che te per altra strada al ciel precorse.

Quinci ti rimirò da l'alto cielo

Astrea, mentre ivi 'l sole i raggi vibra

con ferme voglie a gravi studi intese;

e là 've notte e giorno appende in libra,

cinta la testa di ceruleo velo,

da le celesti porte a te discese:

cessaro al suo passar l'ingiuste offese,

e la discordia e 'l suo furor maligno,

ch'i miseri mortali affligge e sferza,

e con pungente sferza

fa spesso i monti, i campi e 'l mar sanguigno;

l'onte cessaro ingiuriose e i danni;

ebber pace le gregge e i vaghi armenti

ne' verdi prati, e ne l'antiche selve

deposero la rabbia orride belve,

e fer tregua col mar gl'irati venti;

la terra s'allegrò nel fin de gli anni

poich'ella dispiegò fuggendo i vanni

col secol d'oro, e de gli antichi tempi

al suo tornar conobbe i santi esempi.

E dove il Tebro le famose fronti

mira de' colli e le lor parti eccelse,

per vie secrete occulta ella se 'n venne,

e 'n vece di stellante albergo scelse

quel tuo, che scorse in mezzo a' sette monti,

ch'oltre tutti i più adorni a lei convenne.

Quivi quanto vergar l'antiche penne,

mentre di libertà lieta e superba

fu Roma, e quanto d'ogni estranio clima

poscia raccolse o prima,

quasi caro tesor s'aduna e serba

descritto in carte; e te conobbe involto

fra' Muzi e' Paoli e fra' più saggi e sacri,

ch'imposer leggi al glorioso impero;

ed a lei, ch'adorò Clemente e Piero,

ch'ora di nova gloria orni e consacri,

simile a' padri antichi in opre e 'n volto;

e 'l suo prisco sermone a te rivolto,

disse: "Or che tu rispondi, e 'l vero insegni,

viver Bruto ameria ne' vostri regni.

Né Fabrizio la corte a sdegno avrebbe,

né Catone il servir; ma lieto or guarda,

ch'ottuso ha la Clemenza il ferro e l'ira,

né discender con lei dal ciel ritarda

la pura Fede, a cui del mondo increbbe,

e 'l sacro stuol de le virtù rimira;

or questo meco a te benigno aspira,

né premi usati al tuo valor promette,

ma gloria eterna e podestà suprema,

ostro, manto, diadema,

mitre e corone al tuo voler soggette,

e sovra i regi e sovra il grande Augusto

alta sede e sublime a te prepara.

Ma quando reggerai l'Italia e Roma,

de la Clemenza pur t'onora e noma,

che non fia al mondo di tua grazia avara,

perché l'asprezza sua contempri al giusto,

che per troppo rigor diviene ingiusto;

ma tutte sarem teco in sacro albergo,

né senza te daremo al mondo il tergo".

Così diss'ella; e tu Licurgo e Numa

sembrasti a Roma, anzi fra tuoni e lampi

quel ch'ebbe le sue leggi in viva pietra;

e di santo e divino ardore avvampi,

che la tua mente informa e tutta alluma;

onde sue grazie in contemplando impetra,

mentre il profano e l'empio indi s'arretra,

dove profondo orrore anco ricopre,

e sacra nube intorno asconde e vela

quegli a cui Dio rivela

il volto suo, non pur gli effetti e l'opre;

e dove il monte folgoreggia e luce,

tu non temi quel suon ch'alto rimbomba,

ma sol l'appressi e 'l tuo fratello è teco.

Qual meraviglia più d'ombroso speco

Roma ci mostra? o 'n qual più nobil tomba

ricerca l'ossa e riverenza induce?

Ma tu sei vivo spirto e viva luce,

e ricercando or quelle genti or queste,

tornasti a lei qual messaggier celeste.

Te del mondo mirar le parti avverse,

ond'Austro e Borea il ciel di nube ingombra,

e quei ch'Alpe e Pirene e 'l mar disgiunge;

e dove assai più dura il gelo e l'ombra,

l'estranio clima al tuo splendor converse,

ch'alto spargea purpurei raggi e lunge,

quei che sua vera fede a te congiunge,

regni e popoli amici, a trar non scarsi,

ned a versar per la tua grazia il sangue;

né la memoria or langue

de' tesori del ciel donati e sparsi;

e invitti regi d'auree spoglie adorni,

c'hanno a' Barbari posto un duro morso,

la tua santa eloquenza a lui ristrinse,

vincendo invitto cuor, che tutto vinse:

tal dal mondo placato e quasi scorso,

senz'armi e senz'offese a noi ritorni,

giunto a l'onor de' tuoi perfetti giorni;

tale 'l sacro tesor dispensi e spieghi

le grazie e i doni, e sciogli insieme e leghi.

Tale ascendi a la sacra antica sede,

né potenza terrena ivi t'esalta,

né consiglio o favor d'amica stella,

ma Provvidenza, e chi da sé t'appella

(ch'ogni fortuna è men sublime ed alta);

e pietà con giustizia e viva fede,

ch'ogni altezza qua giù soggetta or vede,

né giunge laude al grido, e solo il merto

trapassa il ciel, ch'è di tua mano aperto.