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By Torquato Tasso

Già preso avea lo stil senz'arte e senza

maggiore studio, onde le carte io segno,

seguendo de' miglior l'alta sentenza,

per risponder a voi, d'onor sì degno,

come si deve fra gli amici e suole;

ma fu la morte al mio voler ritegno.

Ché 'l mio buon padre a la gravosa mole

cedendo quasi stanco, or è sepolto

sotterra, ahi lasso! onde mi dolse e duole;

ma lo spirito suo, quasi disciolto

augel, tornò volando al suo Fattore

da' legami onde 'l mondo il tenne avvolto.

Or, com'io spero, è in gloria assai maggiore

fra i principi de l'alta empirea chiostra,

né più si cura del passar de l'ore,

né di cosa mortal, ch'è bella in mostra

e dentro terra e fango: onde sorrise,

forse, mirando a la miseria nostra.

Intanto il suo valor, che 'n mille guise

impresso io veggio, seguo ancor lontano,

e rimembro talor Ciro e Cambise

e Dario e 'l figlio Serse a mano a mano;

ma quanto si racconta o si ridice

o di Perso o di Greco o di Romano,

quanto da l'Accademia ancor s'elice

appo 'l vostro parlar poco sarebbe,

ché voi sareste altrui di Plato in vice;

e di quel saggio ch'Alessandro accrebbe

a tanta altezza, ch'avea l'Asia a vile,

e 'n un sol mondo di regnar gl'increbbe.

Ma se la vostra età grave e senile

è freno a quel lodato e bel desio,

che di rado ha qua giù pari o simile,

la vostra penna almen, ch'avanti a Dio

spiega il suo volo, tal virtù la move,

ambo ci guardi da l'eterno oblio:

me, dico, e 'l padre estinto, e ne rinove

la memoria, bench'egli in cielo ascese,

né gli cal forse d'altra gloria altrove.

Ma la pietà ch'al suo morir m'accese,

or mi conforta, pur ch'in lui mi specchie,

ch'ebbe sempre le voglie al giusto intese;

e de le glorie adorno e nove e vecchie

del sangue nostro, fu clemente assai,

come sia 'l re de le minute pecchie.

Voi che vivo l'amaste, ond'io v'amai,

fra l'altre opere illustri e pellegrine,

formate lui, che non morrà giammai.

Voi non pur in Parnaso ornaste il crine,

ma l'Olimpo saliste, il qual s'estolle

tanto che sembra quasi al ciel confine:

però 'l duol non vi turba o l'ira folle,

o 'l van desio d'onor ch'i petti scuote,

o vano amor ch'in noi s'infiamma e bolle.

Ma più lontane a le stellanti rote

sono le nubi onde lampeggia e tuona

il folgor, che le torri arde e percote,

ch'a voi gli umani affetti; e v'incorona

vostra virtù, ch'a gl'immortali e dive,

quasi celeste, pur vi paragona.

Quali allori sì degni o quali olive

vincitor meritò d'aspro nemico,

dov'ha 'l Tebro o l'Alfeo l'erbose rive?

Ma io già preso (e con vergogna il dico)

d'amore, a cui l'età più verde offersi,

nel laberinto suo me stesso intrico;

né colsi fiori ancor vermigli o persi,

quando Favonio il bel tempo rimena,

né in Aganippe pur le labbra aspersi,

se non spinto d'Amor, che poi m'affrena,

piovendo a me de le sue grazie un nembo,

e tien legato di maggior catena:

sì che per un sentier fiorito e sghembo

non seguo l'orme che 'l Petrarca impresse,

o di quei ch'onoraro e l'Adria e 'l Brembo;

né l'Attendolo, o quei che Febo elesse,

a cui di gir al ciel la strada insegni,

non sol le vie del poetar concesse.

Egli voi scorse tra' celesti segni

là dove Arturo ed Orion risplende,

e minaccia tempeste e annega i legni;

poi vi menò dove si poggia e scende

in Elicona, e in odorati boschi

ciascun di gloria e d'armonia contende;

e tra seggi di lauro ombrosi e foschi,

quanto ha d'ingegno avvien ch'ivi discopra

senza temer ch'i fonti Amor gli attoschi;

o che tra' fiori e l'erbe ei si ricopra,

come il serpente onde lo ciel perdeo

colei che in luce ritornò poi sopra.

E quivi con Omero e con Museo

e col cantor di Tracia i tronchi e i sassi

traete, dispensando il tempo reo.

Ma io per dolce suon giammai non trassi

colei ch'in sé quanto è di bello aduna,

come sdegnata sia ch'io pur l'amassi.

E prima annoverar ad una ad una

potrei le stelle e le già secche foglie,

che sparge il verno, poi che 'l cielo imbruna,

che l'eccellenze, ch'ella in sé raccoglie

e come raggi l'ha diffuse e sparte,

perch'animo gentil d'amor s'invoglie.

Ma voi ch'avete alto sapere ed arte,

potete lei cantando al cielo alzarvi

e lodar bellezze a parte a parte:

ché non potrebbe il mondo insieme darvi

più bel soggetto o più amoroso e caro,

né per altra cagion cotanto amarvi.

Né l'incendio troian saria sì chiaro

come la fiamma a me soave e ria,

onde mille virtù soffrendo imparo.

Il Tasso il suo pensier lunge disvia,

mentr'ei brama cantar le palme e i pregi

d'orrido Marte, e quasi Amore oblia;

e pur che d'alta fama adorni e fregi

quei ch'acquistar de l'Asia il grande impero,

d'altro non par che si diletti e pregi;

e per avvicinarsi al dotto Omero

dal ciel torrebbe volontario bando,

come il pastor d'Admeto, un anno intero.

Ma lasciam lui ch'i tempi antichi ornando

sostiene il grave e faticoso pondo,

e scema il grido al favoloso Orlando.

Voi curate quel duol che dentro ascondo

ne le parti d'Amore arse e piagate,

le quali in vano del mio pianto inondo;

e voi la medicina al mal cercate

o fra gli Occidentali o fra gli Eoi,

ne le gelide terre od infiammate.

E s'alcun dimostrò ne' versi suoi

come risani uom ch'è d'amar costretto,

e 'l dolce amo d'Amor con l'esca ingoi,

voi che già tanto avete e visto e letto,

fatel più noto in dir facondo e grave,

o caro a Febo e sol da Febo eletto.

Ma s'ei medesmo anco sospira e pave

al suon de l'arco che 'l percote e fere,

pur come ogni rimedio Amor aggrave,

al vostro canto almen non siano altere

le luci ch'ella in me talor rivolse,

quai dolci giri di celesti spere;

e 'l caro nodo, ond'Amor già m'involse,

come a lui piace, ei sciolga, over aggroppe

pur con quel laccio che mi prese e colse;

e le preghiere mie, già lente e zoppe,

non abbian da' begli occhi un fero esiglio,

né per suo sdegno il dolce stil s'intoppe.

E se con voi mi lagno e mi consiglio,

è segno d'amistà quant'io mi doglio:

voi, quasi vecchio padre al caro figlio,

fate in parte più leve il mio cordoglio.