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By Antonio Tebaldeo

Che fai, Timotheo mio, che più non sento

tua sacra cetra di dolceza piena,

che gli orsi, i tygri, i fier' leoni affrena

e il mar acquieta e il furïar del vento?

Non scio come sii facto ocioso e lento

in quella villa solitaria e amena:

el mormorio del Po, l'aria serena

mover dovriate e de gli ocei il concento.

Sudar ne la virtute io te conforto,

ché, se guardi, gli è poca differenza

da un vivo senza nome ad un che è morto.

Vigila, ché cussì viense a excellenza;

né perder tempo, ché gli è spacio corto

tra la venuta al mondo e la partenza.