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By Auteur inconnu

Spieghi le chiome irate

Minacciosa Cometa, e il guardo giri

Giove di morte a queste mura intorno.

Nubi di fiamme armate

Giove sovra di noi muova, e s'adiri,

Né splenda mai senza saette il giorno.

Colle nuove sciagure anco ritorno

Faccian l'antiche, e il lor furore insieme

Sovra l'anima mia corra disciolto.

Io con pallido volto

Non mirerò le mie sventure estreme:

Soffre il mio cuor, non teme;

E intrepida vedrò sovra il mio crine

Dal destino cader stragi e ruine.

S'avventano i disastri

Solo all'Anime grandi: Io mai non vidi

Fulminata dal Ciel capanna umile.

Suole l'ira de gli Astri

Solo tra i rischi esercitar gli Alcidi,

Né gode d'assalir petto servile,

Però ch'il fato ancor si prende a vile

Recar guerra crudele ad alma imbelle,

Che di lagrime sol coperto ha il ciglio.

Vuol fortezza il periglio,

E se contra di te s'arman le Stelle,

Tu desta omai le belle

Prove, che in nobil cuor virtù produce,

E il tenor di mia vita a te sia duce.

Tu sai, che i lumi appena

Apersi al dì, che m'incontrai dolente

Coll'aspetto crudel d'avversa sorte,

E con adulta pena

In pargoletta età vidi repente

Fin sulla cuna mia scherzar la morte.

Pianser gli occhi presaghi, e ancor non forte

Fu il mio tenero seno a i colpi esposto,

Che m'avventò dal Ciel destino ingrato.

Del genitore il fato,

A me sola palese, altrui nascosto,

Predissi; indi ben tosto

Seguiro i danni, e alla presaga cuna

Il paterno feretro unì fortuna.

Sull'offesa negletta

Trionfò l'omicida in faccia al Cielo,

Ch'immoto spettator vide lo scempio;

Né per giusta vendetta

La provvida ragione arse di zelo,

Ma tacita soffrì l'orrido scempio.

Si vide solo pullulare un empio

E vorace desio, nato nel petto

De' tiranni congiunti, il cui furore

Estinse quell'amore

Ch'in seno anco alle fere è sacro affetto.

Fuggendo allor l'aspetto

De gli antichi Penati, e Patrii Lari,

Schernii le voglie inique e i genj avari.

Esule abbandonata,

Della vedova Madre allor seguendo,

Qual Ascanio o Camilla, il passo errante,

Ver' la Patria bramata,

Da cui partiva il piè, volsi piangendo

Del mio ciglio infelice il guardo amante.

Languida alfin le mal sicure piante

Posai sul Tebro entro sacrate soglie,

Ove splender credea tranquilla luce;

Ma quel, che mi conduce,

Pertinace destin non cangiò voglie:

Ovunque egli m'accoglie,

Mi circonda d'affanni; e s'io mi guardo

Dall'Arco feritor, pur sento il dardo.

Nuovi ingordi desiri

Collegarsi a' miei danni allor vid'io,

E alle ricchezze mie negar la pace;

Gli empj e ciechi deliri

Anelar sitibondi al sangue mio,

E portar delle furie in man la face.

Ed io tenera ancor, non quel che piace,

Ma quel ch'opprime a sostenere appresi;

Né furon dal mio labbro invan temute

Le funeste cicute.

Io di mia morte ragionare intesi,

Ma pure Astri cortesi,

Armando a bell'Astrea la mano invitta,

Recar' soccorso all'innocenza afflitta.

Fortuna alfin m'accolse;

E lungo stuol d'adorator' divoti

I miei ricchi Imenei chiedeva a gara,

Ed oh quanti raccolse

Lo splendor di mia sorte incensi e voti,

Ch'adulando porgea la turba avara!

Già cominciava ad esser lieta e cara

A me la vita, e l'aura era gentile,

E già l'alma e il pensier s'ergean sull'ale,

Quando forza fatale

De gli anni miei congiunse il vago Aprile

A strana età senile:

Io rammentai colle mie nozze allora

L'ingrate tede all'infelice Aurora.

Del Gran Pastor Latino

L'alto voler fu legge a' miei sponsali,

E il cenno suo dettò il materno assenso.

Vide allora il destino,

Al lume di mie faci nuzziali,

Estinta la pietà, non ch'altro senso.

Del pianto mio, del mio dolore intenso

Godero i fati, e riser gli astri alteri,

Che resero crudel Giove clemente.

Ei di fasto apparente

Coprì l'orrore; ed a i potenti imperi

Cedero i miei pensieri,

Qual onda al vento, e tra l'illustri cure

Sol potei numerar le mie sventure.

