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Oltre le mete, che segnò del Mondo
De' mostri orrendi il Domator gigante,
Valle è nel Mar, c'ha così basso il fondo,
Com'è sublime il Mauritano Atlante.
Quasi nel vasto suo seno profondo
Tutto assorbisce il pelago sonante,
Sì lunghi stende i termini, e sì ampi
Fuor di Cantabria gli arenosi campi.
In fondo a questa, ove più fiero ondeggia
Dell'Oceano il tempestoso orgoglio,
Sta in mezzo a un antro una superba Reggia,
Che fa teatro a un più superbo soglio.
Sovra cent'archi concavi torreggia
L'antro, formando un incavato scoglio,
Che in guisa di piramide si stende
Sull'ampio albergo, e maestoso il rende.
Fianchi non ha, ma su grand'archi in foggia
D'anfiteatro è il gran Palagio eretto;
E in doppio giro di colonne appoggia
Le spaziose logge e gli archi e 'l tetto.
Ogni colonna, ogn'arco, ed ogni loggia
È d'un cristallo rilucente e schietto,
Fuorché le basi, i capitelli, e i giri,
Che di smeraldi sono e di zaffiri.
Sotto ad un Ciel d'effigiato argento,
Su gradi di corallo è il seggio adorno
D'un intiero piropo, appo cui spento
Carbon saria chi fa la notte e 'l giorno.
Cento seggi a sinistra, ed altri cento
Fangli a man destra ampia corona intorno,
Qual di topazio e qual d'elettro, vari
Di color tutti, e di beltà sol pari.
Quivi, in tal antro, in sì superbo chiostro,
Di Nereidi frequente e di Tritoni,
Il gran padre Ocean, che suol dell'Ostro
Abitar le sì vaste regioni,
Viene a raccor dell'emisperio nostro
Due volte l'anno i suoi tributi e i doni,
Che quindi la Numidia, e quinci manda
Il sen Mediterraneo e 'l mar d'Irlanda.
Onde, allor che tornando il Sol discioglie
L'ispida chioma al gelido Appennino,
E quando il suol delle cadenti foglie
Tutto si copre, e sol verdeggia il pino,
Ogni Fiume real, che 'l Mare accoglie
Fra i termini di Gade e dell'Eusino,
Suole ridursi in questa amena chiostra
A far de' doni suoi superba mostra.
Quivi si tratta, si consiglia e intende
Ogni novella poi del nostro Polo:
S'Africa ha pace, o se la guerra incende
L'Asia, e d'Europa o l'allegrezza o 'l duolo;
Ond'ei, che regge il Mar, le sue vicende
Accorda a i moti istabili del suolo,
Or le calme ordinando ed ora i venti,
Come più importa alle divise genti.
E già dal cerchio austral girando il Sole
Portava il dì ch'all'adunanza è dato
Nell'umida stagion, che Borea suole
Tòr le frondi alla selva e darle al prato;
E sparsa il crin di pallide viole,
L'Alba uscia in carro lucido e gemmato,
L'aure fresche svegliando e i pinti augelli
Per le liquide vie, per gli arboscelli.
Sol biancheggiare il Mar verso Ponente
Vedeasi incontro al mattutino lume,
Ché 'l rendean gonfio e torbido e fremente
Di qua, di là le peregrine spume;
Quando nel sen della spelonca algente
Comparve assiso il formidabil Nume,
E quinci e quindi all'Assemblea ridutta
De' Fiumi aquilonar' la turba tutta,
E quei che Libia, e quei che l'ampia sponda
Lavan dell'Asia, e la pianura e 'l monte:
La Milva è qui, qui del Sangario è l'onda,
La Tana e l'Iri e 'l faretrato Oronte;
Altri ch'i Mauri bagna, altri ch'inonda
Frigi ed Ircani, altri ch'in Siria ha il fonte;
Chi ne' Rifei, chi nelle Valli Armene,
Ricco di ghiacci o di feconde arene.
