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Quella, ch'ebbe in Sparta il regno,
Del gran Giove inclita Figlia,
Per cui tanta meraviglia
Ebbe Europa e tanto sdegno:
Per le piagge di Permesso
Dalle Muse ancor s'appella
Col bel titolo di bella;
E l'onora Apollo istesso.
Oh che fu vederla, quando
Ne' dolci anni ella fioria,
D'amorosa leggiadria
Ogni core innamorando!
Sulla neve ardor di rose;
Perle ed oro e gemme e stelle
Scintillar vedeansi in quelle
Sue sembianze graziose;
E cotanto ella splendea
Vaga, adorna oltre nostr'uso,
Che dicea ciascun, confuso:
“Questa è nuova immortal Dea!”
Ma più crebbe in pregio e in vanto
Sua bellezza idolatrata,
Per virtù, che, in lei più grata,
Dolce feasi all'alme incanto.
Ché, siccome il Ciel fiammeggia
Di grisolito e zafiro,
E, al rotar le spere in giro,
Dolcemente citereggia:
Sì la Bella, allettatrice,
Tutta lampi nell'aspetto,
D'Arpa d'or porgea diletto
Alla Grecia ammiratrice.
Né sì piacque in bosco o in prato
D'erbe e frondi il susurrio,
Né il fuggir di fresco rio,
Né Usignuolo addolorato:
Perché fu sommo il diletto,
Quando a i venti riverenti
Consegnò gli almi concenti,
Tutta lampi nell'aspetto.
Ma non più di Toschi versi
Aggia serto Elena Argiva:
Solo qui dell'Arno in riva
De' miei fior' nembo si versi;
E Tersicore gli spanda
D'Isabella in sulle chiome,
Perché insieme col bel nome
Sieno a lei fregio e ghirlanda.
O mia luce: o la più vaga
Tra le vaghe: Io negli altrui
Celebrava i pregj tui:
Lode a lode era presaga.
Tutta sei raggi e faville
Nelle labbra amorosette,
Nelle fresche, giovinette,
Tue brunissime pupille.
E tal suole a noi mostrarte
La letizia del bel riso,
Che potresti d'improvviso
Serenar gli sdegni a Marte.
E potresti, in un momento,
Rallegrar sospiri e pianti
Al più mesto degli Amanti,
Per geloso struggimento;
Sol che tu lo spirto e l'estro
Doni al musico e gentile
Arpicordo signorile,
Col valor franco e maestro.
Il sa Febo, ed Amor sallo,
Che, qualor l'alta e sonante
Armonia, con man festante,
Tu sposasti al canto, al ballo;
E qualor, sola e in disparte,
Sovra l'Ebano canoro
Dolce armonico lavoro
Intrecciasti, con tant'arte,
Parve in terra il Cielo aprirsi:
E parean le sue Sirene
Giù discese in queste arene,
Con piacer nuovo a sentirsi.
Ah, per me di lira o cetra
Taccian pur le corde in pace:
Suo furor caldo e vivace
Dal tuo suon l'ingegno impetra.
Deh su desta omai le argute,v L'auree fila lusinghiere,
Le pietose, le guerriere:
Desta in me forza e virtute.
Tuo sarà premio ed onore
Quel che Pindo a me destina,
O cortese alma Regina
De' miei versi e del mio core.