16 [Di Fazio degli Uberti (?)]
De', qual serà che si rallegri omai,
da poi ch'è tolto al mondo quel signore
che possedea valore,
fortessa, temperansa e giusta corte?
De', qual serà c'ognor non tragga guai,
(non dico certo a chi à vitio in core,
ma pietà e amore),
e che non pianga sospirando forte?
Hai, angosciosa, fiera e crudel Morte!
Tucti doler di te si dèn coloro
a chui ragione e dirictura piace
e che dimandan pace,
però che questo bene ài tolto loro,
possa ch'ài morto quel signor, che stancho
certo non si vide ancho
in operar che regnasse bontate,
honore, amore, pregio e caritate.
Mort'è costui, per che, a dir lo vero,
sol per voler che regnasse giustitia
e morisse avaritia,
superbia, invidia e chi con lor si fida,
ch' a Melan gìo per coronar lo 'mpero;
e questo fece con molta letitia,
mostrando la malitia
che 'ncontra lui per lo Papa si grida;
e poi infine a Pisa li fu guida
e con lui stette infin ch'ebbe la poma
d'esser dentro signor, sì come chiese.
Allor cummiato prese
da lui e si partì per irne a Roma;
ma Morte dolorosa nol sostenne
ch' a Montenero li venne.
Hai, quanto fu crudele, allor ch'io penso,
come in un punto li tolse ogni senso!
Duol sovra duol mi cresce allor ch'io miro
a l'angoscioso e cordoglioso danno
il quale ricevuto ànno
li suoi fedeli e leal<i> cittadini;
e giungemi sospir sopra sospiro
allor ch'io penso quel che omai faranno
e dove n'anderanno
li gentili, scacciati Ghibellini;
et quando penso anchora alli orfanini
ai qual<i> consiglio, con aiuto, dava,
e alle sconsolate vedovelle;
e penso alle donçelle
che sempre, nel secreto, maritava.
Da ogni parte allor dolor mi cresce,
sì forte me ne incresce,
e dico ben che Morte, per un solo,
mai non misse in Italia maggior duolo.
O mondo ciecho, quanto se' fallace,
che con false lusinghe ci mostravi
che a più poder levavi
costui, per chui rimaso se' sì tristo,
che parea che dicesse: – I' voi che 'n pace,
come vero pastor, tegni le chiavi,
sì che del tucto sgravi
ciascun che tornar vole a servir Cristo –.
A così dolce e gratïoso acquisto
parea che fusse questo signor giunto;
e ora t'e in così breve tolto.
Ben mi par bestia molto
chi nel tuo vano ben<e> si fida punto
e chi di te carchar troppo s'ingombra;
ch' a tener se' com' ombra,
e io, per me, per quel che se' ti tegno
e quanto più ti cercho e più ti sdegno.
Canson, vestita a nero voi che vadi
e porti un velo in su la trista fronte;
e sì come acqua fonte,
lagrime versin li occhi tuoi dogliosi;
e guarda ben che mai non ti riposi,
infin che tu serai dinansi a quelli
per chui puoi dir ch'el tuo signor sia morto.
Quivi non sia conforto,
ma com'el vedi sciolge i tuoi capelli
e, scapigliata, allor li da' di piglio,
dicendo: – Il tuo consiglio,
caro e leal, salito è suso in cielo;
e qui il ver non ti celo
ché sempre sta dinansi all'alta gloria,
pregando ogni ora che ti dia victoria –.