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By Torquato Tasso

Ecco fra le tempeste e i fieri venti

di questo grande e spazioso mare,

o santa Stella, il tuo splendor m'ha scorto,

che illustra e scalda pur l'umane menti.

Dove il tuo lume scintillando appare,

e porge al dubbio cor dolce conforto

in terribil procella, ov'altri è morto;

e dimostra co' raggi

i securi viaggi,

e questo lido e quello, e 'l polo e 'l porto

de la vita mortal ch'appena varca,

anzi sovente affonda,

in mezzo l'onda - alma gravosa e carca.

Il tuo splendor m'affida, o chiara Stella,

Stella onde nacque la serena luce,

luce di non creato e sommo Sole;

Sol che non seppe occaso, e me rappella

teco da' lunghi errori e mi conduce

a l'alta rupe, ov'in marmorea mole

l'umil tua casa il mondo onora e cole.

Grave di colpe e d'onte,

già veggio il sacro monte,

talché del peso ancor l'alma si dole,

e sotto doppio incarco e tarda e lenta;

né contra il cielo imporre

superba torre - a' poggi ardisce o tenta.

Quanti diversi monti, e quale altezza

di saper vano e di possanza inferma

soglion pur invaghir i folli e gli empi;

anima vaga al precipizio avvezza

angelico ed umano, or ti conferma

con questi più sicuri e santi esempi;

qui va piangendo i tuoi passati tempi,

quando con debil possa

pensavi Olimpo ed Ossa,

e di lacrime pie lo cor adempi,

di virtute in virtù sublime ed alta

più che di colle in colle

via qui n'estolle - e l'umiltà n'esalta.

Qui gli angeli inalzaro il santo albergo,

che già Maria col santo Figlio accolse,

e 'l portar sovra i nembi e sovra l'acque,

miracol grande! a cui sollevo ed ergo

la mente, ch'altro obietto a terra volse,

mentre da' suoi pensieri oppressa giacque.

Questo è quel monte ch'onorar ti piacque

de le tue sacre mura,

Vergine casta e pura,

anzi il tuo parto e poscia e quando ei nacque:

perch'Atlante gl'invidii, avendo a scorno

tuoi favolosi pregi,

del Re de' regi - e l'umil tuo soggiorno.

O voi, che 'n altra età le piagge apriche

e i più gelidi monti e i salsi lidi

peregrini cercaste e 'l mar profondo,

colossi ed altre maraviglie antiche,

onde la fama avrà perpetui gridi;

sepolcri e mura allor non ebbe il mondo,

né miracolo primo ovver secondo

a questo ch'io rimiro,

parte fra me sospiro

e di lagrime appena il viso inondo.

Quei d'umana superbia, opre son queste,

ov'io fisso le ciglia,

per maraviglia - d'umiltà celeste

Felici monti, onde la viva pietra

sì rozza fu recisa, e questi ancora,

ove 'l marmo di fuor la cinge e copre,

perché tal grazia ella dal cielo impetra,

anzi da lei, che tutto il cielo onora,

mentre la sua pietà rivela e scopre,

che via men pregio i magisteri e l'opre

di Fidia o di chi mova

la mano ardita a prova,

e dando vita al sasso il ferro adopre,

e felice il color, lo stile e l'arte

di quel santo pittore

ch'umilia il core - e move interna parte.

E tragge a rimirar la santa imago

da l'estremo occidente a stuolo a stuolo

peregrinando con tranquilla oliva

quei che dianzi bevean l'Ibero e 'l Tago,

e da' regni soggetti al freddo polo,

di là da l'Istro e di più algente riva;

e mille voti a la celeste Diva,

che scaccia i nostri mali,

solvon gli egri mortali,

il cui pregar per grazia al cielo arriva;

e i magnanimi duci a Dio più cari

offrono argento ed auro,

sacro tesauro - a' tuoi devoti altari.

Quinci di ricchi doni intero splende,

e di spoglie ritolte a morte avara

il tempio, e di trofei del vinto inferno.

Gregorio ancor più adorno e bello il rende,

mentre la sua virtute in ciel prepara

a la sua gloria eterna un seggio eterno:

Gregorio, a cui già diè l'alto governo

de la nave ch'ei regge

e de le fide gregge,

e le chiavi del cielo il Re superno;

Gregorio e buono e grande e saggio e santo,

qual vide antica Roma

con la gran soma - già del grave manto.

Ma tu, che vedi sovra i monti in terra

tua magione esaltata, e te sublime

sovra ogni altezza de' celesti cori,

reggi la penna che vaneggia ed erra,

e prendi in grado le cangiate rime;

e non sdegnare, ove talor t'onori

il pigro stile, e ch'io nel cor t'adori,

perch'oda in altri modi

le tue divine lodi,

e d'angelici spirti i santi onori,

né manchi il suon, come a gli accenti nostri,

a l'eterna armonia

in dir Maria - ne gli stellanti chiostri.

Vergine, se con labbra ancora immonde

e di mele e d'assenzio infuse e sparse,

di lodare il tuo nome indegno io sono,

di canto in vece il pianto io chiedo, e l'onde

de l'amorose lagrime non scarse,

caro de la tua grazia e santo dono,

che sovente impetrò pace e perdono.

Vagliami lagrimando

quel ch'io sperai cantando,

vagliami de' lamenti il mesto suono;

vedi che fra' peccati egro rimango,

qual destrier che si volve

ne l'alta polve - o nel tenace fango.

O Regina del ciel, Vergine e Madre,

col mio pianto mi purga,

sì ch'io per te risurga

dal fondo di mie colpe oscure ed adre,

e saglia ove tua gloria alfin rimiri

d'esto limo terreno,

sù nel sereno - de' lucenti giri.