1575
Lascia, o figlio d'Urania, il bel Parnaso,
e 'l doppio colle di quel verde monte
e i seggi ombrosi e foschi, e da Pegaso
aperto col piè duro il chiaro fonte;
e 'n riva al Po discendi anzi l'occaso,
cinto di rose la serena fronte,
con quella face onde la notte illustri,
e col giogo ch'imponi a l'alme illustri.
Ne la città, c'ha più onorate palme
che 'l sacrato Elicona ombrosi allori,
mille famose in guerra e care salme,
ond'ella il ferro del suo nome indori,
vedrai due pellegrine e nobil'alme,
degne di gloria e d'immortali onori,
e per volar da gl'Iperborei a gl'Indi
maggior virtù non vedi o quinci o quindi.
Per questo giogo, a cui sì lieta inchina
la nobil coppia de' duo casti amanti,
nova prole a l'Italia il ciel destina,
qual già domar solea mostri e giganti,
per cui questa del mondo alta regina
di porre il duro giogo ancor si vanti
a l'Asia doma, a l'Africa rubella,
onde i suoi vincitori ancor appella.
Non è fallace speme o pur superba
questa, o buon figlio de la Musa amica,
ché l'una e l'altra stirpe ancor riserba
il valor primo e la sua gloria antica;
e costei ch'è nel fior d'etate acerba,
giovine adorna di beltà pudica,
sparge d'alto valor faville e spirti:
deh chi le intreccia al crine i lauri e i mirti?
Anzi, chi pur di gemme al crine adorna
corona in terra con mirabil arte,
e sù nel ciel, dove il valor ritorna,
di chiarissime stelle ivi cosparte?
Questa, ch'in volto uman fra noi soggiorna,
scesa del seme del figliuol di Marte,
e mostra un non so che quasi divino,
in cui più di Ciprigna appar Quirino.
Ma chi de gli avi suoi famosi in armi,
fra' quali è l'avo ancor del grande Augusto,
potria raccorre i nomi in mille carmi
o i simulacri del valor vetusto?
Perdon le carte più famose e i marmi;
ma se l'età misuri e 'l tempo angusto,
a così gloriosa alta memoria
ben convene alta speme ed alta gloria.
La progenie di Carlo ancora è grande,
d'eroi feconda e de' lor fatti egregi,
che dove l'ocean si gonfia e spande
ebber di chiara fama antichi fregi;
né Roma diè giammai palme o ghirlande
altrui più care o più onorati pregi;
l'Italia al fin, come translata pianta,
in sé l'accolse ed or se 'n gloria e vanta.
E risonan le vaghe ombrose rive
già del valor di Carlo e de' suoi merti
e de la gloria sua, cui non prescrive
termine il ciel ne l'onde o ne' deserti;
cantano a prova l'amorose dive
tessendo fiori in ghirlandette inserti;
e d'esser vinte nel cantar a prova
da l'alto cavalier lor piace e giova.
Portano i nomi de gli sposi i venti,
e i chiari nomi han le procelle a scherno,
e par che Febo istesso in chiari accenti
l'imeneo canti; anzi con suono eterno
e di rai coronato or più lucenti,
accresca gloria il suo splendor superno
a l'umano splendore, e mentre avvampa,
è face d'Imeneo l'eterna lampa.
Ed ogni giorno pur la vibra e rota
per onorarne il mio signor cortese,
quella per fama non oscura o ignota,
che già 'l tiranno di Sicilia accese;
od altra, che giammai s'accenda e scuota,
o per diletto o per audaci imprese,
a questa non s'agguagli, onde riluce
celeste onor sovra terrena luce.
Chi può tacer di Gesualdo il veglio
la costante pietà, la fede invitta?
o del bel duce Elia, lucido speglio
del valor prisco a la sua Italia afflitta?
Ma qual prima, qual poi trapasso o sceglio
da la memoria d'alte cose iscritta?
Bastan per mille antichi in cielo eterni
duo grandi Alfonsi e grandi eroi moderni.
E l'un risplende ancor ne' lucid'ostri,
primo fra' padri, e solo a lui secondo
che n'apre il varco a gli stellanti chiostri,
e degno di portar l'istesso pondo;
in cui par ch'ogni grazia il ciel dimostri,
ed ogni don celeste onori il mondo
in questo sacro a Dio lucido tempio,
primo d'onore e di virtute esempio.
L'altro, di scettro e di corona altero,
splende ne l'armi ancor qual chiaro lampo,
degno del grado e de l'onor primiero
o 'n gran consiglio o 'n periglioso campo;
anzi di sostener regno ed impero,
ch'abbia per lui trionfo, e non pur scampo;
e se novo Annibal rompesse il varco,
par saria d'aspra guerra al grave incarco.
Al nobil Carlo ed a la sposa eletta
dà Ciprigna la zona ond'ei la scinga,
e 'n care forme la stagion diletta
par che di novi fior s'orni e dipinga;
l'aura soave i dolci sonni alletta,
la natura medesma e 'l ciel lusinga,
e 'l fonte si rischiara, e 'l fiume e 'l lago
per esser degno di sì bella imago.
Il mar s'acqueta, e nel tranquillo seno
senz'onda ed ira si riposa e giace,
e 'l confin le restringe e legge e freno,
chi di lei nacque, e Borea ed Austro or tace.
Brama quel d'Adria e brama il gran Tirreno
portar la bella coppia in lieta pace;
s'ingemma intanto il prezioso grembo
e ne cosparge il suo ceruleo lembo.
Almen portar da più lontane sponde
lor brama prezioso ampio tesauro,
e de l'acque vermiglie i lidi e l'onde
impoverirne, e il mar de gl'Indi e 'l Mauro.
Non appare il delfin, ma pur s'asconde,
e con la fronte il Po d'orrido tauro:
"Questo è il mar de gli eroi," risuona e grida
"dove la bella coppia ancor s'annida.
Ed io, fiume d'eroi, fiume celeste,
che d'auree e chiare stelle in ciel m'accendo,
qui di valor m'illustro, e veggio in queste
rive altre stelle, e d'altro sol risplendo;
e mille forme di virtù conteste
m'appaion pur, dovunque il corso stendo".
Così dic'egli mormorando, e 'ntanto
fanno i cigni soave e dolce canto.
Conferma le fatali alte promesse
con la propria armonia lucida Parca,
fila lo stame d'or, Fortuna il tesse,
de' suoi gran doni e de' favor non parca;
tutte ha 'l ciel le sue grazie or qui concesse,
e quel ch'è de le stelle alto Monarca,
che da sinistra or tuona e stral non vibra,
e pesa i merti altrui con giusta libra.