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Ah che mie non son già le gemme e i fiori,
Che ne' carmi, ch'io fei, sparsi vegg'io,
Mentre non può dentro a' nativi orrori
Tai vaghezze produr l'ingegno mio.
Sol la tua cortesia questi tesori
A me, Signor, benignamente aprio,
Perch'io così mia povertà ristori
Con quel d'altrui, poiché non ho del mio.
Ma poi s'egli avverrà ch'io vada un giorno
Al gran Re di Permesso e chieggia a lui
Premio o mercé, n'avrò vergogna e scorno,
Ch'egli forse dirammi: “Ah non son tui
Questi fregi, ch'a te splendono intorno,
Usurpatrice degli onori altrui.”