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Ecco fra le tempeste e i fieri venti
di questo grande e spazioso mare,
o santa Stella, il tuo splendor m'ha scorto,
che illustra e scalda pur l'umane menti.
Dove il tuo lume scintillando appare,
e porge al dubbio cor dolce conforto
in terribil procella, ov'altri è morto;
e dimostra co' raggi
i securi viaggi,
e questo lido e quello, e 'l polo e 'l porto
de la vita mortal ch'appena varca,
anzi sovente affonda,
in mezzo l'onda - alma gravosa e carca.
Il tuo splendor m'affida, o chiara Stella,
Stella onde nacque la serena luce,
luce di non creato e sommo Sole;
Sol che non seppe occaso, e me rappella
teco da' lunghi errori e mi conduce
a l'alta rupe, ov'in marmorea mole
l'umil tua casa il mondo onora e cole.
Grave di colpe e d'onte,
già veggio il sacro monte,
talché del peso ancor l'alma si dole,
e sotto doppio incarco e tarda e lenta;
né contra il cielo imporre
superba torre - a' poggi ardisce o tenta.
Quanti diversi monti, e quale altezza
di saper vano e di possanza inferma
soglion pur invaghir i folli e gli empi;
anima vaga al precipizio avvezza
angelico ed umano, or ti conferma
con questi più sicuri e santi esempi;
qui va piangendo i tuoi passati tempi,
quando con debil possa
pensavi Olimpo ed Ossa,
e di lacrime pie lo cor adempi,
di virtute in virtù sublime ed alta
più che di colle in colle
via qui n'estolle - e l'umiltà n'esalta.
Qui gli angeli inalzaro il santo albergo,
che già Maria col santo Figlio accolse,
e 'l portar sovra i nembi e sovra l'acque,
miracol grande! a cui sollevo ed ergo
la mente, ch'altro obietto a terra volse,
mentre da' suoi pensieri oppressa giacque.
Questo è quel monte ch'onorar ti piacque
de le tue sacre mura,
Vergine casta e pura,
anzi il tuo parto e poscia e quando ei nacque:
perch'Atlante gl'invidii, avendo a scorno
tuoi favolosi pregi,
del Re de' regi - e l'umil tuo soggiorno.
O voi, che 'n altra età le piagge apriche
e i più gelidi monti e i salsi lidi
peregrini cercaste e 'l mar profondo,
colossi ed altre maraviglie antiche,
onde la fama avrà perpetui gridi;
sepolcri e mura allor non ebbe il mondo,
né miracolo primo ovver secondo
a questo ch'io rimiro,
parte fra me sospiro
e di lagrime appena il viso inondo.
Quei d'umana superbia, opre son queste,
ov'io fisso le ciglia,
per maraviglia - d'umiltà celeste
Felici monti, onde la viva pietra
sì rozza fu recisa, e questi ancora,
ove 'l marmo di fuor la cinge e copre,
perché tal grazia ella dal cielo impetra,
anzi da lei, che tutto il cielo onora,
mentre la sua pietà rivela e scopre,
che via men pregio i magisteri e l'opre
di Fidia o di chi mova
la mano ardita a prova,
e dando vita al sasso il ferro adopre,
e felice il color, lo stile e l'arte
di quel santo pittore
ch'umilia il core - e move interna parte.
E tragge a rimirar la santa imago
da l'estremo occidente a stuolo a stuolo
peregrinando con tranquilla oliva
quei che dianzi bevean l'Ibero e 'l Tago,
e da' regni soggetti al freddo polo,
di là da l'Istro e di più algente riva;
e mille voti a la celeste Diva,
che scaccia i nostri mali,
solvon gli egri mortali,
il cui pregar per grazia al cielo arriva;
e i magnanimi duci a Dio più cari
offrono argento ed auro,
sacro tesauro - a' tuoi devoti altari.
Quinci di ricchi doni intero splende,
e di spoglie ritolte a morte avara
il tempio, e di trofei del vinto inferno.
Gregorio ancor più adorno e bello il rende,
mentre la sua virtute in ciel prepara
a la sua gloria eterna un seggio eterno:
Gregorio, a cui già diè l'alto governo
de la nave ch'ei regge
e de le fide gregge,
e le chiavi del cielo il Re superno;
Gregorio e buono e grande e saggio e santo,
qual vide antica Roma
con la gran soma - già del grave manto.
Ma tu, che vedi sovra i monti in terra
tua magione esaltata, e te sublime
sovra ogni altezza de' celesti cori,
reggi la penna che vaneggia ed erra,
e prendi in grado le cangiate rime;
e non sdegnare, ove talor t'onori
il pigro stile, e ch'io nel cor t'adori,
perch'oda in altri modi
le tue divine lodi,
e d'angelici spirti i santi onori,
né manchi il suon, come a gli accenti nostri,
a l'eterna armonia
in dir Maria - ne gli stellanti chiostri.
Vergine, se con labbra ancora immonde
e di mele e d'assenzio infuse e sparse,
di lodare il tuo nome indegno io sono,
di canto in vece il pianto io chiedo, e l'onde
de l'amorose lagrime non scarse,
caro de la tua grazia e santo dono,
che sovente impetrò pace e perdono.
Vagliami lagrimando
quel ch'io sperai cantando,
vagliami de' lamenti il mesto suono;
vedi che fra' peccati egro rimango,
qual destrier che si volve
ne l'alta polve - o nel tenace fango.
O Regina del ciel, Vergine e Madre,
col mio pianto mi purga,
sì ch'io per te risurga
dal fondo di mie colpe oscure ed adre,
e saglia ove tua gloria alfin rimiri
d'esto limo terreno,
sù nel sereno - de' lucenti giri.