1566
Ecco già d'oriente i raggi vibra
il novo sole, e 'l desiato giorno,
ch'è già promesso, lieto alfin risplende;
e mentre ei notte e giorno agguaglia in Libra,
ecco già l'ostro io veggio al crine intorno
del mio signor che 'n degno grado ascende;
ecco il suo premio al suo valor si rende;
ecco l'onor s'adegua e giunge al merto,
seguendo lui che gli assicura il varco
d'alzarsi fin al ciel, ch'egli apre e serra,
parte regge la terra,
sostenendo di Pietro il grave incarco.
Ma ne lo stato sì dubbioso e 'ncerto,
come buon padre esperto,
grave ha 'l giudicio, e non avaro o parco,
però giammai non erra,
sia in pace il mondo o 'n perigliosa guerra.
Roma c'ha del valor corone e palme,
non pur men cari e gloriosi pregi,
ben se n'avvide, ha già molti anni e lustri;
e 'l mio signor fra le più nobili alme
degno stimò de' più onorati fregi,
che faccian lieti i suoi famosi illustri.
Né Roma sol, bench'a' suoi rai s'illustri
e le tenebre antiche apra e disperga;
ma qual esposta a l'indurato gelo
è d'Europa più culta e nobil parte,
conobbe i modi e l'arte,
e l'alto ingegno a lui dato dal cielo,
e come per tai gradi ascenda e s'erga;
ed or che in sé l'alberga,
l'alta Roma, dico io, non Cinto o Delo,
mille virtù cosparte
in lui rimira, e le consacra in carte.
Ben l'antiche e le nove ei volge, e prima
con sollecito studio anco rivolse,
per arricchir d'un bel tesoro eterno;
e da questo e da quello estranio clima,
ove l'industria de' miglior s'avvolse,
peregrinando pur la state e 'l verno
ei sapere adunò, ch'è bene interno,
lo qual fortuna non invola o toglie,
come suo dono; e non se 'n gloria o vanta.
Così vide egli e seppe, e 'n suo profondo
ingegno accolse il mondo,
con la scorta del ciel sicura e santa.
Così pria meritò purpuree spoglie,
ch'altri pur se n'invoglie,
di cui sì glorioso alfin s'ammanta,
chiesto a l'onor secondo;
ma degno è di portar del primo il pondo.
E ne l'età più grave e non acerba,
ch'onor veste e virtute, innanzi a l'ostro
ei la vestì, come abito celeste;
e fortuna che fa l'alma superba,
nulla ha d'imperioso in lui dimostro,
brame destando a la ragione infeste;
e mover non potria nembo o tempeste
che perturbasse il suo pensier tranquillo
e del saggio intelletto il bel sereno,
lo qual in bene oprar se stesso avanza;
e 'n sua maggior possanza,
sotto un modesto e mansueto freno
tien la fortuna, a cui lo ciel sortillo,
come Scipio o Camillo
di saper, di bontà fornito appieno,
grave in umil sembianza.
Oh d'Italia e d'Europa alta speranza!
Quel che di tre corone il crin circonda,
l'altre, come a Dio piace e com'è giusto,
può torre e dar con infallibil legge;
e col potere onde mai sempre abbonda,
non da Cesare dato e non da Augusto,
ma da lui ch'ab eterno in ciel l'elegge,
e d'alto il basso mondo e move e regge,
lunge rimira, ove d'orrore ingombra
empia fortuna ancor le parti estreme,
e di vil giogo animi alteri indegni;
vede più feri sdegni
del ciel turbato, che si cangia e freme,
e qual ivi sovrasta orribil ombra;
e quinci e quindi adombra
l'orto e l'occaso, che si crolla e teme,
e quai vapori o segni,
quasi disfatte le corone e i regni.
E sembra il buon nocchier, ch'i mesi e gli anni
ne l'Egeo corse e passò Scille e sirti,
s'ode fremer da lunge o l'onde o 'l vento,
e del mar teme insidiosi inganni
e 'l variar de' tempestosi spirti,
lontana nube in rimirare intento:
veloce al provveder, ma grave e lento
a scior le vele ed a levar il morso,
che tiene i legni, ove più il cielo avvampi.
Intanto a gli altri insegna, e d'alta sede
il governo lor crede;
e predice il sereno a' tuoni, a' lampi,
del periglio vicino o pur trascorso
nel lungo e dubbio corso;
o come s'assicuri o pur si scampi,
con animosa fede,
dal mar ch'usurpa le più ingiuste prede.
Canzon mia, tardi nata e tardi adorna,
e con alto rimbombo anco risuona
or vedi com'appresso il ciel riluce;
e lieta Roma e i colli e i sacri tempi:
perch'i turbati tempi
volge fortuna, ove lampeggia e tuona.
Tu ne la pura e più vicina luce,
guida non cerchi o duce;
ma dove di sua gloria ei s'incorona,
pur con gli antichi esempi
de la sua grazia i tuoi difetti adempi.