Parte d'essi è di fuor, parte si vede
Sparsa ondeggiar tra il colonnato e 'l soglio;
E d'onde e d'urti di chi va, chi riede,
S'ode sonar quel cavernoso scoglio.
Nel mezzo il Re dell'agitata sede
Siede, di fasto tumido e d'orgoglio,
A cui fanno da gli òmeri e da' lati
Guardia fedele i suoi Tritoni astati.
Qual il nubilo Ciel, che gonfio pende
Di pioggia, né la pioggia ancor si mira,
Tal nel sembiante orribile risplende,
Senza che scoppi, la fierezza e l'ira:
Barba ha canuta, e pur canuto il rende
Il crin, che sopra gli òmeri s'aggira;
E fierezza aggiungendo al torvo aspetto,
L'un gli copre le spalle e l'altra il petto.
Nella destra temuta ha il gran tridente,
Con cui del suolo i fondamenti scuote,
E fa tremar dall'ultimo Oriente
Le prossime provincie e le rimote;
Coll'altra o men severo o più clemente
Le supplici raccoglie onde divote,
Ch'un presso all'altro gli presenta in giro
Il Fiume del Valacco e dell'Assiro.
Venìan costor con vaga mostra avante
Del formidabil seggio in mezzo al foro,
Chi con fronte di Bue, chi d'Elefante,
Chi crinito di canna e chi d'alloro;
E, poiché avean sull'adorate piante
Sparso il tributo chi d'umor, chi d'oro,
Gìano a occupar con ordine gli scanni
Secondo il merto o l'osservanza o gli anni.
Prima il Nilo comparve: ei, sebben scende
Da paese lontan dal nostro Mondo,
Pur qua ne vien donde coltiva e rende
Dell'arenoso Egitto il sen fecondo.
Attorce il crin fra tante fasce e bende,
Che non appar se sia canuto o biondo.
Seco è Astabora e Astapo, e con sue chete
Spume vien dietro il portentoso Lete.
Sparse questi i suoi doni, e l'aurea spica
Fé biondeggiar su 'l riverito piede;
Indi sen gia colla sua schiera amica
Dove fra i destri seggi ei primo siede.
Venne secondo poi, d'asta e lorica
Cinto, il Danubio a tributar la sede.
Indi ogn'altro seguia di maggior grido
Per regio trono o amenità di lido.
Venne tra gli altri ancor (ma il regio manto
Già non avea, ned elmo avea, né piuma)
La bellicosa Vistola, di pianto
Molle, vie più che di disfatta bruma;
La qual, poiché dinanzi al Re fu alquanto
Dal duol posata, e s'asciugò la spuma,
L'umido lembo in dispiegar del velo,
Sangue diè in vece di disciolto gielo.
Ella narrò che, poiché fé del trono
La Reina magnanima il rifiuto,
Il bellicoso avea regno Polono
La Svezia, e così rapida, abbattuto,
Che, della fama prevenendo il suono,
Quasi vinto l'avea pria che veduto;
Ed eran stati delle trombe i carmi
Inni al trionfo, e non inviti all'armi.
Questa l'ultima apparve: eran già tutti
Passati il Moro, il Lusitano, e 'l Franco,
E s'erano ne' seggi ancor ridutti
Parte dal destro lato e parte al manco;
Né fra sì varj Dei, fra tanti flutti,
Che lo speco rendean tumido e bianco,
Pur si sentia del Tiberino fiume
Scossa di fronde o mormorio di spume.
Solo il Tebro mancò: vedovo e vòto
Si vedea fra quei seggi il seggio altero,
Che, benché picciol sia, splendido e noto
Fanlo i diademi del Romano impero.
Ben lo sguardo girò, ma sempre a vòto,
Due volte e tre l'Imperador severo;
E quando ivi no 'l vide, a sé turbato
Chiamò Triton, che gli assistea da lato.