Quella, che un tempo sorse

Mole tremenda a gli anni, al Tebro in riva

Già d'ossa Imperiali Urna superba;

E poscia albergo porse

A i seguaci di Marte, e, d'ozio schiva,

Dell'antico valor vestigio serba;

Quella m'accolse in sull'etate acerba,

E novelle m'offerse ingiuste pene.

Sotto titolo illustre in chiuso orrore

Varcai le più bell'ore,

E passeggiai sulle funeste scene;

Pur baciai le catene,

E in rigida prigion sfogai col canto,

Qual dolente Usignol, l'angosce e il pianto.

Quivi piombar' ben mille

Dall'urna ampia de' fati ingiurie ed onte,

Quale in turbato dì tallor si vede

Che alle sonore squille

Di grandini temute, in faccia al monte,

Pria scoppia il tuono, e il fulmin poi succede.

Ma il Ciel sa che non cede

Temprato alle sventure eroico petto.

Suol, qual neve, cader senz'altrui danno

In nobil cuor l'affanno;

E qual Olimpo ognor prende a diletto

De' nembi il fero aspetto,

Tal vidi del destin l'ire schernite,

O pur belle nel sen le mie ferite.

Stanca alfin, ma non vinta

De' sacri chiostri Io ritornai nel seno,

Ed ivi men crudel sperai fortuna;

Ma quella calma finta,

Qual in nube talor debil baleno,

Cangia sembianze, e le tempeste aduna.

Allor vidi scagliarsi ad una ad una

Nel sen nuove sventure, e i Cieli irati

Diffonder sovra me lumi fatali.

Per colmarmi di mali

Mirai sovra il mio crin gl'influssi armati

De' miei torbidi fati

Dar fulmini alle Stelle, e tutto l'Etra

Farsi sol per mio danno arco e faretra.

Qual Filomena afflitta,

Che da rustica man vede involarsi

Gli amati parti suoi, sospira e geme;

Tal Io, nel cuor trafitta,

Lungi da' cari Figli il pianto sparsi,

Cui tiranno voler tolse alla speme.

Ma qual onda, ch'altr'onda incalza e preme,

Succedendo a dolor nuovo dolore,

Ben presto a nuovo pianto apersi il ciglio:

D'un mio tenero Figlio,

Ch'era di questo sen parte migliore,

Morte recise il fiore;

E al materno dolor non fu concesso

Darli nel suo morir l'ultimo amplesso.

Volea ben l'alma forte

Seguir l'orme del Figlio, e sulle sfere

Indivisa da lui posar le piante;

Ma, rifiuto di morte,

Giacque sull'egre piume anco il volere,

Ch'a costringere il Ciel non è bastante.

Chiedei pietà con pallido sembiante

A quelle man', nel cui poter commise

Colle ricchezze mie me stessa il fato;

Ma nel misero stato,

In cui posta m'avea, sì mi derise,

Che volle in strane guise

Di quello, che gli diedi, ampio tesoro

Negare a' pregi miei debil ristoro.

Alla parte divina

Delle provvide leggi i voti offersi,

E dal soglio di lei sperai sostegno.

E ben l'alta Reina,

Turbata in ascoltar quanto soffersi,

Fiammeggiò di pietate, arse di sdegno,

Né l'orgoglio soffrì, né il crudo ingegno

Delle garrule turbe al ver nimiche:

La potenza schernì, spense la frode;

Ed io soccorso e lode

Ebbi per man dell'auree leggi amiche.

Spariro allor l'antiche,

E nuove pene; e per me allor giocondo

Sorrise il Fato, e tornò bello il Mondo.

Quella Ruota suprema,

Che i genj di fortuna a scherno prende,

E dell'uman poter sprezza le voglie;

Quella, che solo ha tema

Della ragion, cui d'ubbidire intende,

Dalla cui sacra mente il moto toglie;

Quella le mie speranze in sé raccoglie.

Ed io spero da lei l'intiera pace,

E ben scorge ch'io sono inerme e sola,

E quanto a me s'invola

Vede per man dell'altrui forza audace.

Benché il mio labbro tace,

I miei danni comprende; e fia che segua

Suoi giusti moti, onde sé stessa adegua.

Non perché vesta il piede

I tragici coturni, avvien che sempre

Abbia la scena sanguinoso fine:

Spesso al dolor si vede

Seguir la gioia, e con amiche tempre

Variarsi fra lor regno e confine.

Pria che la tarda età c'imbianchi il crine,

Con moderato cuore i dì godiamo,

E sien sparse d'obblio le nostre cure.

D'istabili sventure,

Come scherzi del Ciel, giuoco prendiamo;

E se talor veggiamo

A vicine battaglie il campo aperto,

Pensiam che da i cimenti ha vita il merto.