Suol questi al suon della sonora conca
Manifestar del suo Signor la mente,
In Mar girando l'ispida ed adonca
Coda dal tepid'Austro al Plaustro algente;
E con lettre e ambasciate ogni spelonca
Suol visitar della scagliosa gente,
Lor intimando le diete, e dando
Or gli ordini de' nembi ed ora il bando.
A costui disse il Re: “Del Latio in riva
Vanne, ove l'ampia Roma in due si fende;
Ed al Tebro dirai perché ci priva
Delle sue care palme, e qua non scende.
Forse la mente imperiosa e schiva,
Di dargli invece, i suoi tributi attende?
Conosco ben l'ambizioso ingegno,
Ma 'l ciel non diè, fuorch'a Nettuno, il regno.”
Così parlogli, e dal turbato aspetto
Fuor balenò la ferità natia.
E Triton prestamente uscia dal tetto
L'onde a guardar della commessa via;
Quando sorse una voce, e al Re fu detto
Ch'indi non lungi il Tebro urtar s'udia,
Ed ecco appunto in sulla regia soglia
Il Tebro entrar colla cerulea spoglia.
Cinte di canna avea le tempie e 'l crine;
Biancheggiar si vedea tra fronde e fronde,
E grondante di giel, molle di brine,
La lunga barba rincrespata in onde.
Venìa com'uom, che di lontan confine
Rechi novelle prospere e gioconde,
Tutto piacevolezza e tutto riso
Agli atti venerabili ed al viso.
Né, perché sull'entrar sdegnato seco
Veggia, ed in minaccevole sembianza,
Il Regnator del cristallino speco,
Ei gli va innanzi con minor baldanza.
Disse: “Signor, tardi vengo io, ma reco
Tal, che mi scuserà della tardanza,
E chiar farà che della mia dimora
Ogni celerità men degna fora.”
E in questo dir, del suo ceruleo lembo
Le strette pieghe sventolando aperse,
E de i tesor', che tributario in grembo
Chiusi traea, le meraviglie offerse.
Balenò a gli occhi d'improvviso un nembo
D'oro e di cose rilucenti e terse,
Ed inondate si mirar' le soglie
D'archi, d'imprese, di trofei, di spoglie.
Al gesto, al suon, con cui tai detti espresse
Il Tebro, allor de' simulati busti
Tra curioso e stupido s'eresse
In piè ciascun di quei spumosi Augusti.
Ei delle sparse cose una n'elesse,
Effigiata di sembianti augusti,
Ch'un tal breve rendea celebri e noti:
LA REINA MAGNANIMA DE' GOTI.
Qual di Zenobia in vago lin ritratto
Il bellicoso volto arde e sfavilla,
E qual in trono si dipinge o in atto
Di ferir Semiramide o Camilla,
Tal nella maestà di quel Ritratto
Un non so che di fervido scintilla;
Tal l'aspetto real mostra di fuore
Grandezza d'alma e ferocia di core.
Nella serena fronte, a cui leggiero
Peso saria la Monarchia del Mondo,
Un dolce misto di pietà e d'impero
Fa il guardo venerabile e giocondo.
D'un vivace color tra biondo e nero
Il crin, che non è nero e non è biondo,
Vedeasi intorno a questa tempia e a quella
Cader disciolto in preziose anella.
La corona real non avea in esso,
Ma il non averla lo rendea più degno,
Ch'altrui scopria, come in pittura espresso,
Quel rifiuto mirabile del regno.
Oh di cor generoso ultimo eccesso,
Gloriosa ripulsa, illustre sdegno;
E qual corona altri potrà comporre
Di gemme, che si possa a te preporre?
Quasi abbagliato al folgorar del finto
Sguardo, il Tiranno dell'istabil sede
Stupido infra sé disse: “Il Sol dipinto
Viene a portar tributo, o pure il chiede?”
E 'l curioso braccio oltre sospinto,
Su quel punto il rapì, che quei gliel diede.
Il Tebro ripigliò: “Rimira, o Padre,
Le contumacie mie se sian leggiadre.”
Indi seguia: “La generosa donna,
Poiché la Svezia incoronò di fregi,
Ed avvolta nell'armi o in regia gonna
Parve Uomo tra i guerrier', Diva tra i Regi,
Venne in pensier ch'esser Regina e Donna
Fosse il minor de' titoli e de' pregi,
E che gli aurei diademi e i regj troni
Erano sue catene, e non già doni.
Quindi a regno immortal (regno dovuto
Al magnanimo cor) volse il pensiero,
E rifiutò i suoi regni, e nel rifiuto
Donna apparve maggior che nell'impero.
Mossa da un bel desio di dar tributo
Di fede a Cristo e di servaggio a Piero,
Peregrina real con sciolta chioma
Venne a empir di sé stessa Italia e Roma.
Venne ancor vaga d'ascoltar presente
Le meraviglie del saver profondo
Nel gran Pastor della cristiana gente,
Saba novella a Salomon secondo;
E l'ampia Roma mia tutta ridente
Gli aperse il trionfal seno giocondo,
Come fé già ne' secoli vetusti
Per gli suoi Scipioni o per gli Augusti.
D'archi, d'imprese la Città si scerse
Sparsa, e di Querce e di dorate Spiche,
D'abiti varj e fantasie diverse,
Di cimier', di divise, e di loriche.
Là di Belgiche pompe, e qua di Perse
Mista e di Babiloniche fatiche,
Parve al tumulto, all'allegrezza, a i segni
Roma albergar, non le Città, ma i Regni.
Fin da' Japigi e Calabri al solenne
Spettacolo, ch'intorno ampio si noma,
E da gli estremi Allobrogi sen venne
La gente varia d'abito e di chioma.
Tutta in Roma era Italia; e non convenne
Star fuori il Tebro e tutta Italia in Roma.
Fra me stesso diss'io: ‘Non è tributo
Il servir sì gran donna anco dovuto?
Ché, se gran Rege è l'Ocean, sprezzando
Costei gli scettri è vie maggior de' Regi.’
E soggiungeami anco un pensier, mirando
Tante memorie di trofei, di pregi:
‘Or dove alcun più bel tributo o quando,
Che i tributi arricchir di sì bei fregi?
Ma quel, ch'allor fu elezion, divenne
Forza, ch'a te mi tolse, altrui mi tenne.’
Per che giunse Cristina, e ciò, che innante
Se n'udia di magnifico e d'altero,
Dileguò quando apparve, e in quel sembiante
Restò maggior della sua fama il vero.
Premeva il dorso, e 'l ricco fren spumante
Destra reggea d'indomito destriero;
E veduto le avresti a gli atti, al riso
Le grazie allor, la leggiadria nel viso.
Lei precedean, meravigliose anch'elle,
Schiere in arcion di Principi e d'Eroi,
Ch'ella seguia, come seguir le stelle
Vedesi il Sol da i luminosi Eoi:
Ma più che innanzi a lei, splendide e belle
Le stelle si scoprian negli occhi suoi,
E l'aureo Sol dentro un bel giro accolto,
Più ch'all'andar, lo somigliava al volto.
Stupidi al dolce folgorare, immoti
Rimaser gli altri; io pur sentii legarmi,
E dissi: ‘Oh Roma, sempre arsa da' Goti,
O che rida un bel viso o freman l'armi!
Né per miei doni offrir, porgere i voti
Qui saprei tributario ancor trovarmi,
Sì rapito restai, così diviso
Or dagli atti leggiadri, or dal bel viso.
Ma, poiché in me la novità disciolta
Da' novelli pensier', mi venne in mente
Quest'antro e questa sede; e qui raccolta
Delle cerulee Deità la gente,
Precipitai la mia tardanza; e tolta
Parte di quei trofei, son qui presente.
Opportuna venuta, ove raccoglia
In grado i doni tu, gli obblighi io scioglia:
Sicché te soddisfatto e me disciolto,
Rieda a goder di quel sembiante adorno,
Tributario di te, ligio d'un volto
Nella venuta mia, nel mio ritorno.’”
Mentr'ei così dicea, s'era raccolto
Tutto il popol de' Fiumi a lui d'intorno,
Altri i detti osservando, altri il sembiante
Regio, vie più che spettatore, amante.
Il curioso Re, poiché del viso
Ha i bei color' raffigurati e scorti,
Or le ciglia ammirando, or del diviso
Crine gli stami inanellati e torti,
Gli occhi volgendo in lui con un sorriso:
“Amico,” incominciò, “cosa ci porti
In sì prosperi avisi, in tal Ritratto,
Ond'a ragion ti desiavam più ratto.
Benché né nuovo a noi, né 'l dì primiero
È questo, che de' gesti altri ci dica
Della Donna degnissima d'impero,
Ch'abbiam di lei pur conoscenza antica,
Ed in sembiante intrepido ed altero
La vid'io, d'asta armata e di lorica,
Per le rive talor dell'Oceano
Spaventare or il Cimbro, ora il Germano;
Contuttociò né indugio è il tuo, né arrivi
Tardo qui tu, se la cagione è tale,
E ad indugiar sì fruttuoso ascrivi
Dono sì bel d'immagine regale.
Anzi s'avvien che dal partir derivi
Opra miglior, né qui restar ti cale,
Per gli dianzi da te segnati calli
Ritorna pur, ch'io ti condono i falli.
Né avrò in grado minor che così altera
Vincitrice di popoli e di cori
Serva là tu, che se portassi in schiera
L'oro de' i Caspi o del Tarpeo gli allori.”
Indi vòlto allo stuol, che tratto s'era
D'intorno a quelle tele ed a quegli ori:
“Numi cortesi,” seguitò, “novelle
Ci reca il Tebro in ver superbe e belle,
E tai, ch'eterna in sì rimota soglia
Ne sarà la memoria e in questi chiostri.
Ma s'alcun è di voi, cui forse invoglia
Curioso desio de' doni nostri,
Prenda pur qual più aggrada o immago o spoglia,
Perché tornando a i suoi la spieghi e mostri;
Ed in narrar poi donde l'ebbe e come,
Faccia sonar di lei le glorie e 'l nome.”
Così diss'egli, e le reliquie altere,
Che rapì il Tebro alla Città di Marte,
Volle che sian tra l'adunate schiere
De' molli Dei distribuite e sparte.
V'eran statue, corone, armi, bandiere,
Dipinti arazzi, istoriate carte,
Ch'esprimean lineati o pur contesti
Della gran Donna i gloriosi gesti.
Vedeasi là, dacché rapì la morte
All'imperio del Mondo il Re suo padre,
Collo scettro dorato aprir le porte
Di famosi Licei, d'arti leggiadre;
Qua si sentia con man virile e forte
Sull'Albi e l'Istro rinforzar le squadre,
Ed innestar nella Germania e fuori
Del gran Gustavo i riseccati allori.
Altra scopria come a favor del regno
Stringea le leghe e stabilia le paci;
Altra il zelo mostrava, altra lo sdegno
De' riti abbominevoli e mendaci;
E molte di pietà, molte d'ingegno
V'erano espresse immagini veraci,
Che rendea vago ogni desio di loro,
Più che le lane e l'orditura e l'oro.
Sicché liete le turbe al Re cortese
Grazie rendean delle concesse spoglie,
Altri il Tebro abbracciando, altri l'imprese
Scegliendo, altri le Spiche, altri le Foglie.
E già le stelle in Oriente ascese
Facean dell'antro scintillar le soglie;
Onde finì la gran Dieta. Al fondo
Ritornò l'Oceano, i Fiumi al Mondo.